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SOCIETA'
Automobiliti / La MFI
13 gennaio 2008

Tratteremo oggi, finalmente, di una specie di automobilista esclusivamente femminile, la MFI (Madre di Famiglia Indaffarata), che si riproduce non per partenogenesi, bensì per incrocio con un esemplare di “Mercedesdotato Classe C”, detto altrimenti “titolare di piccola/media impresa del Nord”. La MFI è dotata - oltre che del suddetto Mercedesdotato, il quale è presenza famigliare fugace - di un numero di figli sufficiente a tenerla impegnata per tutto il tempo lavoro escluso, di un lavoro part-time di scarso interesse e retribuzione, e della cosiddetta macchina famigliare. E’ quest’ultima un’auto di gusto indubbiamente femminile e di agile guida, come, per esempio, una Chrysler Grand Voyager, una Kia Carnival oppure, più raramente, un Iveco acquistato usato dai contrabbandieri sloveni di profughi, in cui vengono ammassati i figli. I figli procurano alla MFI circa centoventisette brevi viaggi automobilistici al giorno, tra lezioni di danza classica, di nuoto, di karate, di musica, ritrovi scout, catechismo, serate in parrocchia, serate a casa degli amichetti, pomeriggi a casa degli amichetti, scuola, dopo-scuola, prima-scuola, recite parrocchiali, recite scolastiche, recite comunali, festa di carnevale, dolcetto o scherzetto, lezioni al maneggio, esercitazioni di judo, tauromachia, shopping, lezioni di hip-hop, allenamento di calcetto e di minibasket, partita di calcetto e di minibasket, budjee-jumping, yoga, Yoghi, torneo di pallavolo, più molte altre che sicuramente dimenticherò. Si tenga presente che il numero di figli della MFI è, mediamente, pari a uno – numero comunque più che sufficiente a svolgere tutte le sopraccitate attività nell’arco della settimana. Questo avviene perché la MFI vuole – ufficialmente – il massimo per suo figlio (ufficiosamente, perché vuole che suo figlio diventi più intelligente di quello delle amiche). L’opinione del figlio è trascurabile; tra l’altro, egli è troppo occupato per farsene una.
Osserviamo ora lo stile automobilistico della MFI. Ella – è bene chiarirlo subito - guida male. Nel traffico procede a scatti, grattando e frenando con la delicatezza di un’elefante; sulle strade extraurbane riesce a raggiungere i quindicimila giri in terza, per la costernazione e l’incredulità di meccanici, fisici e progettisti d’automobili. Oltretutto, a causa delle ragioni inizialmente esposte, la MFI è sempre di fretta e quindi guida male, sì, ma a velocità supersonica. La MFI è quindi pericolosissima, però non fa mai incidenti.
Perché sarebbero una perdita di tempo.
Il primo grande nemico della MFI è il posteggio, che non è un luogo, bensì un’entità onnisciente, un essere dotato di coscienza propria, costantemente intento a sottrarsi all’incontro con lei stessa. Indi, quando lo incontra, la MFI lo aggredisce senza manovre in retromarcia, lo guarda dritto in faccia e lo occupa con la tecnica ruota-marciapiede. L’autoveicolo della MFI è perciò riconoscibile dalla mancanza del cerchione anteriore destro e da costanti problemi di convergenza.
Il luogo ove la lotta della MFI con gli altri automobilisti si fa più aspra è l’uscita delle scuole elementari o medie, poiché ella si trova in presenza densa di sue simili. Per prima cosa, la MFI conquista il posteggio più vicino all’uscita della scuola spodestando il Vecchio Nonno Ausiliare del Traffico, il quale è un essere lento, lentissimo, e alto spesso meno degli stessi scolaretti (alcuni etologi sostengono sia imparentato con l’Uomo Talpa), tanto che spesse volte viene - si spera inavvertitamente - preso sotto dalla MFI. Successivamente, ella scende dall’automezzo e si apposta in posizione atta a catturare il figlio prima che possa salutare i compagni; acciuffatolo, lo solleva del lieve peso (42kg) dello zainetto, lo prende sotto la sua ala protettiva, curando premurosamente che non venga investito durante l’attraversamento della strada, gli apre la portiera sempre attenta al passaggio degli autoveicoli, lo fa salire, si assicura che allacci la cintura, gli dedica alcune dolci parole, si mette al posto di guida ed infine parte sgommando e rischiando di fare strage degli altri centoventisei bambini presenti sulla carreggiata, che il suo sguardo laser bionico (presente “Terminator”?) identifica inequivocabilmente come “perdite di tempo ambulanti”.
