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"Uno sceso dalla montagna con la piena"




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I diari del motorino / Non si è uomini davvero finchè non s'è dormito sotto un ponte (prolissa premessa)
1 febbraio 2008

     
In lontananza, l'abitato di Belnome, il quale, quattro secoli fa, aveva nome Merda

Prosegue la rubrica “R.I.P. – I Diari del Motorino”. Come sempre, scrivo per me, quindi sono onesto circa gli eventi; come sempre, evitate pure di leggere queste insulsaggini private ché nulla vi perdete.
Fine della quarta superiore. Abbiamo ormai la patente, ma non abbiamo la macchina. E poi è una questione di principio: l’ultima bravata in tenda s’ha da fare in sella ai pensionandi cinquantini. Dopo breve discussione, con A. concordiamo: se bravata ha da essere, tanto vale far le cose in grande.
E, stante le premesse, l’alieutica meta non può che essere una: il torrente Boreca.
Alcune informazioni preliminari. Innanzitutto, va detto che la Valle Boreca è, forse, tra le meno antropizzate dell’Appennino Settentrionale. Circondata da confini amministrativi contorti a causa dell’orografia – dallo stesso suo massiccio montuoso nascono, e si dipartono in ogni direzione, il Fiume Trebbia (PC), la Staffora (PV) ed il Borbera (AL) per il versante adriatico, il Brevenna ed il Vobbia (GE) per quello tirrenico -, incuneata tra Liguria, Emilia, Piemonte e Lombardia, si può definire il cuore dell’area culturalmente omogenea delle “quattro province”. Amministrativamente sotto il comune piacentino di Zerba (ben 107 abitanti), è automobilisticamente raggiungibile dal fondovalle della Valtrebbia, via Valsigiara e poi Zerba, oppure dallo spartiacque Trebbia/Staffora, via Passo Penice, Passo Brallo, Passo Giovà e Capannette di Pej, unica frazione con ricettività turistica. In valle ci sono, cosa rara in Appennino, boschi di castagni secolari, rimasti tali per la – appunto - secolare, ma ahimè abbondanata, opera umana; alla faccia di ambientalisti da salotto e verdi assortiti, fautori del non-intervento, i grandi alberi oggi soffocano, senza pulizia forestale. Pulizia che mai era disboscamento: la valle è, infatti, ancora completamente coperta da faggete e da castagneti, ad eccezione dei pascoli di Pej (dove resiste una delle poche comunità immigrate di marmotte appenniniche), del Monte Alfeo, del Lesima (1800mt, il più alto della zona) e del Passo Maddalena, unica sgangherata via per raggiungere gli abitati di Suzzi e Pizzonero (indubbiamente i più isolati), nonchè di pochi terrazzamenti strappati al bosco intorno a ciascuno degli undici villaggi, la gran parte dei quali, esclusi Belnome e Tartago che sono raggiunti dalla strada asfaltata, si spopola durante l’inverno. Quella formata dal Boreca è una valle dalle pendici a V assai ripide, per nulla addolcite dall’erosione glaciale, chiusa, scura, austera, di certo non spudoratamente affascinante come le valli circostanti, più soleggiate ed aperte agli ampi scenari; ciononostante, un suo fascino, che – passatemi i termini abusati - vorrei definire segreto e arcano, deve pure averlo, visto che è stata ampiamente nominata nella letteratura. Non voglio annoiarvi con le curiosità, mi limito a libri noti.
Ne “I nostri giorni proibiti” Pansa costruisce il racconto sull’affiorare del ricordo dei misteriosi fatti avvenuto nel campo di prigionia partigiano di Bogli, l’ultimo, il più alto abitato della sponda sinistra della valle; il luogo, infine visitato, è descritto cupamente certo per l’aleggiare dei terribili eventi passati, ma v’assicuro che allegro non lo è di suo. Questo pugno di case fu, con ogni probabilità, messo su da gente di Toscana ed infatti era, fino a mezzo secolo fa, abitato dalle famiglie Toscani e Toscanini: di Bogli sono originari Toscanini il direttore d’orchestra (che non per caso aveva tempra e fisicità tutte montagnine) e, più alla lontana, Oliviero Toscani.
Più recentemente, quel santone sinistro e pauperista di Paulo Rumiz fa tappa, nel viaggio descritto ne “La leggenda dei monti naviganti”, proprio in Valboreca, rimanendo colpito dall’abitato di Tartago, il più integro dal punto di vista architettonico. Quest’ultimo ed il capoluogo Zerba si dice derivino i nomi da Cartagine (Cartago) e Djerba: i soldati cartaginesi al seguito di Annibale, dopo la famosa “Battaglia della Trebbia”, mentre l’esercito risaliva la valle diretto a Sud, avrebbero fatto come i Visigoti in Valle Vajont: rimasti indietro, avrebbero svicolato dalla colonna e imboccato la stretta valle, colonizzandola. E qui faccio mio il commento che Paolini fa nel famosissimo spettacolo sul disastro della diga: se è vero, si son proprio scelti un posto sfigato forte.
Altra curiosità toponomastica è Belnome. Si narra – questa storia è totalmente infondata, ma la conoscono e ripetono tutti - che le genti del posto, assai selvatiche e legate ad una religiosità invisa alle autorità ecclesiastiche, furono visitate, per riportarle sulla via del cattolicesimo ufficiale, dal Vescovo di Bobbio, cittadina da sempre in territorio piacentino, ma che ai tempi era sede di autonoma diocesi (oggi, a Piacenza, dire “chiedilo al Vescovo di Bobbio” significa “ormai nessuno lo sa più”). Salito, a dorso di mulo, fino a Belnome, che allora si chiamava Merda, egli chiese, giustappunto, il nome del paese agli abitanti.
