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"Uno sceso dalla montagna con la piena"




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località
Si tengano pure la Senna
30 ottobre 2007


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diari di viaggio
Personaggi e storie paesane / L’Omar e l’Ebbi, ch’la g’ava du galò atzì!
25 ottobre 2007

(questo racconto è riportato, ma mio padre non conta balle; io sì, ma non in questo caso. Perciò fidatevi, anche se quel che leggerete vi parrà incredibile o stereotipato; e per quanto riguarda il profilo caricaturale del protagonista, non è farina del mio sacco: l’Omar, mio padre me l’ha descritto proprio così, e devo rimanere fedele alle fidate fonti. Chiedo scusa se uso il dialetto senza saperlo scrivere; accenti, dieresi e quant’altro saranno certamente scorretti, e qualche parola altrimenti incomprensibile italianizzata… ma proprio non potrei far parlare l’Omar in italiano. E poi, mi diverto di più a riportare il – veritiero, ribadisco e giuro - dialogo così: quindi, arrangiatevi)

Mio padre, ieri l’altro, con l’aiuto di uno scavatorino stava sistemando e pulendo dagli arbusti alcuni ruderi rurali siti poco fuori la cinta esterna della città. A metà lavoro, da lontano s’avvicina a passo svelto un ometto; quando se lo trova di fronte, dal viso rugoso, mio padre capisce che è proprio vecchio vecchio, ben più di quanto le movenze agili e sbrigative lasciassero intendere. Un’ottantina d’anni secondo la stima di papà.

“Cus l’è adrè a fa, Le’, chimò?”, chiede immediatamente il nuovo venuto. Lo scavatore impedisce di sentire la voce dell’ometto, la quale è comunque forte, come sempre quella dei sordi, e energica.

Spento lo scavatore: “Eh?”

“Chi l’è Le’, e cus l’è adrè a fa?!”

“Sto pulendo”

“Al ved ca l’è adrè a pulì, ma parchè?”

“E’ il padrone Lei?”, risponde mio padre canzonatorio, credendolo un arzillo matterello da togliersi dai piedi per continuare in sicurezza il lavoro, e conoscendo benissimo l’identità del proprietario.

“No, ma mi so’ nasì chimò! Am’ciam Omar mi”

E quindi - così riflette mio padre -, nella sua testa matta, ciò significa avere ben più potere del proprietario.

“E quando è nato Lei?”

“In d’al queidas!”

“Ma è sicuro di esserci nato nel quindici?”, fa mio padre ancor più canzonatorio, sempre fedele alla sua prima stima anagrafica e ancora più convinto della mancanza di senno nell’interlocutore.

“Senta Lei ragazzo, non mi prenda mica in giro, chè io non sono mica locco, e Le ho fatto una domanda seria”

“Vuoi vedere che non è matto, e che ha davvero novantadue anni?”, pensa mio papà, e risponde: “Perché vogliono vendere il fabbricato. Per questo pulisco”

“Prima d’la guèra, la tèra e la casa i’eran di Lodigiani al famus custrutur, cu ca poi al s’è mis a fa il dig in Africa.
Mi g’ho laurà sùta qualc’ann c’me eletricista, ma poi l’è vegn la guerà e so’ partì suldà. Ho fat ot’ann ad guerà, mi; ho fat tuta la campàgna d’Africa! E poi l’è vegn El Alamein. Adess i’l disan mia parchè credan ca tutt i tudesc fisan sta di criminai, ma Rommel l’era propì un brav’om che i suldà li purtava in palm ad man. Mi s’era al terz portaurdin d’Rommel: s’era l’unic italiàn. Al prublèma l’era ca, con cu c’g’avma in dutaziò, la guèra l’avma zamò persa in parteisa.
Quand l’è sucess tutt al caséi d’El Alamein, mi s’era in d’l retruvii e, meintar scapav in d’l desert, ho pinsà: ”ancura quàtar dì e ciapùm la nav pr’andà a cà”. Inveci, m’han ciapà i’american e m’han purtà prisuner in California.
In California!: stav’ma pusè mal da libàr, a cà nòsa, che prisuner in California!! E dopo ho tacà a laurà c’me eletricista, e sicome c’s’era brav a fa i‘mpiant con nieint chimò, là, ch’i g’avan tutt al necesari, s’era al pusè brav ad tutt! E alura so’ andà a Hollywood e ho fat qualca sold. A Hollywood! I donn american i’en mia c’me i nostra: zamò alura i’andavan a fa’ la spesa in custum! E inveci, da noi, i donn i purtavan i gonn long, stavan tutt fasà su: la testa, i bras, la scheina… e se s’vidiva un snocc, l’era un scandal! L’era una roba zeinsa sens: parchè gh’è d’bisogn d’nascondas se ‘l Signor ‘l ga fatt atzì? Anca adess, mi certi rob d’la Cesa ia capis mia, propì ia capis mia: pare ch’voglian turnà in d’i’ann veint! Ma in d’i’ann veint in Italia sa stava mia bei! O no?
Inveci, i donn american i gh’avan i pantalon strett, e il custum al mar e… gh’avan una pell, una pell che l’era mia bianca c’me i nostra donn: l’era d’ram e d’or!
Poi la Rìta, oh!, la Rìta!”