Il secondo grande nemico della MFI è la professoressa delle medie, altra causa di altre enormi perdite di tempo (sotto forma di file per le udienze), nonché della rivelazione che il figlio non è più intelligente di quello delle amiche. La MFI vorrebbe infatti due minuti di fila, ma anche due ore di colloquio con la professoressa - colloquio in cui il figlio deve essere fatto oggetto di sperticate lodi. Presa coscienze dell’impossibilità che il desiderio di decine di MFI si realizzi contemporaneamente, ciascuna MFI tenta di prendere sotto le altre con la macchina.
Si era accennato al marito della MFI, precisando che questo doveva essere titolare di piccola/media impresa del Nord. La spiegazione è più semplice di quanto possa sembrare: essendo che gli impegni di un figlio di MFI necessitano di una spesa mensile pari a 4716 (quattromilasettecentosedici) Euro, un padre impiegato non potrebbe mai aspirare a sposarne una. Il figlio della coppia d’impiegati cresce perciò libero, impara a scegliersi la giornata e fa amicizia con il vicino di pianerottolo, invece che il compagno residente dalla parte opposta della città. Per queste ragioni, egli sovente diventa molto più intelligente dei compagni di classe figli di MFI. Ciò causa crisi isteriche alle dette MFI, che, disperate, mandano il figlio dallo psicologo infantile, oppure lo iscrivono ad un corso di preparazione del sushi in salmì, oppure - soluzione un pelino più drastica - lo aspettano all'uscita della scuola e lo prendono sotto con la macchina.
Una sottospecie piuttosto rara ma - automobilisticamente parlando, s’intende - pericolosissima di MFI è la MFINC (Madre di Famiglia Indaffarata NeoCatecumenale). Quest’ultima permette ai figli, per ragioni religiose e culturali, di svolgere un numero assai più ridotto di attività, ma compie quattrocentosette brevi viaggi automobilistici al giorno poiché al dimezzamento delle attività compensa la decuplicazione del numero di figli.
La MFINC ha difficoltà a riconoscere due cose: i figli, i quali vivono con il nome scritto in fronte a pennarello e un’agendina appesa al collo; l’autorità della polizia stradale e dei vigili. La velocità di crociera media della MFINC è infatti di 93 km/h.
In centro storico.
Fuori, un’equipe di fisici sta stabilendo di quanto sia più veloce di quella della luce.
Se la MFINC trova posteggio e poi si accorge che è presente un cartello di “passo carrabile”, ella, sporgendosi dal finestrino, strappa il cartello.
A morsi.
Il momento di maggior tensione della MFINC è, come sempre, l’uscita dalla scuola. Ella, nella grande confusione, deve infatti ricordarsi quanti e quali figli prendere su da ciascuna scuola, tenendo sempre a mente quali invece prendono il pulmino della scuola. Ciò rischia ogni giorno di farla impazzire. Infatti, spesso, le MFINC impazziscono, spodestano l’autista del pulmino e si dirigono con quaranta bambini all’”Acquario Internazionale di Genova”. I figli della MFINC vengono temporaneamente affidati all’autista del pulmino dalla Polizia, la quale sa come vanno queste cose e, alle denuncie per rapimento, non risponde, aspettando che, a sera, i bambini vengano riconsegnati. Purtroppo, solitamente già all’andata e prima del Passo del Turchino, dei quaranta bambini cinque muoiono di vomito e venti di paura.
Non esistono, purtroppo per gli altri automobilisti, metodi semplici per riconoscere, mentre è in viaggio, la macchina famigliare appartenente alla pericolosissima “Madre di Famiglia Indaffarata NeoCatecumenale”. Essa infatti si distingue da quella della semplice MFI per un unico, piccolo particolare, difficilmente osservabile alle consuete altissime velocità cui si muove, spesso prossime ai 170 km/h. Ed è questo: appeso allo specchietto retrovisore, penzola un Cristo Crocifisso con le mani nei capelli e un’espressione simile all'"Urlo" di Munch.