“Merda”, risposero duri quelli, mantenendo facce e atteggiamenti che, agli occhi dell’alto prelato, sembravano promettere rivolta, ma che, probabilmente, erano soltanto le facce di gente distrutta della miseria.
“Uh, che bel nome…”, commentò falso e timoroso il Vescovo di Bobbio, e se n’andò. Da questo brevissimo scambio d’opinioni deriverebbe il nome attuale.
Un paio di note faunistiche. In valle, secondo i manuali, è ancora possibile incontrare la salamandra pezzata, anfibio sensibilissimo all’inquinamento e quindi prezioso indicatore ambientale. Fidatevi di me che ho molto camminato sui greti dei suoi riali, alla ricerca di trote: non è solo possibile, è certo – anzi: in alcuni periodi, devi stare attento a non pestarle, da tante che sono. Passando a bestie più interessanti, tra gli anni ’80 ed i ’90, quando i lupi ricomparve massicciamente sull’Appennino Ligure, la valle diventò, com’era ovvio aspettarsi, loro rifugio d’elezione. A motivo della oculata scelta - l’informazione turberà i cari Verdi metropolitani e le varie associazioni “Amici del lupo” & co, ma non si può nascondere - non solo la sua scarsa antropizzazione, ma anche le residue attività umane quali il pascolo, tenuto principalmente intorno al Passo Maddalena da allevatori lombardi. Abbandonata questa attvità, guard’un po’, scomparse il lupo. Dell’argomento già dissi in un vecchio post, ma riprendo ora un aneddoto là solo accennato: l’ultimo lupo ucciso, quello posizionato sulla Statale45 all’ingresso del paese più grosso, Ottone, fu sparato proprio in Valboreca da un tale che stava in un cascinale isolato, un posto allucinante a mezza strada tra Artana e Bogli – un tale che, casi della vita, era stato studente di mia nonna.
Mia nonna infatti, maestra nemmeno ventenne ed al primo incarico, nell’immediato dopoguerra fu spedita proprio alla scuola elementare di Artana, classe unica, dieci studenti per tre famiglie. Nonna, che tutto era tranne persona di mondo o d’iniziativa - nonna che era abituata alla povertà, sì, ma una povertà tranquilla e senza drammi, deve aver vissuto l’esperienza come epica, almeno a giudicare dai racconti che mi fece. A partire dal viaggio d’andata: allora non c’era strada carrabile nella valle: il capolinea era Valsigiara, giù in basso sul fiume Trebbia. Nonna, portata lì dal fratello con un’automobile affittata, fu presa in consegna, come da precedenti accordi, dal mulattiere che la condusse, a dorso di mulo, fino a Zerba. Dal paese, nonostante le proteste timorose della ragazza – ché ancora ragazza era -, non proseguirono in dorso alle bestie sulla mulattiera che saliva, passando per Vesimo, fino a Pej, per poi gettarsi in basso verso Artana, la qualcosa avrebbe richiesto ore ed ore: caricati i bagagli sui muli, appiedati imboccarono la scorciatoia del sentiero a mezza costa. Sentiero facile e piano, è vero, ma stretto e con uno sbalanco sottostante che incusse grande paura alla nonna, la quale, lo ricordo bene, soffriva di vertigini al solo salire su una sedia. Raccontava nonna che tanto strinse la coda del povero mulo che la precedeva, che, giunta ad Artana, aveva le mani gonfie.
Nonna raccontava anche che ogni villaggio aveva una sua maestra. Lei era particolarmente legata alla collega di Pizzonero, sette case appollaiate sull’altro versante rispetto a Bogli, in posizione perfettamente speculare. Ogni due settimane passava un pomeriggio da lei, ed altrettanto quella faceva la settimana successiva. Per raggiungerla nonna doveva scendere nella forra del Boreca, guadarlo e poi risalire. Le prime volte, essendo il tratto di sentiero tra il torrente e Pizzonero particolarmente maltenuto ed aspro (oggi addirittura è una vaga traccia), ella, giunta vicino all’acqua, allungava il tragitto fino a passare sul cosiddetto “ponte romano” (il quale tutto è, tranne che romano). Li c’era – c’è ancora, diroccato - il Mulino di Suzzi, utilizzato dai quattro villaggi dell’alta valle, con la sua cascatella e la sottostante pozza verde smeraldo.
E’ questo un luogo magnifico, anzi di più, o meglio non solo. E’ cioè l’unico posto a cui associare termini come “spiritualità”, “luogo dell’anima” et similia non mi sembra forzato e scontato, inutilmente retorico o melenso (tanto per rendere l’idea: quando crepo, con quel che costeranno i loculi, mi faccio cremare e disperdere in quella pozza verde smeraldo). Un giorno, quattordicenne con al seguito un padre paziente, giunto a quella pozza mi venne la stramba idea di usar come esca una piccola salamandra pezzata (la qual cosa, tra l’altro, costituisce reato gravissimo): agganciai così la trota più grossa che abbia mai visto. Recuperandola, mi sentivo un novello Sampei, ma, come sempre avveniva nel famoso cartone animato, la trota spezzò tutto. Però, siccome Sanpei sempre torna a combattere coi pesci che lo hanno superato in astuzia, alla fine catturandoli, io lì ci torno ogni anno, con la speranza di riprenderla il più tardi possibili, e la certezza di liberarla…
(no, questa è davvero troppo retorica: a parte che magari è già morta, ci vado per pigliarla; e se la piglio, pur con tanto rispetto e gratitudine, me la mangio al cartoccio)
Beh, dicevo di nonna che, dopo il mulino, saliva per la larga mulattiera fino a Suzzi e, proseguendo in comodo piano, giungeva a Pizzonero per fare due chiacchiere con la sua amica. L’inverno, con la neve, più non uscì da Artana; passate le intemperie, dopo mesi, si fece forza e cominciò a percorrere il sentiero diretto.
