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L’inesorabile scorrere del tempo

Ci sono segni che ammoniscono la tua serenità, che fanno riflettere sul tempo che trascorre, sul futuro e su tutto quanto si può buttare nell’angoscioso calderone del cambiamento inevitabile. Ci sono insomma segni della vecchiaia, segni inequivocabili che, se pure volgi la testa a una diversa direzione, li ritroverai avanti a te in altro e futuro momento. Perché prima o poi in casa devi entrare, non si scappa. E per entrare nel villino a schiera di nonna, casa della tua infanzia e delle tue estati adolescenti, il cancelletto è l’unica via, e la siepe di spini un posto di blocco a prova di rapinatore kamikaze. Quando te li ritrovi davanti chiusi, quei quattro ferri verticali, puntuti alla sommità e divisi in due ante, istintivamente tiri fuori il portafoglio. Ma ti blocchi pensieroso prima d’aprirlo per estrarne il chiavino. Primo segno della vecchiaia: hai con te un portafoglio. Secondo segno: possiedi delle chiavi. Terzo segno: non sono dimenticate in casa, ma nel tuo portafoglio. Quarto segno (cumulativo dei precedenti): tutto ciò ti permette d’aprire il cancello.
Vent’anni, tra poco. Angoscioso il rendersi conto dello scorrere del tempo: che età avevi quando hai smesso di scavalcarlo, nel momento sempre troppo tardo del rientro serale, o di mezzodì? E così - anche se il portafoglio tuo è un organismo di colore indefinibile, simbiotico e obeso, in cui convivono insulsaggini varie, muschi, muffe, licheni, documenti inutili, ogni tanto addirittura denari – anche se lo estrai da vecchi pantaloncini corti e lisi, d’un eguale colore grigiastro (pero, puliti: giuro) – il tempo del gesto salta qualche anno, e ti vedi estrarre spavaldo un portafoglio di pelle da un completo grigio, nell’altra mano la chiave di una Bmw, la Bmw dietro di te. Dall’angoscia al terrore puro. Ti giri verso la realtà: no, la Panda c’è ancora. Una manata rovescia a togliere il sudore freddo dalla fronte, il portafoglio spinto a forza nella tasca troppo stretta, e ti accingi alla scalata. Primo passo: il piede sul traverso orizzontale della serratura, che fa da scalino. Fatto. E incastrato, maledette-le-scarpe-da-ginnastica-e-il-mio-46-porca-puttana-eva-prima-avevo-il-40-e-le-espadrillas. Secondo passo: lanciare l’altra gamba all’interno. Fatto, e-adesso-disincastriamo-la-prima-porcaputtana-tira-e-muovi-la-caviglia-scarpe-grosse-di-merda-porcamad…
C’è un quinto segno inequivocabile della vecchiaia, strettamente correlato al sopra riferito 46 di scarpe: il tuo metro e novanta. Altezza utile a tre sole cose nella vita: giocare a basket (mai successo), picchiare la testa contro il trave basso delle scale (successo, innumerevoli volte), consentire a nonna di scorgere la tua chioma oltre la siepe di spini. Successo anche questo, e, purtroppo, anche ieri. Sicchè, mentre, per estrarre il piede, facevi forza con le gambe in uguale direzione ma verso opposto, nonna per aprire ha schiacciato il bottoncino del citofono; così, un sinistro e metallico pling! ti porta, senza nemmeno che  tu abbia il tempo d'accogertene, in una posizione che sarebbe agevole solo per Eather Parisi. Siccome che il piede non ne vuole sapere di disincastrarsi, che il portafoglio è caduto all’esterno, e che intravedi sotto il tuo orifizio anale poco rassicuranti spuntoni in ferro, grazie alla rapidità di riflessione che solo la necessità sa dare, pur mettendo in conto l’inevitabile richiusura del cancello e il ritorno al punto di partenza, decidi prudentemente di compiere il movimento all’inverso. E sbrigativamente anche, che non sei Heater Parisi e nella coscia senti che qualcosa si sta lacerando.
Cancello: “Sdeng!”
Io: “Aiauaiaaaaauuuuooooiiiiiaaahcazzo!cazzo!!cazzo!!!aiaaaauoiaaiii!!!!”
No, niente dentro al buco del culo; però, le balle dentro alla chiusura non è che siano molto meglio.
Finisce che apri con la tua chiave.
Sesto segno: non sei più buono nemmeno a scavalcare un cancello. Stai inequivocabilmente ed inesorabilmente invecchiando. Per fortuna.

Pubblicato il 19/9/2007 alle 12.25 nella rubrica Racconti.

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