CULTURA
Automobilisti / GF, TR
15 agosto 2007

Il GF (Giovane Figo) è di sesso maschile ed ha tra i diciotto e i ventisette anni. Possiede una Wolgswagen Golf. Con spudorato sprezzo della fantasia, è dalla fine degli anni ’80 che i GF comprano Golf. Complice la ripresa d’immagine della Fiat, qualche GF, oggi, guida un’Alfa 164, e i GF poveracci una Punto 1600 Turbodiesel nera. Ma sono trascurabili frange estremiste nazionaliste; gli altri hanno tutti la Golf. La Wolgswagen, non riuscendo a capacitarsi del successo di una macchina con un nome così deficiente, sperando in un ancor più grande successo, mise in circolazione la Lupo, che aveva un nome - bisogna ammetterlo - fighissimo. Niente di niente. Allora, titubante, tentò con un nome analogo al primo: Polo. Ancora niente. Non capì che per rompere l’incantesimo doveva modernizzarsi: in questo mentre, un team di avvocati sta studiando la possibilità di mettere in commercio, identiche (telaio della Lupo e motore cinese), una Wolgswagen ZE (Zaino Eastpack) a diecimila euro, e una Wolgswagen SC (Scarpe Prada) a trentamila euro.
Il GF conduce la macchina dal nome deficiente da vero deficiente. Egli guida sempre così: quando ci sono gli amici perché ci sono gli amici, quando ci sono le ragazze perché ci sono le ragazze, quando è da solo per allenare il piede, le mani e la faccia (deve imparare, oltre che a guidare forte, a mantenere una espressione rilassata anche quando si sta cagando sotto, perché consapevole di non sapere guidare forte. Il GF, quando guida, ha sempre la mimica tranquillamente decisa e ferma di un attore famoso che procede ai quaranta allora su Hollywood Boulevard). Il GF, nel settanta per cento dei casi, muore quando non è più GF; nel cinque per cento dei casi, viene dato per disperso in un concerto di Vasco; nel venticinque, muore quando è ancora GF. In una strage del sabato sera. Nessuno sa, però, che le stragi del sabato sera tardi sono provocate da cacciatori della domenica mattina presto, che escono di casa rifiutandosi di bere il caffè perché il caffè, per antica consuetudine, si prende al bar facendo previsioni per la giornata. Il cacciatore, quindi, sta procedendo perennemente in biblico tra Morfeo e lo stato desto quando intravede un lepre sulla strada (la lepre - alcuni di voi potrebbero non saperlo – percorre lunghe distanze proprio sul finire della notte e, se inseguita, procede senza lasciare la carreggiata, poiché le appare una via di fuga più comoda). A questo punto, il cacciatore da’ addosso alla bestiola, accelerando, cambiando corsia, frenando… egli per lungo tempo procede a zig zag, sempre mancando goffamente il roditore, quindi si addormenta un secondo, schiacciando il clacson con la testa cadente. Risvegliatosi con una ruota già nel canale, prontamente risale in pista sobbalzando, e di nuovo cambia corsia, accelerando a manetta perché è stato distanziato. Alza infine gli abbaglianti, che confondono l’inseguita, facendola rimanere nel mezzo della strada, ormai nel mirino del cacciatore lanciato a tutta. A questa furia si trova di fronte il GF. Terrorizzato, egli tenta di evitare l’auto che si butta a lui incontro, impazzita. Vi riesce all’ultimo secondo, investendo la lepre, uscendo di strada e morendo schiantato contro un albero. Il cacciatore, che non s’era nemmeno accorto del sopraggiungere della Golf, si ferma, raccoglie il roditore, si complimenta con se stesso per l’abilità, lo nasconde nel baule per spacciarlo come bottino della giornata al bar la sera, e riparte. Sul posto arriva la polizia, la quale, esperta, vede bene, nel verso opposto a quello dell’auto accartocciata, i caratteristici segni di pneumatico e, poco prima del luogo dell’impatto, la chiazza di sangue e pelo di lepre. Eppure, tace le reali ragioni dell’incidente e sentenzia che, per essere andato fuori strada da solo su un rettilineo, il giovane doveva per forza essere bevuto, cannato e forse anche fatto di coca. Tutte le precedenti informazioni non vengono rese note per ordine superiore della lobby dei politici proibizionisti, collusa con la malavita dello spaccio e con i direttori di Telegiornali, che devono avere qualche immagine forte per il Tg di mezzogiorno della domenica, notoriamente fiacco.
Il GF, a ventotto anni, si evolve nel TR (Trentenne Rampante). Si evolve proprio come un pokemon, e gli cresce la coda. Il TR ha infatti comprato l’Audi A4, oppure la BMW serie 5, auto che appunto hanno, diversamente dalla Golf, la coda. Il TR è in tutto simile al Giovane Figo. Va forte uguale, solo che, ormai, non deve più controllare la mimica facciale, perché ha imparato a guidare. Si esercita perciò ad inserire, nell’espressione sicura da attore, un sottofondo riflessivo e saggio, più consono alla posizione sociale e professionale raggiunta. Ma non vi riesce. In sottofondo, evidentissima, sta’ la disperazione più cupa: il Trentenne Rampante tra due mesi passa di grado, e tra quattro si sposa.


