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Mannaggia a Tolstoj

Cucire insieme diario e citazioni - le due cose che, come e più dei conoscenti, t'eri promesso di tener lontane dal blog  - perchè non hai niente da scrivere, è un poco squallido. Sarà lo squallore intrinseco alla domenica pomeriggio ad indurti in tentazione. (mentre scrivi ciò, già sai che c'è troppo sole per mentire e mentirti così vigliaccamente: è quel maledetto numerino in basso a destra che non si decide a spiccare il volo la causa di tutto) Inutile premessa, questa, ad un post ancora più inutile.
Dunque. Ieri ero a pesca su per i monti con un amico che non vedevo da tempo. Uno pronto ad abbandonarsi con squisita ingenuità a qualsiasi suggestione gli si pari davanti. Uno che non ha problemi a negare quel che ha fatto fin a ieri perchè la sua non è una sincerità costurita; è una sincerità che non teme di mostrarsi ipocrita e voltagabbana, anzi, non può evitare di farlo, perchè è una sincerità umorale, non è la posa di uno che, dopo aver a lungo riflettuto, si rende conto ch'è più conveninte, in termini di consenso, dare in pasto al prossimo un'immagine coerente di se. (infatti nessuno lo sopporta, perchè l'ingenuità squisita non riesci a coglierla nel breve, ti fermi alla sua rappresentazione immediata, un'invadente e grossolana sbruffoneria). Io, all'ultima che ci avevo parlato, m'ero dovuto sorbire tutte le scempiaggini facilone e gli slogan che aveva ingurgitato al circolo di Forza Italia. Vedendolo impippato con la partecipazione - come e peggio dei liceali "impegnati" che fin a nemmeno un'anno fa odiava - e destinato ad una carriera da galoppino di qualche politicante di provincia, m'ero abbandonato a quel perverso ragionamento per cui quel che a te fa ribrezzo non puoi accettarlo come buono per l'altro, e l'avevo commiserato. Ieri me lo ritrovo davanti tutto fremente di comunicarmi le sue nuove teorie (dice sempre così, “teorie”. Il gusto per l’understatement manco sa cos’è: te le srotola convintissimo del loro incompreso valore) e logorroico come non mai. Siccome che alle cinque e trenta del mattino, mentre guidi per stradine di montagna, non sei proprio concetrato e pronto d’idea, ascolti – non puoi far altro. E scopri che per vie tutte sue, empiriche e traverse, s’è convinto di una cosa invero abbastanza banale e scontata, ovvero che la politica - e, più in generale, il potere - tende all'autoconservazione. L’ha presa come una rivelazione divina arrivata dal suo io. Ma non credete che sia megalomane: s’accontenta di far di se stesso il proprio Dio, e di seguire ciecamente i consigli di quest’ultimo senza forzarsi ad una insincera autocritica. Così scopri che a Forza Italia non ci mette più piede, come anche in una qualsiasi discoteca o luogo di ritrovo. Scopri che quell’autocritica che noi scafati facciamo prendendo a prestito argomentazioni che non sentiamo nostre, lui la chiama Cultura, e dice che dobbiamo liberarcene. State attraversando una valle poco o niente urbanizzata quando guarda rapito fuori dal finestrino aperto – col freddo boia che fa all’alba su pei monti – e dice che bisognerebbe stabilirsi li, vivere d’agricoltura e tagliare i ponti, non solo metaforicamente (abbiamo appena attraversato un ponte fatto saltare a guerra ormai terminata da gente d’uno sperduto borgo che dai conflitti s’eran sempre tenuti alla larga, gente che era arrivata al 25 senza sapere cosa fosse il fascismo, gente che, forse, non voleva nemmeno sapere cosa fosse la democrazia). Capisci che, adesso come adesso, lo farebbe davvero. Non ci fosse la strada asfaltata ed i suoi genitori con la casa di vacanza due chilometri più sotto, davvero fuggirebbe in quella valle. Siccome che le vocazioni e gli assoluti ti angosciano, ti rifugi nell’ironia. Fingendo interesse per il “progetto”, consigli però una buona dose di cinismo; ti rirovi a dire, più aspro di quanto vorresti: "Potremmo vivere come cazzo vogliamo prendendoci quel che ci serve, invece che producendocelo. Se gli altri stanno sbagliando, tanto vale liberarci anche da ogni remora buonista, e sfruttare il loro stolido dedicarsi al lavoro ed all’arricchimento: una puntatina a rubare al paese ogni tanto… i boschi li conosciamo meglio dei cinghiali, armi ne ho… che provino a prenderci!". Ovviamente reagisce male; è piuttosto seccato: “Non mi prendi mai sul serio”. Per un attimo ti vergogni del sarcasmo, ma poi ribatti: “Tu mi diventi pericoloso, se ti do corda... ti devo tener coi piedi per terra, io” “Guarda che non sono mica matto, anche se poi