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Favola moderna e di cattivo gusto

Un giorno, la fatina Ridarella incontrò la fatina Lacrimona, che piangeva seduta sopra un ceppo d’abete al limitar del bosco. Entrambe, in precedenza, avevano incontrato, nel cuore della Selva Oscura, l’orco Gattuso che raccontava favole ai bambini obesi d’una casa-famiglia (essi erano obesi poiché le educatrici, per tenerli buoni, li ingozzavano con DanetDanone – troppobbbuono, quagliò – e Fanta, dicendo loro che, mangiando cotali schifezze, sarebbero diventati tutti come Inzaghi, Ferrara e Totti – bastava, dopo il pasto, bere ettolitri di acqua Rocchetta - invece, grassi com’erano, perdevano anche dal collegio dei futuri frati di clausura). Entrambe le fatine – che erano decisamente molto avvenenti – s’erano fermate ad ascoltare l’orco, nascondendosi dietro alcuni grandi tronchi, ma egli, spasmodicamente concentrato nella difficile lettura, non ne aveva avvertito la fatata presenza. Erano passate alcune ore, e le creature del bosco conoscevano la favola solo fino al “C’era una volta”: l’orco Gattuso s’impappinava ripetutamente prim’ancora d’aver terminato la frase iniziale e perciò i bambini lo deridevano. Egli s’incarogniva, ma continuava nel suo sforzo, poiché il mister gli aveva ordinato di non mangiare ne malmenare i bambini (tranne quelli del gigante Materazzi, che l’aveva specificatamente richiesto per forgiare i pargoli alle durezze della vita e dei crani altrui). Per dar sfogo alla tensione, l’orco acchiappò al volo un passerotto e lo mangiò con gran stridore di denti e scricchiolio d’ossicine. I bambini inorridirono, ma egli ribattè: “Embè, che storia è questa? Se lo fa una rockstar inglese è figo e se lo fa un orco di Reggio Calabria è orribile?”. Poco dopo giunse correndo dannato e disperato il folletto Del Piero, che si lagnò con voce stridula: “Il mio uccello! Il mio povero uccello!”. Subito comparve da dietro un cespuglio la ninfa Chiabotto, ignuda, che, ridendo di risata argentina e canzonatoria, gli gridò: “Il tuo uccello, caro mio, perde colpi”. Sentito ciò, due gemellini obesi, tifosi del Napoli, si avvicinarono al folletto come per consolarlo, ma, giunti al suo cospetto, urlarono all’unisono: “Tiè!”. Il folletto si diede al loro inseguimento, distraendosi; nel mentre, da un grosso cespuglio uscì l’elfo Maradona, steso sulla lettiga ed intubato. Il folletto, agilissimo, in nemmeno dieci minuti prese, legò ed imbavagliò i due gemellini. L’elfo, pur non potendosi muovere, in nemmeno dieci minuti mise incinta la ninfa Chiabotto. Vedendo ciò, una vecchia suora che l’accompagnava si lanciò a sua volta sull’elfo Maradona, il quale, volendo morire in bellezza, si staccò il respiratore appena in tempo. Nel frattempo, l’orco aveva ripreso a raccontare. Entrambe le fatine s’erano messe a ridere, ma in diversa successione. L’orco, sentendo le risa dela fatina Helena - non si chiamava ancora Ridarella - e non riuscendo a capire donde provenissero, s’era ancor più incarognito. La fatina Helena, infine, correndo con leggiadria e nascondendosi da un tronco all’altro, s’era allontanata lasciando nel bosco la scia della sua derisoria risata. L’orco, indispettito, aveva ripreso la faticosa narrazione. Poco dopo, egli avvertì una nuova simile risata, e si preparò. Memore dei consigli del mister, s’immaginò che la fatina fosse un pallone, e, quando l’individuò, ringhiando si diede al suo inseguimento, in breve catturandola. Il mister gli aveva dato precise indicazioni su cosa fare del pallone (tosto passarlo al satiro Pirlo senza tergiversare), ma non si era espresso riguardo le fatine, e quindi l’orco Gattuso non sapeva cosa fare della magnifica creatura silvestre. “Prova a pensarci bene” disse la fatina Jessica – che non si chiamava ancora Lacrimona - “se il mister t’ha ordinato di non malmenare i bambini, ne consegue che tu non debba fare del male ad alcuna creatura indifesa”. Purtroppo per la fatina, l’orco non pensava niente (tranne quando dottamente discuteva di letteratura e del neorealismo italiano) e quindi, aiutato da un contadino di passaggio, diretto agli studi d’un nuovo programma televisivo, che la tenne ferma sotto minaccia di lapidazione, fece quello che l’istinto gli suggerì di fare. Da ciò le lacrime. Qualche tempo dopo, incontrandola al limitar del bosco, la fatina Ridarella suggerì alla fatina Lacrimona di andare dai carabinieri a denunciare il fatto, ed ella seguì il consiglio. I carabinieri arrestarono l’orco Gattuso e lo misero dietro le sbarre del canile. Venne l’anno tremilaedieci e, con esso, i fantamondialissimi di pallacalciata. La squadra della Selva Oscura, giunta in finale contro la squadra del Galletto Eterno, era consapevole della propria inferiorità e decise di far uscire dalla gabbia l’orco Gattuso giusto il tempo di fargli disputare la partita. Egli, al fischio d’inizio, scattò in direzione del tunnel ed imboccò l’uscita. Il pubblico mormorò indignato, ed egli ribattè: “Embè, ma che storia è questa? Se è un nero coi piedi buoni lo incoraggiate a farlo, se è un orco di Reggio Calabria lo disprezzate perché l’ha fatto?”.

Pubblicato il 23/4/2007 alle 22.22 nella rubrica Racconti.

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