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SOCIETA'
Automobilisti / Il Solitario
11 agosto 2007

Questa specie di automobilista è autoctona di ogni territorio situato ad almeno quattrocento metri sul livello del mare. Il solitario non è sposato; talvolta ha un figlio, che si rifiuta di incontrare fino al momento in cui, non più in grado di rinnovare la patente, si vede costretto a cercare aiuto. Spesso non ha altri parenti prossimi; se li ha, li detesta e fa in modo che essi abbiano in chiaro la cosa (e, se li incrocia per strada la notte, tenta d’investirli). Il Solitario può essere un civile rinselvatichito, ma più spesso è un selvatico molto poco civilizzato. Occupa una topaia poco fuori dal paese; da giovane abitava uno sperduto casolare raggiungibile solo a piedi. Per questo motivo, egli ha preso la patente a trentatre anni. Gli ultimi esemplari di Solitario ancora in vita hanno almeno 65 anni. Misogini e taciturni, aprono bocca solo per sputare insulti, emettere sentenze caustiche, oppure dire cose estremamente argute ed intelligenti, che però nessuno capisce, essendo i bar di paese territori governati dal luogocomunismo più sordo. Quasi sempre il Solitario è cacciatore; frequentemente è anche pescatore e fungaiolo di frodo. Egli non è mai in casa e divide il suo tempo tra luoghi aperti qualsiasi (con preferenza per quelli non urbanizzati) e, come giustappunto dicevo, bar. Il Solitario non ha un bar fisso, poiché in ogni bar della valle ha litigato con almeno tre persone: il proprietario, l’avventore più assiduo e un altro di passaggio. Perciò lo si vede spesso nei locali appena aperti (discopub, cocktail bar, ecc.) e frequentati soltanto dalla giovane fauna locale. Egli osserva la gioventù e ne è disgustato: il Solitario è infatti un reazionario anarchico. Dei nuovi costumi ha adottato solo quello che meglio si accorda con la sua trasandatezza, ossia il tenere i capelli lunghi e incolti. Poiché fuma quattro pacchetti di MS al giorno e si lava con cadenza settimanale (in estate, perché in inverno non si lava proprio), i capelli del Solitario acquistano, con l’azione del fumo, il caratteristico colore giallognolo che permette di riconoscerlo quando è al volante dell’automobile. I Solitari possiedono, nel 90% dei casi, una Panda 4x4 1100 color bordeaux, negli anni ripetutamente e malamente dipinta di verde, a foggia militare. Degli altri, l’8% possiede una jeep 4x4 due posti, acquistata usata sul finire degli anni ottanta ed ormai inservibile, che produce fumo nero pari alle emissioni totali del Lichtestein ed in salita tiene al massimo la seconda, mentre il restante 2% circa ha comprato la Panda nuova. Il terzo indicatore di presenza del Solitario, oltre ai capelli gialli e all’auto (poco indicativa, vista la diffusione endemica della Panda nelle zone montane), è il finestrino completamente abbassato anche a Gennaio (per via dei cicchi di sigaretta che getta fuori ancora buoni). Il Solitario guida addirittura peggio dell’Uomo col Cappello ed ha molta meno abilità nel parcheggiare e nel far manovra, poiché l’occhio sugli spazi si fa da giovani e il Solitario, da giovane, andava a piedi. Però guida fortissimo, specialmente in discesa, dove porta alle estreme conseguenze la tecnica del freno motore mettendo in quarta, accavallando le gambe e tirando boccate dalla sigaretta, che tiene tra medio e anulare della mano destra e porta alla bocca con gesto plateale. Il solitario ha sprezzo del pericolo e della vita. Esclusi i parenti, egli soprattutto odia chi scrive sull’asfalto frasi tipo “PASSAGGIO BAMBINI, VAI PIANO!” oppure “CURVA PERICOLOSA, SUONARE!”: il Solitario suona solo quando, in un tratto di strada stretta, incrocia un altro autista che non si butta da parte con la dovuta prontezza. Il Solitario non muore mai di morte naturale, a meno che non si consideri causa naturale una cirrosi epatica diligentemente costruita bianco su bianco. Egli muore in un incidente di caccia, per una caduta da un dirupo (o, in età avanzata, dalle scale di casa), oppure per un imprevisto volo invernale nel fiume, con conseguente polmonite fulminante. Ha una particolare predisposizione all’investimento casuale di animali selvatici – alcuni dicono una particolare (e non casule) abilità. Per questo motivo, buona parte dei Solitari trova accidentale morte nell’investire un grosso cinghiale. Gli appena citati fautori della teoria della non casualità sostengono che il Solitario compia l’ultimo investimento volontariamente, ritenendo egli lo scontro impari tra i novantacinque chili scarsi della Panda ed i centoquaranta dell’anziano verro (anch’egli solitario) l’unica forma degna e non patetica di suicidio.