Nonna raccontava dei bambini, molti dei quali non lo erano più ormai da tempo, almeno stando agli standard dell’epoca: causa a guerra e sconvolgimenti vari, molti erano stati esonerati dal frequentare, ma lo stesso presero una tardiva licenza. Tra i più piccoli c’era invece colui che ammazzò il lupo. Una volta, in un pensierino, scrisse: “HO PAURA QUANDO A CASA MIA VIENE BRUNO”. Di Bruno mia nonna capì che il bambino aveva terrore puro e, preoccupata, tentò di saperne di più, sempre mantenendo la circospezione e mai facendo domande dirette. Ma il bambino non voleva spiegarsi chiaramente e oltretutto faticava a farlo in italiano. Mia nonna allora sospettò che succedesse qualcosa di male nella sua casa, tanto più che ad Artana non abitava nessun Bruno. Finalmente il bambino, stanco dell’interrogatorio, sbottò in dialetto: “Mi g’ho pagura quand’al vègna bròi”, e mia nonna capì il fraintendimento, e rise, sollevata. Bròi, in dialetto, sta sì per Bruno, nome proprio, ma, ovviamente, anche per bruno, ossia scuro. Il bambino intendeva scrivere “quando viene la sera”. Aveva cioè paura del buio.
Nonna raccontava anche che era trattata con una certa soggezione nel villaggio. In fondo, era l’unica “autorità” presente: un’autorità ventenne, donna, e spaurita, certo, ma pur sempre un’autorità. La Maestra. Un’autorità piena di gratitudine per i coetanei che spesso le portavano una trota catturata o con le mani, o con la tecnica della mazza battuta sui sassi o con esplosivo residuato bellico, o meglio rubato bellico (ancora non era venuta la moda, diffusasi tra i montanari con la ricchezza, di vuotare nei torrenti taniche di candeggina, distruggendoli e lasciando le trote a riva, morte, per centinaia di metri) – dicevo, le portavano trote del vicino ed omonimo Rio Bogli, e mia nonna ne era commossa poiché capiva quale immenso valore, considerata la fame che regnava incontrastata su quelle lande, avesse il privarsi di una provvidenziale variazione alla dieta vegetale.
In quello stesso Rio Bogli pescammo io ed A., accompagnati dai nostri fidi cinquantini, in quella comico/epica avventura che avevo intenzione di raccontarvi qui. Ma mi son fatto prender la mano dall’introduzione, rendendola divagazione autonoma; quindi di quella racconterò un’altra volta, sennò vien troppo lunga.


          
(sito sulla Valboreca)


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diari di viaggio
I diari del motorino / La prima volta non si scorda mai, Parte Seconda
8 ottobre 2007

Riprendo la narrazione delle avventure della sfigata coppia Sottoscritto&Peugeottino. Se non avete letto la prima parte, non capirete nulla di questa successiva; sicché vi consiglio di farlo, oppure – meglio ancora – di non leggere nemmeno questa, perchè non contiene nulla di valevole: la scrivo solo per onorare la memoria di un amico fedele. Come prima, la narrazione è assolutamente aderente alla realtà.

Dunque, riprendiamo. La notte passa; male, con la vescica che ci disturba per vendicarsi del litro abbondante di birra, ma passa. Alla mattina ci svegliamo senza gli innumerevoli volte maledetti Frollini, ma avendo con noi qualche brioche stantia ed i cartoni del latte che, la mattina precedente, avevamo aperto, senza però fare in tempo a berli. Come v’ho forse già detto, si era in Agosto. In Agosto fa caldo. In una tenda che fa da serra, molto, molto caldo. A., ancor prima di sfilarsi dal sacco a pelo, abbranca il latte e, con gesto plateale, se ne scola un’abbondante sorsata. E la sputa fuori, inzuppando il suo sacco a pelo ed il mio maglione.
“Ma che cazzo fai, deficiente!!?”
“Stai calmino neh! Provati te a bere del latte che è stato un giorno intero a quaranta gradi, aperto…”
“E non potevi sputarlo fuori dalla tenda?”
“E… e… e, e, e! E non potevamo andare al bar a far colazione?”
Asciugo alla bell’e meglio il mio maglione con una sua maglietta. Se ne è portate dietro cinque di magliette, il signorino!