“La Rita era la sua fidanzata?”

“Ma no! La Rìta Haeworth”

“Ah!” – si stupisce mio padre – “quindi Lei l’ha vista?”

“S’l’ho vista??? Mi gh’ho laurà indùa Le’ la laurava, e l’ho vista sì!, però l’era zamò famusa, e ga guardava mia a noi d’la pruduziò.
Inveci l’Ebbi, ch’l’era mia ancora l’Ebbi famusa d’qualch’ann dòpa, gh’ho anca parlà pusè d’una volta! La gh’ava du galò atzì l’Ebbi, e du streins ca gh’era anca ‘l sistema d’spisigàghia…”
(mi si perdoni la volgarità, ma nemmeno mio papà ha censurato l’Omar durante la cena, ieri sera: non lo farò certo io, sulla rete, adesso. Solo, non chiedetemi la traduzione di quest’ultima frase)

“Ma l’Ebbi sarebbe… Abby Lane? Ma mi vuol dire che… cioè, Lei…?”

“Eh!, l’Ebby, l’Ebby… no, nieint ho fatt! Mi cont no d’ball: nieint ho fatt. Però avris putì, parché noi s’erma povr’om, ma s’erma tgnì in d’una certa cunsideraziò e s’erma, c’me pos dil?, esotic!”

“E poi?”

“E poi gh’era me mar ch’l’era malà e m’scriviva in d’l lètar: “So’ adrè mor, Omar: ve’ a cà tua prima ca mora!”. E alura gh’ho pinsà su bòta, e poi so’ turnà a cà e ho fat l’eletricista chimò par qualch’ann. Pinsava: “Quand mora la màma” – parchè poi la muriva mai, la vècia! – “turn indrè in America”. E inveci so’ rastà chimò fein adess: urmai, a’gh’turn no indrè in America, parchè l’ann pasà gh’ho avì un prublèma gross…”

“Che grosso problema?”

“Eeehhh! Un po’ d’prostata!”

A mio padre subito scappa un “Elamadonna!”; poi si corregge con un gentile: “Eh!, ma cosa mai si lamenta!, alla sua età…”, seguito da una domanda apprensiva nonchè, ormai, affezionata: “Ma è sera adesso, come è venuto qua?”

“E c’ma vola c’so’ vgnì? In machina so’ vgnì! L’ho lasà a l’inìzi d’la strà parchè ho vist al scavatur e pudiva mia fa’ manovra chimò! Arvèdas!, siur, arvèdas: mi vag a cà!”, risponde Omar a mio papà, ch’è sempre più stupito (“La patente ha!”). Poi se ne va a passo ciondolante, salta sul Panda e fa una marcia indietro sulla corsia d’uscita della tangenziale degna di uno che è stato non in America, ma in Inghilterra dove la guida è a destra. Uscendone illeso. D’altronde, uno che è uscito illeso da El Alamein, volete che si preoccupi di una tangenziale contromano alle sette di sera?

località
Personaggi e storie paesane / A Marconardi Tyson gli fa un baffo
12 ottobre 2007

(i cognomi, stavolta, sono di finzione. Sapete, non ci tengo a ricevere una querela da un certo ministro liberal-comunista)