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SOCIETA'
Automobilisti / UCM, UCD, MUC, MUCV, MUCVMNA, Badante ucraina
7 agosto 2007

Partiamo con la star indiscussa di questa rassegna, l’Uomo col Cappello. Esiste un’ampia letteratura al suo riguardo, ed ormai tutti ne conoscono la pericolosità automobilistica. Di età superiore agli ottanta (l’Uomo col Cappello ha fatto la Guerra), risiede in un qualsiasi luogo non metropolitano d’Italia e veste nei più disparati modi, con l’unica costante del cappello di feltro (di paglia se agricoltore, e ancora di feltro se agricoltore alla domenica o il giorno del mercato). Egli guida una Fiat Tipo bianca (meno frequentemente, grigio scuro) alla velocità costante di quaranta chilometri orari, sia che si trovi su di un rettilineo a due corsie, sia che stia percorrendo una tortuosa carraia. Questo automobilista è classificato in due sottospecie: l’Uomo col Cappello Manco o UCM (che guida con la ruota sinistra oltre la riga di mezzeria) e l’Uomo col Cappello Dritto o UCD (che guida con la ruota di destra giù dalla banchina e vota l’UDC). Le due sottospecie sono sostanzialmente simili; l’unica differenza è che il primo non si può sorpassare, il secondo sì (pur con estrema cautela: l’Uomo col Cappello Dritto, senza soluzioni di continuità o motivi visivamente palesi e perciò prevedibili – per esempio una buca –, ogni tanto sterza vigorosamente a sinistra. Ciò avviene quando l’UCD toglie la mano destra dal volante per sistemarsi il cappello). Stupisce che ancora non siano stati inseriti quiz sull’Uomo col Cappello nell’esame per la patente; forse, aspettano che la specie si estingua. Non sanno, però, che in alcune remote lande appenniniche esistono Uomini col Cappello poco più che sessantenni (che non hanno fatto la Guerra), destinati a terrorizzare le strade di quelle valli per almeno altre due decadi. Mi permetto, perciò, di proporre io un quiz: “Cosa si deve fare quando ci si trova davanti un Uomo col Cappello Manco o UCM?”.
N°1 “Accostare e leggersi il quotidiano appena acquistato”; N°2 “Fermarsi al primo bar e attaccare bottone con la barista”; N°3 “Fermarsi al primo borgo, cercare un qualsiasi lavoro, mettere su casa in loco e, eventualmente, anche famiglia (possibilmente, con la barista)”. (La risposta esatta è la N°3)
Raramente l’Uomo col Cappello viaggia solo. Appollaiata sul sedile anteriore destro, spesso c’è la Moglie dell’Uomo col Cappello, più brevemente detta MUC. Questa specie misura in altezza 1,35 o, al massimo, 1,40 metri. Perciò, da dietro, è invisibile. Solo quando mette qualche cuscino sul sedile si può scorgere una chioma di media lunghezza, ben bigodinata e di colore argenteo metallizzato (in pratica una spugnetta di paglia di ferro), che si muove in senso orizzontale, spuntando ritmicamente alla destra ed alla sinistra del poggiatesta. Ciò è indice del costante disaccordo della MUC verso le asserzioni del marito, ed anche verso i suoi silenzi (in somma, verso l’esistenza stessa del marito).
Talvolta, la MUC ha la patente. Ella l’ha presa nei primi anni settanta, all’età di trentotto anni, non tanto sull’onda dei movimenti di emancipazione femminile, quanto per la necessità di scarrozzare per il mondo i figli appartenenti alla prima e frenetica generazione benestante, consumista e libera. Se vedete un automobilista fermo ai lati della carreggiata, intento a darsi schiaffi sulla faccia, è probabile che egli si sia convinto di avere le allucinazioni dopo aver incrociato un’automobile che avanzava sprovvista di conducente. Ebbene: era l’auto della MUC. La caratteristica più evidente della MUC, infatti, è di risultare invisibile agli altri guidatori (tranne che agli autisti di camion, i quali godono di una prospettiva più elevata). Ciò avviene poiché la MUC non può adottare lo stratagemma dei cuscini quando siede al posto di guida, pena il non arrivare ai pedali. Ella, quindi, procede con una visione molto limitata del mondo esterno all’abitacolo (più precisamente, limitata agli alberi intorno alla strada, alle case ed ai cartelli stradali sufficientemente alti), che la obbliga ad un costante lavorio mentale di stima della direzione della carreggiata, in base agli elementi laterali a lei visibili. Per questo motivo – e perché ignora l’esistenza di una marcia superiore alla seconda – la MUC procede ad una velocità massima di trenta chilometri orari, mantenendo una direzione atta a calcolare per aggiustamenti empirico-progressivi la distanza dai margini esterni, più comunemente detta “a zig-zag”. Anche la MUC non si può sorpassare. Ma c’è un però: poiché è costantemente in preda al panico, se si suona ripetutamente il clacson ella accosta (se c’è un canale, ci finisce dentro), rendendo agevole e piacevolmente liberatorio il sorpasso (soprattutto se è andata a canale). La MUC guida l’auto dell’UC, suo marito. Se è vedova, guida l’auto dell’UC con un santino dell’U (UC sprovvisto di cappello) appeso allo specchietto retrovisore. Se è vedova, malandata e dotata di una nipote in età adolescenziale, la MUC guida (in ordine di reddito decrescente del figlio/figlia, che gliel’ha regalata): una Mini rossa e bianca con bandiera inglese sul tettuccio; oppure una Lancia Y color ocra con finiture bordeaux; oppure una Reanault Clio Le Iene con megastereo. Se la MUCVMNA (Moglie dell’Uomo col Cappello Vedova Malandata e con Nipote Adolescente) sopravvive oltre le aspettative della suddetta nipote, costringendola, a differenza delle amiche, a muoversi a bordo di un motorino, quest’ultima si apposta fuori dalla casa della nonna e la segue quand’ella esce in auto. Giunti, dopo tre ore, presso una scarpata distante sei chilometri dal luogo di partenza, la nipote suona ripetutamente il clacson del motorino e la nonna finisce di sotto assieme alla Mini. I genitori, dopo il funerale, accendono a un mutuo per comprare l’auto alla figlia. Una Tipo usata. La figlia si suicida. I genitori, saputolo, si suicidano. L’UC ritorna a casa (era scappato con una badante romena dopo aver lanciato la Fiat Tipo giù dalla nota scarpata per simulare la propria morte), viene a conoscenza di tutto, compra una Mini bianca e verde (classica), abborda una badante ucraina e, finalmente libero da critiche, la sposa. Dopo tre anni di convivenza, l’ucraina incomincia a muovere orizzontalmente la testa mentre viaggia a lato dell’UC. L’UC, esperto e previdente, ormai soddisfatto della vita, si suicida. L’ucraina eredita il poco che c’era da ereditare, vende tutto e mette su un bar – col nome assurdo di Mini Bar - all’ingresso del paese. Dopo due anni, al bar si ferma un giovane avvocato, che aveva dato la patente con il quiz da me proposto – siamo ormai nel futuro! – e che si era trovato dietro ad un UCM. Sposa la barista ed hanno due figli. Quattro morti e un lieto fine.