devo dirti una cosa sui matti”. Ma non hai intenzione di svestirti della corazza d’ironia. Provi a raffinarla un poco, però. Ti viene da tirare in ballo Rousseau coll’Emilio, ma poi eviti perché ricordi quanto è avido di citazioni - ricordi che ti crede un gran sapientone e la parte del sapientone t’imbarazza alquanto. Allora gli fai notare che sembra un hippy anni sessanta che vuol fondare una comunità anarchica, perché ricordi anche che, almeno dal punto di vista estetico del discotecaro, il genere non gli è gradito. Ma è peggio: siccome che di teoria è acerbo, non s’era accorto che la sistemazione delle sue nuove teorie è tutta lì, nella cara, vecchia anarchia. E così, in cinque secondi, hai creato un convinto anarchico. Poi parte con la storia di un matto che ha conosciuto. Secondo lui, i matti hanno ragione (ragione riguardo a cosa? Non osi interrompere). Se diamo al termine di matto un’accezione negativa, i matti siamo noi, spiega. Pure questa non è nuova. Ma taci ammirato al cospetto di cotanta ingenuità, perché lui è convinto di aver osato chissà quale azzardo: fino alle scuole superiori, infatti, lo ricordi come piuttosto conformista e chiuso sui temi, diciamo così, “sociali” - non proprio come tua nonna, ma insomma: quasi. Eravate forse in terza liceo quando, durante una di quelle magnifiche ore di religione in cui vi accapigliavate sovrastando il povero e sconvolto prete, il tuo amico aveva affermato che i criminali il crimine ce l'han nel sangue - roba genetica, insomma. Al che dall'ultima fila, quella dei bulli, era partito un efficace sbeffeggio che mischiava il suo cognome con quello di Lombroso; subito, dalla prima, quella dei secchioni, avevano risposto soffocate risa e commentini sottobanco - noi altri, folla d'ignoranti, non avevamo capito il paragone. Egli s'era inviperito doppiamente: per lo sbeffeggio potenzialmente collettivo (se avessimo saputo chi era Lombroso, avremmo riso tutti) e perchè non l'aveva capito. Fu con ogni probabilità l'evento che rese inevitabile il distacco da mamma classe, così come la conversione ad un pensiero unico uguale e contrario. Ed è proprio perchè ricordi tutto ciò che riconosci come sincera questa neonata smania distruttiva nei confronti della convenzioni. Per cambiare radicalmente idea, gli è bastato conoscere un matto - un matto che, tra le tante, ha anche sparato addosso a della gente - un matto, giustappunto, distruttivo, non un matto innocuo, simpatico biglietto da visita da tener in tasca per accreditarsi come alternativo. Vorresti esserne capace: le tue convinzioni, invece, sono talmente sedimentate che niente le potrà mai spazzar via; al massimo, vi si sovrapporrà un nuovo strato. Poi attacca con la storia dei puri che non sono corrotti dalla cultura. “Guarda che è Pasolini”, l’interrompi subito. Scommetteresti che egli, pur non sapendo cosa Pasolini ha scritto, ricordi come se ne riempivano la bocca quei compagni verso cui fino all’anno scorso riversava tutto il suo astio. Sei ancora spaventato dalla vocazione e tenti d’insinuare dubbi in modo scorretto, facendo leva sulle passate antipatie. Come niente fosse. Oggi, potresti dargli del comunista senza temere reazioni violente – e se avete almeno un poco intuito il tipo, potete farvi un’idea di quanto fosse infervorato, ieri. Poi t’accorgi che in fondo il Pasolini della situazione, quello che si dice ammirato dalla sincerità per nascondere il senso di superiorità, in questo momento, sei tu: e ti stai antipatico da solo. Manco a farlo apposta la radio trasmette “Quattro amici” di Paoli: ti senti come il vecchio che, dal tavolo accanto, ascolta i ragazzini discutere d'anarchia davanti a due coche e due caffè, solo che hai la loro stessa età. Al bar del paesello di merda dove vi siete fermati a far colazione - quello dove vi fermavate anche quando andavate in motorino, che apre alle sei anche a caccia chiusa e nessuno sa perché – dai una scorsa veloce al quotidiano locale. Da un’intervista a non so più chi ti balza all’occhio una frase di Tolstoj: “Chi non è anarchico a vent’anni sarà un imbecille nella vita”. Temi che abbia ragione. Cerchi di convincerti che, in fondo, la tua è un’anarchia soffusa, che ti coltivi senza clamori, come una cosa tanto cara da non poter essere condivisa con nessuno. Ma non è vero: a quattordici anni eri troppo spaventato per essere anarchico, a diciotto, troppo ragionevole. Speri di non diventare un imbecille nella vita.

Pubblicato il 29/4/2007 alle 21.43 nella rubrica Racconti.

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