Saliamo in groppa ai rispettivi cinquantini e puntiamo sul torrente Gramizza, corso ampio e di discreta portata, piuttosto facile, nel tratto a valle, da monitorare, ed esposto quindi al rischio multa. Parcheggiati i fidi destrieri sulla statale, nei pressi della confluenza nell’Aveto, prendiamo quindi a risalirlo, addentrandoci nel bosco per raggiungere una zona a metà del corso, impervia abbastanza da dissuadere i guardia. Cominciamo a pescare dopo un’oretta di cammino, con grandi speranze. Speranze presto deluse: come il giorno precedente, l’acqua è poca e cristallina, le trote sospettose e la pesca, quindi, totalmente infruttuosa. Con addosso la frenesia data dall’insuccesso e l’intenzione di raggiungere vaneggiati tratti migliori, peschiamo qualche buca e poi risaliamo un breve tratto nel bosco, per non dover passare sui massi del greto, resi scivolosi dalla permanenza in acqua. Una pozza, due lanci, niente trote, gambe in spalla e, cento metri sopra, un’altra pozza. Così per tutta la mattina. L’ultimo ponticello con conseguente sentiero diretto chissà dove (ma pur sempre un dove) ce lo siamo lasciati alle spalle da diversi quarti d’ora quando, mentre stiamo per l’ennesima volta scesi sul greto per tentare qualche lancio, un urlo squarcia la quiete della valle, coprendo il pur forte gorgogliare dell’acqua: “Uaaaaiaaaaaaaiuuuuaaiiiiiiiiiaaaaaaaaa!!! Merdaaaaa!! Ahia! Ahia! Ahiaaaa!! Porca-puttana-Eva-troia-cazzooooo!” Mi volto spaventato e vedo, dietro di me, immerso in due dita d’acqua, A. accasciato sui sassi. C’è scivolato sopra. Capita, non c’è bisogno di fare tutte queste pantomime. “Ti sei rotto l’osso del culo?”
“Il dito…”, piagnucola.
“Ti sei rotto il dito?”
“No!”, urla, e mi mostra la mano insanguinata. Era successo che stava scendendo con la canna nella mano destra e l’esca artificiale, un cucchiaio rotante, nella sinistra. Scivolando, aveva tenuto alta la canna in mano, per non romperla, tentando, nello stesso tempo, di attutire la caduta parandosi con la mano sinistra. Ottima prontezza di movimenti, non c’è che dire; però, sarebbe stato meglio lasciare l’esca prima di abbassare la mano sinistra. A. non l’aveva fatto e s’era così piantato il robusto amo di cui era munita nell’indice.
“Prova a togliermelo”, mi dice porgendomi la mano e abbassando gli occhi. Madonna Santa che impressione il sangue. Tiro leggermente. Manco il tempo di un “Ahu!” che ho già mollato. “Non ce la faccio, scusa ma mi fa impressione, e poi l’amo ha un ardiglione grande: ti lacererebbe il polpastrello”
“Andiamo sulla strada”, dice convinto A., nel frattempo calmatosi. Tagliamo il filo, prendo in consegna la sua canna e ci avviamo su per il versante sinistro, perpendicolarmente al torrente: ci sembra, cartina alla mano, che la strada che collega Rezzoaglio con S.Stefano sia piuttosto vicina. Ma forse abbiamo risalito un tratto di torrente più lungo di quanto crediamo, o forse è l’agitazione di perderci che ci fa sbagliare traiettoria, fatto sta che camminiamo non ricordo più quanto, ma molto, prima di trovarci contro il naso un parapetto di alcuni metri. Lo costeggiamo per alcune centinaia di metri mentre diverse auto ci rombano sopra la testa. Quando riusciamo a saltar su, ovviamente, non passa più nessuno. Poi, finalmente, giunge, arrancando dal basso, un vespino nuovo ma piuttosto singhiozzante di motore. “Ferma, fermaaa!!”
Si ferma.
“Senta mi scusi grazie lui s’è fatto male, dov’è la guardia medica?”
“Ah proprio non lo so…”
“Non lo sa?”
“Non sono mica di qui veh”
(Su per un bricco con un cinquantino scasso e non è di qui?)
“Però ragazzo, per un amo, tante storie! Lo sfilo io, è come uno spillo”
(A dire la verità un amo non è uno spillo, signore. Ha l’ardiglione, quindi è come una freccia: entra, ma non esce. E quello di un cucchiaino è oltretutto di notevole spessore, e triplo per giunta: ancoretta si chiama, e si deve stare attenti che, nello sfilare una punta, non si piantino le altre)
“Ecco, bravo, dammi il dito, occhio che adesso tiro…..”
“Uaiaiaaauuuuuaaaaaiiiiiiiaaaaaaaaaaaaaaa...!!!...”
E l’urlo dura alcuni secondi, perché quell’immane testa di minchia teneva il polso di A. con una mano e con l’altra continuava a tirare, nonostante fosse del tutto evidente che, a meno di gravi lacerazioni, l’ancoretta sarebbe rimasta dov’era. Smette solo quando viene afferrato con rabbia e disperazione dalla mano libera di A.; se ne scappa via forse conscio della propria indecente bestialità, senza trattenere però qualche biascichio sui giovani, che, se gli fossi stato vicino…niente, perché i vecchi si rispettano, ma avrei voluto avere anch’io sessant’anni per menargli.
Arriva sempre dal basso una bel gippone nero, figlio al volante giovane e simpatico, madre anche, i quali fingono di non far caso alla nostra zozzeria quando ci buttiamo sui loro lindi sedili posteriori; solo, forniscono abbondanti fazzolettini ad A. che, dopo l’intervento del Pazzo della Vespa, ha ripreso a sanguinare, seppure lievemente. Nemmeno loro sono della zona, ma insieme conveniamo che, essendo S.Stefano il paese più popoloso, là sarà la guardia medica. Giunti alla sommità della costa, poco prima del passo per la Val Nure e quasi all’ingresso del paese, i per nulla tirchi genovesi (s’erano offerti di portarci all’Ospedale di Bobbio) ci lascian andare attraverso il paese, che attraversiamo canne alla mano, ormai dimentichi del divieto generale di pesca. Incrociamo la farmacia ed entriamo. Inutile star qui a riferire le disperazioni di A. e le sue suppliche alla notizia che la guardia medica è a Rezzoaglio; la conclusione è che un’impiegata della farmacia residente a Rezzoaglio, che avrebbe staccato giusto tra una mezz’ora, s’offre di accompagnarci giù subito, mentre la titolare mette mano al telefono e avvisa il medico. Il viaggio è tragicomico per la pericolosa goffaggine con cui la ragazza conduce la Punto giù dai tornanti, sforzandosi nel frattempo di mostrarsi cordiale e di tranquillizzare A., il quale - come il sottoscritto d’altronde - è ben più preoccupato per il modo in cui ella taglia le curve cieche, che non per il suo dito.