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SPORT
Le venti regole del vero ciclismo amatoriale
18 maggio 2007

Tutto ciò che leggerete qui, da Fafintadiesseresani, è falso. Costui descrive una versione edulcorata e fiabesca del ciclismo amatoriale, che chiama ciclismo calmo. Il vero ciclismo amatoriale, quello praticato dalla maggioranza, è uno sport da cinquantenni frustrati dal quotidiano confronto con la vecchiaia, da ventenni che han provato qualsiasi altra attività sportiva con vergognosi risultati, da quarantenni misogini che non vogliono passare la domenica con moglie e figlioletti. Questo è il vero ciclismo, ed io riscrivo le venti regole per mettere in guardia coloro che volessero avvicinarsi a questo mondo spietato.

 

-          La prima regola del ciclismo calmo è che si deve parlare il più possibile del ciclismo calmo.

La prima regola del ciclismo vero è che si deve parlare il meno possibile del ciclismo vero. Il ciclista vero è scontroso, selvatico e ritiene la parola, sia orale che scritta, un mezzo di comunicazione da fighetti: per lui, l’unico metodo per comunicare con altri esseri umani ciclisti è la pedalata, e l’unica cosa che si può comunicare è la propria superiorità, o inferiorità. (lo scrivente, per aver violato la prima regola, finito il post si flagellerà con alcuni vecchi copertoni)

-          La seconda regola del ciclismo calmo è che caschetto e pattello sono essenziali.

La seconda regola del ciclismo vero è che ad essere essenziali sono le gambe. Il resto è fuffa. Il caschetto, tuttalpiù, può tornare utile al ciclista vero sorpassato, come proiettile da lanciare al ciclista sorpassante, per abbatterlo.

-          La terza regola del ciclismo calmo è che quando c’è da fermarsi ci si ferma e quando c’è da voltarsi ci si volta, quale che ne sia il motivo.

La terza regola del ciclismo vero è che non ci si ferma mai quando c’è da fermarsi, ovverosia un attimo prima dello stremo delle forze. Ci si ferma quando si scoppia, in modo tale che il luogo della sosta non sia deciso dalla pigrizia del ciclista vero, ma della sua debolezza. Questo luogo tende per natura ad esser lontano da bar, chioschi o luoghi ombrosi, a corrispondere ad incroci, attraversamenti stradali, cimiteri o processioni funerarie, ed è generalmente collocato a cinquecento metri dalla vetta, da casa o dall’automobile.

