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“L’è pròpi un salàm!” (“E’ proprio un salame”)

All’azienda dove lavora babbo e dove noi tutti famigliari sverniamo, hanno da poco assunto l’Uomo dai Mille Nomi, il magrebino Zahcho, oppure (per chi non riesce a pronunciarlo) Zako, oppure Salà (non – mi raccomando!, ché sennò s’incazza – Salàm, come subito ha preso a chiamarlo il vecchio Lino, datosi che il noto saluto arabo corrisponde al piacentino di “salame”, ossia, se riferito ad una persona, scemotto), oppure – ultima scelta – Filippo (Filippo?!!??). Ieri, il Garelli di Zako Salà Zahcho Filippo ha abbandonato il proprietario al suo pedestre destino giusto all’incrocio che, dalla tangenziale, in un paio di chilometri porta all’azienda. Giunto al lavoro, Zahcho Filippo Zako Salà ha accordato un passaggio per il ritorno con mio padre, il quale, ricordatosene appena in tempo, poco prima di mezzodì ha tosto passato la palla al sottoscritto, che stava recandosi in Università, dove aveva appuntamento per un lavoro di gruppo.
Carico su Zako, parto; di rito, non essendoci mai incontrati prima, i convenevoli: ci vorrebbe uno studio sulla distribuzione delle popolazioni, per vedere se esistono connessioni etniche tra gli USA, la Germania e l’Algeria, al fine di scoprire quale recondita ragione genetica impedisce a Mal dei Primitives, Michael Schumacher e Zako Salà Filippo Zahcho d’imparare, dopo decenni che stanno qua, l’italiano.
Parcheggio di fronte al motorino del nostro, che scende, dà un colpo di pedale e… lo scassone, incredibilmente, parte subito: crrr crrr braaamm!
“C’è problema”
“Ma se va benissimo! Ascoltalo…”
“Dimenticato casco”
“Cristo porco!”
“Tu bestemmia!”
(mentale: “Islam porco!, Allah porco!, Maometto porco!”) Gentilmente: “Sali che sono in ritardo”
Faccio inversione: fortuna che ancora non m’ero immesso sulla tangenziale.
Seconda, terza.
Quarta.
(“Merda! Avevo promesso d’arrivare in tempo e con le fotocopie fatte!”)
Quinta.
La strada è stretta.
“Io no macchina, ma patente, sì”
“Uhm”
“Anche di camion”
“Ah” (“Sono in un ritardo irriducibile, merda!”)
“Mai fatto incidenti”
“Bene”
“Molto prudente, io”
"Giusto” (“E le fotocopie come le faccio, adesso?”)
Ci fermiamo a lato della sala guardaroba, Zako scende, trova il casco, salta su di nuovo; io metto in moto e intanto mi scappa l’occhio su di lui che si sta infilando il casco, allacciandolo stretto.
“??!!????”
“Tu guida moltissimo veloce. Io più tranquillo così”
“…”

Pubblicato il 12/10/2007 alle 11.12 nella rubrica Racconti.

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