“Vedrete,” - dice con aria sognante - “il Dottor Figone è davvero una gran brava persona”.
E siccome che la ragazza è un po’ goffa nella persona oltre che nella guida, e, a quanto ricordo, anche decisamente bruttarella, uno sguardo d’intesa con A. ha già deciso tutto: ella è segretamente innamorata del medico, magari - così ce lo immaginiamo - un giovane uomo con abbronzatura tinta primario (ossia color mogano) e voce da attore di teatro, assai rara da quelle parti di accento genovese, sì, ma più duro e secco. Fidanzato con una collega di Milano o di Roma ed in procinto d’andarsene, ovviamente. E deve esser innamorata forte per non accorgersi che un nomignolo così sfacciato e “liceale” (nel senso di “tipico da diario segreto del liceo”) è poco opportuno riferirlo in pubblico.
Ci parcheggia di fronte all’entrata. “Primo piano, seconda porta a destra. Vedrai che andrà tutto bene col tuo dito!”.
Piano terra.
“Ehi A., chissà che figo che è il medico!”
“Lasciala lì di scherzare e speriamo che sia bravo, piuttosto”
“Scusa, hai ragione”
Primo piano.
Seconda porta a destra, scorgiamo la targhetta….

                                        AMBULATORIO MEDICO REZZOAGLIO
                                                                Dr. Giulio Figone

“Cazzo A., ma si chiama Figone per davvero!!”
Entriamo e l’abbiamo di fronte, seduto alla scrivania. Decisamente strampalato e appariscente con quei capelli grigi lunghissimi e sciolti, le guance glabre e scarne, la camicia bianca splendente sbottonata su pettorali davvero notevoli e il camice ancor più splendente che a malapena contiene le spalle…. però, nonostante tutto, se non sobrio, almeno dignitoso. Mica facile conciarsi così e non far ridere; se ci riesci, incuti timore. E noi rimaniamo sulla soglia, appunto, timorosi.
“Oh, siete quelli dell’amo? Venite venite”, dice caloroso e si alza. E a quel punto la risata la trattengo a stento: la camicia è aperta sui pettorali, ma anche in basso su una pancetta cadente e pelosa, mal sostenuta dall’elastico di un paio di bermuda Hawaiani scoloriti; ai piedi, sandali di cuoio.
Un gran figone, non c’è che dire.
“Dunque, siediti sul letino…. Bene, fammi guardare che di ami ne ho già tolti molti…”
A. sospira di sollievo.
“…uhm, questo è grosso però…”
Ricaccia nei polmoni il sospiro.
Il dottore, con aria di gran pensiero, si affaccia alla finestra e guarda giù. C’è un cantiere; alcuni muratori stanno tirando su un portico.
“Senti tu, quello sano” - dice a me senza voltarsi - “dovresti farmi un piacere…”
“Ma certo”
“…vai dagli operai la sotto e chiedi se ti prestano una tenaglia!”
“!!????????!”
A. salta giù dal lettino e, sarà il tempo passato sotto pressione e con un cucchiaino agganciato alla mano, sarà che a quei tempi gli piaceva fare il gradasso, fatto stà che in due passi è ritto di fronte al dottore, con una sguardo stravolto, ma di sfida. E siccome che A. era, già ai tempi, bello alto e grosso ancor di più, m’aspetto possa succeder di tutto tra uno così e un aggiustaossa che usa utensili da muratore.
A., a due centimetri dalla faccia: “Senta lei, a che diavolo le serve quella cazzo di tenaglia, eh?”
Il dottore, ritraendosi, pacato e semplice: “A tagliare l’attacco tra l’amo e il resto dell’esca, così poi bucherò ancora qualche millimetro, e farò uscire prima la punta e poi l’estremità appena tagliata, in modo che l’ardiglione non faccia resistenza”
“Ah, beh, va bene”
Mi danno la tenaglia, tranciamo con facilità il ferro dell’amo; ora bisogna solo bucare. Ma A., memore della brutta esperienza col Pazzo della Vespa e ormai coi nervi a fior di pelle, non se la sente.
“Ti farei l’anestesia locale, ma devo essere sicuro che non ti faccia male…”
“Chieda a mia mamma, è medico anche lei!” (la madre di A. è radiologa. I suoi sono divorziati)
“Come si chiama mamma?”
“Eh?”
“Ho chiesto come si chiama tua madre”
“Ah, ok… ma perché vuo… vabbeh, fa niente: si chiama Anna”
Chiama: “Mamma ciao sono A., mi sono piantato un amo in un dito e adesso sono dal medico, te lo passo…”
“Pronto Anna!, sono il Dottor Figone…”
“…”
“Sono Figone…”
“tu tu tu tu tu tu tu tu tu tu tu tu tu tu tu”
Conveniamo, imbarazzati uno più dell’altro, che dev’esser caduta la linea: non c’è altra spiegazione. Tranne che il suo cognome, ma quella è una spiegazione tanto probabile quanto inconfessabile.