-          La quarta regola del ciclismo calmo è che l’unico che può decidere se c’è motivo di fermarsi o di voltarsi è il ciclista calmo.

La quarta regola del ciclismo vero è che l’unica a poter decidere se c’è motivo di fermarsi è la debolezza del ciclista calmo. Gatti, cani, cinghiali, ma – soprattutto – pedoni che  attraversano la strada, così come auto che sbandano o posti di blocco delle forze dell’ordine, non sono buoni motivi per fermarsi.

-          La quinta regola del ciclismo calmo è che, tornati a casa, si mangia e si beve.

La quinta regola del ciclismo vero è che non si mangia dopo la bicicletta, si mangia prima. Senza remore riguardo la quantità: il movimento fa digerire. Il cadavere del ciclista che, nel dopopranzo, mentre arrancava per una dura salita con due chili di peperonata nello stomaco e quaranta gradi sulla testa, era stato colto da colica, viene dai colleghi lasciato ai bordi della strada, a memoria della sua temerarietà (senza sepoltura e senza lapide, perché il ciclista vero vuole morire sulla strada ed ivi decomporsi, come le vittime dei suoi stessi nemici automobilisti, i gatti ed i ricci).

-          La sesta regola del ciclismo calmo è che non c’è distanza tanto breve o tanto lunga da non poter essere affrontata.

La sesta regola del ciclismo vero è che esistono molti percorsi troppo brevi o troppo facili da affrontare, che il ciclista vero snobba ostentatamente, ma non ne esistono di troppo lunghi o troppo duri. Qualora, se affrontato, uno di questi dovesse indurre il ciclista vero ad invertire la rotta, oppure portarlo ad arrivare a notte fonda, la colpa non è mai del ciclista vero, ma del percorso che, senza avvisare, si è allungato ed ha aumentato la propria pendenza, tendendo ad un livello di difficoltà pari a (+ infinito) e perciò derogando alla sesta regola del ciclismo vero.

-          La settima regola del ciclismo calmo è che bello è pedalare, ma bello è anche dormire all’ombra del sambuco.

La settima regola del ciclismo vero è che non si smette mai di pedalare, men che meno per dormire e, di certo, non per dormire all’ombra del sambuco, che è una pianta da fighetti. E’ consentito al ciclista vero, nel caso egli non abbia dormito nelle precedenti 240 ore, di coricarsi all’ombra del pino, che non è una pianta da fighetti. Se egli non riesce a prender sonno per via degli aghi, significa che è un fighetto e viene immediatamente radiato dall’albo dei ciclisti veri. La presente regola del ciclismo vero viene derogata qualora, mentre riposa all’ombra del sambuco, il ciclista vero beva sambuca dalla borraccia, riuscendo poi a risalire in sella senza perdere l’equilibrio (se non vi riesce, è un fighetto e pertanto viene radiato).

-          L’ottava regola del ciclismo calmo è che un ciclista che supera o che si lascia superare avrà le sue buone ragioni per farlo.

L’ottava regola del ciclismo vero è che il ciclista vero tenta di superare qualsiasi altro ciclista si trovi davanti, compreso il ciclista che l’ha appena superato. Se costui è anch’esso un ciclista vero, la cosa continua fino a che uno dei due raggiunge l’autovettura o l’abitazione, oppure finchè uno dei due muore per l’eccessivo sforzo. Non è prevista la possibilità che i due imbocchino strade diverse, poiché il percorso viene deciso dal ciclista momentaneamente in testa, in un alternato inseguirsi che solitamente porta i duellanti a trecento chilometri da entrambe le originarie destinazioni. Se il ciclista vero viene superato da un ciclista non-vero, solitamente quest’ultimo, dopo alcuni sorpassi, viene colto da un sentimento di pena nei confronti del ciclista vero e gli cede il comando. Se il ciclista vero viene sorpassato da un ciclista non-vero ma molto veloce, egli lo abbatte lanciandogli il caschetto, prima che l’eccesso di distacco renda impossibile vendicare l’onta subita.

-          La nona regola del ciclismo calmo è che si può essere contenti di metterci meno tempo, ma anche di mettercene di più, e persino di mettercene uguale, benché questa statisticamente vada considerata come un’evenienza poco frequente.

La nona regola del ciclismo vero è che si è contenti solo se ci si mette meno tempo. Non esistono alternative, tranne autoconvincersi che le precedenti volte si aveva impiegato un tempo di molto superiore.

-          La decima regola del ciclismo calmo è che se vuoi andare forte, devi cercare di farlo in salita, non in discesa.