A. richiama con l’accortezza di mettersi alla finestra parlando a mezza voce, e la radiologa autorizza l’anestesia. In pochi minuti l’operazione ha termine. Figone non vuole farsi pagare; noi, anche volendo, non potremmo farlo. All’uscita viene informata di tutto la madre, la quale propone due bottiglie di vino in ricambio del gentile e ben riuscito lavoro, oltrechè un salame oppure mezza coppa per farsi perdonare l’iniziale figuraccia telefonica. Qualche giorno dopo vengono presi accordi telefonici per la consegna.
Figone, dopo cinque anni, sta ancora aspettando.

Della marcia fino ai motorini, della folle pescata pomeridiana, della pioggia, del ritorno, del bar di Salsominore e del Senatore Agogliati racconterò poi, o forse racconterò un altro viaggio della sfigata coppia Sottoscritto&Peugeottino......


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permalink | inviato da nomedelblog il 8/10/2007 alle 17:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
SOCIETA'
I diari del motorino / La prima volta non si scorda mai
26 agosto 2007

Tre mesi fa, Peugeottino è morto: soltanto ora io mi riprendo dal dolore. E’ morto in un terribile incidente stradale, causato da mia sorella, alla sua seconda uscita motorizzata. Peugeottino, amico carissimo e leale servitore, ha subito danni bastevoli a rendere non economicamente conveniente la sua riparazione, quindi inevitabile il lutto motorizzato, che il sottoscritto porta nel portafogli nella forma d’un portachiavi nero. Mia sorella, autista indegna e pericolosissima, è rimasta miracolosamente illesa (è un “miracolosamente” ateo, e sta per “con un fortissimo aiuto del caso”. Ma, sul momento pieno di gratitudine per lo scampato lutto umano, sono stato tentato di credere in un miracolosamente divino: c’era una possibilità su centomila di non ammazzarsi, e mia sorella non s’è fatta niente. Io ho viaggiato per 33000 chilometri su quel cinquantino e sono caduto una sola volta. A non più di trenta all’ora. In una rotonda. Per colpa altrui. Ero in canottiera, pantaloni corti e ciabatte. Mi sono spellato ovunque era possibile, ossia su tutta la superficie corporea ad esclusione della testa, degli attributi e delle ascelle. Peugeottino s’era placidamente adagiato sull’aiola della rotonda, senza altro danno che non una leggera scalfitura nell’anteriore).
                        
Questa nuova rubrica è un fatto privato. A nessuno importerà nulla delle avventure della sfigata coppia Sottoscritto&Peugeottino, quindi scrivo per me, per mantenere vivo il Suo ricordo, per la futura memoria. Non invento niente e parimenti non tralascio niente. Parto dall’inizio, dalle vacanze estive successive all’esame di stato di terza media. Il sottoscritto ha da poco acquistato Peugeottino, mentre A., già da qualche mese, è in possesso di una rumorosa quanto lenta moto da enduro, destinata a ripetute modifiche che la renderanno, negli anni, un reato ambulante capace di raggiungere i centoventi km/h. Prepariamo minuziosamente una tre giorni di pesca in tenda nell’alta valle dell’Aveto (Genova). Recuperiamo sacchi a pelo, tenda, zaini appositi, e anche un fornellino da campo, comprato a un vecchio ferramenta rincoglionito, che ci fa pagare solo i cinque euro della bombola perchè non s’accorge che i due articoli si vendono separatamente. Ci portiamo da casa addirittura il cibo… un errore comune a molti principianti del campeggio. Riusciamo a stipare tutto negli zaini, impiegando un intero pomeriggio. Il viaggio d’andata è epico per la combinazione di tre fattori strettamente correlati tra loro: il peso degli zaini, prossimo al mezzo quintale e distribuito verticalmente, che rende sconsigliabile anche il solo accennare una piega; la conformazione della strada, un ininterrotto susseguirsi di semi-curve con, sulla destra (ovvero sul nostro lato di marcia), un baratro protetto solo da un basso muretto; la nostra inesperienza di guida. Arriviamo dopo tre ore (negli ultimi tempi di pre-patente, lo stesso percorso, ormai conosciuto a memoria - tanto da aver ottimizzato il numero minimo necessario di frenate: diciassette -, il sottoscritto l’ha effettuato in un tempo record di 75 minuti). Piazziamo il campo in una radura-parcheggio un poco a monte di Rezzoaglio, vicino ad un minuscolo palco coperto che – deduciamo dai manifesti – ospiterà nel finesettimana la festa della birra: nel caso dovesse piovere sulla tenda ad un solo telo (quaranta euro, made in Taiwan), esso sarà il nostro riparo.
Sta rabbuiando e, mentre guardiamo il torrente attraverso l’apertura della tenda, ci appare un vecchio. E’ vestito di scuro e troppo pesante per la stagione; sfoggia una coda di capelli ed una barba bianchi – anzi: gialli – da far invidia ad un santone indù. Ci assale con una richiesta inaspettata: due vacche gli sono rimaste al di la’ del torrente, non potremmo andare a spingerle da questa parte? Ci guardiamo perplessi e usciamo. “Senta, noi non siamo pratici di queste cose, non sapremmo come fare…”. Il vecchio biascica qualcosa contro i giovani e mette in mano ad A. il suo bastone. Ci avviamo al suo seguito, così, tanto per non buttargli in faccia un rifiuto. Camminando, con A. mi accordo di non insistere, nel caso il compito si profilasse arduo; riteniamo più che probabile che il vecchio abiti nelle vicinanze: l’indomani potrà agevolmente farsi recuperare le vacche da qualcun’altro. Del gruppo fa parte un grazioso Yorkshire, dotato di gilerino giallo e fluorescente collare rosa, che segue il vecchio mantenendosi a non più di due metri dal suo culo ed accucciandosi quand’egli si ferma. M’immagino che la moglie del vecchio fosse stata, ai tempi, una bella ragazza di città – m’immagino che sia, adesso, una vecchia inacidita, costretta da un matrimonio male azzeccato a vivere in un posto per lei inospitale, la quale distrae la sua desolazione nelle cure di un cagnolino anche lui poco generoso, che fugge al seguito del vecchio consorte appena gli è concesso. Sono perso in questi pensieri quando il vecchio avvista le vacche, che hanno attraversato l’Aveto di loro iniziativa. Saluta e ringrazia. “Ma si figuri”, rispondiamo sollevati. Ce la svigniamo prima che possa azzardare nuove richieste. Rientrati in tenda, chiedo ad A. se ha restituito al vecchio il bastone. “Cazzo, no!” “E dove l’hai messo?” “Non so, forse l’ho appoggiato fuori”. Usciamo a controllare e non lo vediamo. Siccome che siamo in una prato scarno e piatto perché spesso usato come parcheggio, se non lo vediamo vuol dire che non c’è. Entrambi, nel tempo di un’indifferente alzata di spalle, ci spaventiamo dell’incoffessabile pensiero che il vecchio non sia mai esistito, oppure sia un fantasma. Il tempo di rientrare e ci siamo già costretti ad abbandonare l’ipotesi, per passare alla ben più realistica e spaventevole possibilità che il vecchio sia li’ intorno, nascosto, pazzo criminale stupratore omicida. Non è un buon pensiero con cui addormentarsi, a quattordici anni, quando ci si è dimenticati i materassini da mettere sotto al sacco e i quattro sassi presenti nello spazio della tenda (esseri, evidentemente, coscienti, nonché crudeli) si sono spostati una paio sotto le nostre teste, e un paio sotto gli ossi sacri. La prima notte passa pensando a cosa converrebbe usare per cuscino quella successiva.
La mattina colazione all’aperto. All’aperto non vuol dire la terrazza di un bar: vuol dire che apriamo il sacchetto dei biscotti nella tenda, procurando (come sempre accade) uno strappo nel sacchetto di dimensioni maggiori al desiderato. Non che questo sia un problema, a casa: un poco di nastro adesivo e tutto è a posto. Lo è, invece, e fastidioso anche, quando il sacchetto ha passato le ultime dodici ore stipato un fondo ad uno zaino, e le ultime otto stipato in fondo ad uno zaino usato come cuscino. Mezz’ora buona, la migliore per la pesca, scorre con noi che lanciamo fuori dalla tenda manate di polvere di biscotto Mulino Bianco raccolte all’interno. Nella successiva fretta non beviamo i cartoni di latte precedentemente aperti. Attraversando Rezzoaglio notiamo un foglio che avvisa qualcosa riguardo la pesca e ci avviciniamo, col cuore in gola e cattivi presagi in testa: a causa della potente siccità, la pesca è vietata fino a data da definirsi, laghi esclusi (si precisa che in Valdaveto di laghi, a parte uno a pagamento e uno incluso nel parco dell’Antola, non ve ne sono). Non dico aggiornare il sito internet in modo da non mettere nemmeno in viaggio i pescatori - questo sarebbe davvero chieder troppo - ma almeno posizionare i cartelli presso gli accessi al fiume, invece che in un angolo nascosto dietro la pompa di benzina, era poi così dispendioso? Evidentemente, per ventitre euro di licenza e dieci di tessera locale, sì. Ci fermiamo al bar accanto a conciliabolare la strategia logistico-alieutica. Possibilità uno: tornare a casa: neanche da discutere. Possibilità due: tornare sul piacentino: si poteva fare anche in giornata, uffa. Possibilità tre: rischiare: accordata. E, rischio per rischio, tanto vale tentare il botto: si va sul basso corso del Torrente Rezzoaglio, divieto da tre anni, vicino al paese e quindi, presumibilmente, non troppo battuto dai frodaioli.