La decima regola del ciclismo vero è che si va forte appena si può, il che equivale a dire che si va sempre forte in discesa, mentre solo occasionalmente si riesce a farlo in salita.

-          L’undicesima regola del ciclismo calmo è che non c’è frase che descriva il ciclista calmo meglio di questa: “Leggero, nel vestito migliore, senza andata né ritorno, senza destinazione. Leggero, nel vestito migliore, nella testa un po’ di sole ed in bocca una canzone”.

L’undicesima regola del ciclismo vero è che l’unica cosa che può descrivere il ciclista vero è la velocità della sua pedalata. La presente regola si deroga per la canzone “Girardengo” di De Gregori. Il ciclista vero, ovviamente, non si identifica in Girardengo, che era un fighetto ed aveva un nome del cazzo, ma nel bandito Pollastri, che aveva anche lui un nome del cazzo, ma almeno era un bandito.

-          La dodicesima regola del ciclismo calmo è che la vera immagine del ciclista calmo è quella che ha in mente, non quella che gli restituiscono l’ombra sull’asfalto o le vetrine cui passa davanti.

La dodicesima regola del ciclismo vero è che ci si può autoingannare fin che si vuole.

-          La tredicesima regola del ciclismo calmo è che se si sente male al culo è tutta salute.

La tredicesima regola del ciclismo vero è che si sente male al culo ci si incazza.

-          La quattordicesima regola del ciclismo calmo è che ci si porta sempre dietro il telefonino, la carta d’identità e cinque euro.

La quattordicesima regola del ciclismo vero è che non ci si porta dietro niente. Non ci si ferma al bar e si beve alle fontanelle (il ciclista vero ha un occhio radar allenato ad individuarle in un’area di due chilometri dal suo percorso); si chiama casa elemosinando un telefonata ai passanti; se si viene fermati dalla polizia poiché si è testimoni, vittime o cause di un incidente, si afferma di essere la reincarnazione di Marco Pantani e si fugge via.

-          La quindicesima regola del ciclismo calmo è che se si incontra un altro ciclista calmo tre parole sono troppe e una troppo poca.

La quindicesima regola del ciclismo vero è che se si incontra un altro ciclista non ci si saluta, ne, tantomeno, ci si parla. E’ ammessa l’emissione di un grugnito di soddisfazione in direzione del ciclista sorpassato.

-          La sedicesima regola del ciclismo calmo è che se piove si va, se fa freddo si va, se piove e fa freddo si accende il camino.

La sedicesima regola del ciclismo vero è che se piove si sta a casa e se fa freddo si sta a casa. Se piove e fa freddo si sta a casa ugualmente, ma si dice ai colleghi ciclisti che si è andati, per fare i fighi.

-          La diciassettesima regola del ciclismo calmo è che prima si sgancia il pedale, poi si cerca di smontare dalla bicicletta.

La diciassettesima regola del ciclismo vero è che prima si sgancia il pedale, poi si cerca di smontare dalla bicicletta. E’ ammesso tentare di compiere l’operazione inversa nel caso ci si trovi di fronte ad un pubblico di almeno cinquanta persone.

-          La diciottesima regola del ciclismo calmo è che bisogna sempre avere due camere d'aria di scorta. Attenzione: due.

La diciottesima regola del ciclismo vero è che non ci si porta dietro nemmeno una camera d’aria di scorta. Anche - e soprattutto - perché il ciclista vero non le sa cambiare. E’ ammesso che le porti con se per fare il figo.

-          La diciannovesima regola del ciclismo calmo è che è meglio essere troppo coperti che troppo poco.

La diciannovesima regola del ciclismo vero è che è inutile preoccuparsi del vestiario, poiché il clima dell’intera Terra viene determinato da un sistema di rilevazione e calcolo statistico, il quale valuta il vestiario dei ciclisti presenti in ogni momento per le strade della Terra e fa piovere o splendere il sole in base a quanti più ciclisti possono essere danneggiati. Il ciclista vero, conscio di tutto ciò, per fottere il clima fa diverso dagli altri ed indossa l’impermeabile a Luglio e la canottiera a Ottobre.

-          La ventesima regola del ciclismo calmo è che farne una prima della Sanremo e una dopo il Lombardia è cosa buona e giusta.

La ventesima regola del ciclista vero è che si inizia a pedalare ai primi di Giugno, appena prima del momento di maggior tempo libero, in modo tale che la stanchezza accumulata nelle prime uscite non abbia mai un momento per andarsene, a causa del successivo ed eccessivo carico di lavoro. Essa accompagna il ciclista vero fino a fine stagione. Il ciclista vero non è mai coscienziosamente allenato, ma è sempre stanco.

 


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permalink | inviato da il 18/5/2007 alle 0:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
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