Si lascia con ciò intendere ai profani ed ai metropolitani che vietare la pesca in tratti di torrente sperduti e/o impervi è inutile, poiché, sicuri della mancanza di controlli, i locali, seppur sommersi da sensi di colpa, ci pescano regolarmente, e spesso pure i foresti, credendosi furbi assai e non vergognandosene, poiché lontano da cosa il pudore scompare. Dacciò risulta implicito il motivo per cui, se esiste un divieto su un corso principale, esso viene rispettato: perché il guardapesca controlla solo dove è comodo. Ossia percorre con la Panda d’ordinanza la strada di fondovalle, fermandosi ad osservare i pescatori col cannocchiale. Se e solo se questi commettono una qualche infrazione, il guardia scende per multarli. Però, siccome che la pesca di montagna, alla trota soprattutto, è una pesca in movimento, siccome che il tratto che separa la strada dal fiume è solitamente impervio, e siccome che i guardia pesano in media centoventi chili, quando essi arrivano sul luogo del crimine non trovano più il pescatore. Consapevoli di tutto ciò, i Guardia di Grande Esperienza rinunciano del tutto ai meri controlli visivi, e adottano un sistema investigativo più raffinato e più consono alla loro stazza: passano il tempo al bar, scoprono quale è il bracconiere più tenace e assiduo della zona e poi lo rintracciano. Prima che il guardia possa minacciare (cosa che comunque non sarebbe capace di fare) il pescatore gli offre le ultime catture di frodo, pagando volontariamente e (davvero) col cuore una multa valida per un intero anno di tranquillo bracconaggio. Perciò, quasi sempre, i Guardia di Grande Esperienza svolgono una seconda attività come pescivendoli abusivi, oppure, se hanno una famiglia numerosa, la mantengono a trote e cavedani. I figli dei guardapesca sono perciò ricchi di fosforo e intelligentissimi, e intraprendono l’attività paterna ad un livello più alto, ossia tentano la carriera politica, passando dal commercio di pesce all’alta finanza. Il Guardia di Grande Esperienza, però, talvolta prende troppa confidenza con il luogo di lavoro, il bar, e con le sostanze alcoliche ivi presenti in tentatoria abbondanza, evolvendosi nel Guardia Etilico Migratore, che fa passare i bar della valle un giorno verso monte, l’altro verso valle, dimentico dell’investigazione, del pesce e di tutto il resto, codice della strada compreso. Alla quinta multa oppure al secondo ritiro della patente, il Guardia Etilico Migratore si evolve nel Guardia Etilico Stanziale, che si piazza nel primo bar del paese all’ingresso della valle, sotto il pergolato, e fa da monito vivente non tanto ai pericoli della pesca di frodo, quanto ai pericoli dell’alcolismo. Esiste uno stadio evolutivo ancora superiore del Guardia, che si raggiunge al ventisettesimo ritiro della patente: il Guardia Etilico Sotterraneo. Alcuni dicono sia rarissimo, altri solo ipotetico, altri mitologico, ma comunque nessuno lo ha mai incontrato: questo perché svolge il servizio di vigilanza direttamente dalla sua cantina.
Beh, guardia non ne incontriamo, alla mattina sul Rezzoaglio, ma nemmeno trote, perché il caldo e l’acqua limpida e scarsissima le fanno rimanere nascoste sotto i sassi, consigliando di concentrare la pesca nella prima e nell’ultima ora della giornata, oltreche rendendo palese la vessatoria inutilità del divieto generale di pesca. Si rientra sul tardi, dopo un panino al bar, e ci si ferma a cinquanta metri dalla tenda, ad ammirare i tanti bei passerotti che le ruzzano felici intorno. Quaranta metri: oh, che simpatici! Trenta metri: oh, che divertenti! Venti metri: oh, ma quanti cazzo sono? Dieci metri: oh, ma che minchia hanno da beccare che non volano via? Due metri. Apriamo. Non so se avete presente quanti buchi ci sono in una tenda da quaranta euro made in Taiwan. Beh, molti. E non so se avete presente quante formiche ci sono in un prato. Beh, infinite. E non so se avete presente quante formiche ci sono in una tenda bucata quando l’interno e l’esterno sono seminati di biscotti Mulino Bianco. Beh, un numero molto prossimo ad infinito. E per quante ne butti fuori, ne entrano il doppio. L’unica soluzione è smontare la tenda, scrollarla e rimontarla in un altro posto. Cosa che facciamo accompagnandola ad un numero di smadonnamenti ciascuno superiore a quanti ne abbiamo complessivamente detti nei precedenti quattordici anni di vita. Quando terminiamo, A. è smodatamente incazzato, io sono definitivamente e compiutamente un agnostico mascherato da ateo: un Dio così dispettoso non può esistere, e, se esiste, va negato, ammazzato per vendetta (i bei discorsi su laicità e liberalismo sono figli di quel sacchetto di Frollini. I libri, la reazione alla Reazione e Malvino verranno dopo: all’origine sta la Mulino Bianco e la sua cazzo di famiglia felice).
Poi, memori delle precedenti difficoltà nel prender sonno, ci spostiamo per la serata in paese. Ovunque, nei paesi montani che si ripopolano d’estate di vecchi emigranti con nipoti, fino alle dieci, in piazza, ci stanno le vecchie coi bambini. Da un’ora, seduti sulle panchina centrale della piazzetta, stiamo discutendo di canne (da pesca) e cartine (geografiche), strumenti tipici del pescatore di montagna, e da un’ora le vecchiette ci stanno guardando scontrose: intimoriti, abbassiamo gli occhi. E abbassando gli occhi sul nostro vestiario barbonesco e poco rassicurante, finalmente ci rendiamo conto ch’esse hanno frainteso. Stupiti e dispiaciuti dell’incomprensione, ricambiamo con un forzatamente infantile e gaio saluto ai bambinetti. Le vecchie ricambiano trascinandoli via; mentre s’allontanano, ci sembra di sentire un ammonimento a non diventare così.
“Così come?” - lascia partire A., che è una personcina assai moderata, ma nelle occasioni meno opportune sbraga - “Bambini, mi raccomando, non diventate mai pescatori! Piuttosto, fatevi di coca; piuttosto, rubate alle vecchie; piutt…”
“E taci, imbecille!”
“Andiamo al bar?”
Accetto perché al bar non c’è nessuno da importunare. Al bar, però, non c’è nemmeno niente da fare, oltre ad arrovellarsi circa un buon modo per addormentarsi in quei cazzo di sacchi. Ecco, due birre medie e due piccole non sono per nulla un buon modo, ma questo lo scopriamo dopo, in tenda, all’una di notte e alla terza uscita per pisciare.
Dell’epica giornata successiva, dei ferimenti, del Pazzo della Vespa e del mitico Dr. Figone, per quel niente che ve ne può fregare, racconterò un’altra volta.


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permalink | inviato da nomedelblog il 26/8/2007 alle 0:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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