Questa scritta la si può leggere ben cinque volte, percorrendo la SS45 da Piacenza a Torriglia, provincia di Genova. Quest'intervista, invece, la si poteva leggere su un Vanity Fair di qualche tempo fa. M’ero messo alla tastiera per mettere in guardia, partendo da questi due spunti, dagli stereotipi. Per chiarire che il leghista appenninico ha poco a che spartire coi fascisti nordici del lombardo-veneto, i quali cambiano un Mercedes all’anno, sognando il Ferrarino giallo. Volevo spiegare che il leghista appenninico non paga le tasse per comprare al figlio la Punto Van o il Fiorino cassonato, e metterlo sotto (sotto a lavorare, non sotto con la Punto Van); quello che le evade per pagare a Giangi la Bmw, le notti brave e il liceo privato, da queste parti è seguace del Berlusconi - volevo mettere in guradia dagli stereotipi, e ci sono cascato in pieno io stesso. 
Avevo quasi postato che m’è venuto in mente l’avvocato Ferro. L’avvocato Ferro, quando incontra una qualsivoglia persona di sua vicina ma anche lontanissima conoscenza, si trovi essa al chiuso o in luogo aperto, isolato o in mezzo alla folla, a distanza ravvicinata o a cento metri – l’avvocato Ferro, giacca blu e camicia bianca abbottonata anche a Luglio, alza la mano aperta e così saluta. Se lo sventurato destinatario non risponde prontamente con identico saluto, egli inizia a gridare: “Comunista! Dàgli al comunista! Dàgli!”. E’ riuscito a far fare il saluto romano anche ad un ex assessore di Rifondazione, una volta che quest’ultimo era dalla parte opposta d’una strada trafficata, in ritardo e in necessità, perciò, d’evitare noie. L’avvocato Ferro non si concede però altre stravaganze: è un fissato di ordine e rigore; propaganda il rispetto della legge e dell’autorità fine a se stesso, oltre che alla sua esibizione; ha un’orgasmo ogni volta che si parla di punizioni esemplari, siano esse in ambito giudiziario o familiare. All’ordine ci crede davvero. Non subisce il fascino dell’eversione come certi suoi camerati: i neri che scrivono bestialità contro i negri sotto la curva nord del Piacenza, li metterebbe dentro tutti (per lo sfregio all’edificio comunale, non certo per i contenuti, è chiaro). Egli non parla di spesso di politica spicciola, poichè predilige argomenti più seri; si capisce però facilmente che vota Storace. Ecco, il Pierpa (il Pierpa è suo figlio, nonchè mio coetaneo) di Bmw ne ha già distrutta una e mezzo, di anni al liceo privato gliene hanno già pagati sette, o forse otto (ho perso il conto); infine, in due casi s’è beccato una denuncia per vandalismo: entrambe le volte il papi l’ha tirato fuori dai guai, con tanto di regalo motorizzato per tirargli su il morale.
E poi mi viene anche in mente che, sebbene queste siano terre di confine, siamo pur sempre agli estremi limiti della rossa emilia, dove “il comunismo era capitalismo fatto a modo nostro”; non a caso, i due industriali più in vista dei miei posti tutto sono, tranne che Berlusconiani…
L’ascesa incommensurabile del Sertoli è argomento di sempre rinnovati stupori. Che avesse tempra ferrigna e decisionista si sapeva, ma l’avresti detto di intelligenza appena sufficiente ad usar la tempra per allargare i terreni collinari di famiglia; invece, costruisce capannoni uno via l’altro e, per parlare con il (molto poco fantozziano) Mega-Direttore Galattico della Suzuki, è volato in Oriente assieme ad un collaboratore che conosceva sia inglese che dialetto piacentino, “così traduce solo lui, e io non faccio fatica” (il lavorio mentale di traduzione dal pensiero in piacentino al parlato in italiano gliene costa tanta). Sertoli viene da una valle trasversale e a monte della mia, dove sono tutti, ma proprio tutti rossi come il fuoco. Egli è, in fondo all’animo, un leghista inconsapevole: perciò, non deroga alle tradizioni della sua terra. E quindi, se grande scandalo destò la – poi smentita dalla parrucchiera - notizia dell’acquisto, da parte di Bertinotti, di un castello sui crinali di confine col pavese, ancor più grande ne desta l’appena risolta lite tra il capannonaro e Gerry Scotti. I due, che fisicamente non potrebbero essere più dissimili, avevano puntato lo stesso piccolo ma antico castello vicino casa mia. Tira tu che tiro io, offerta sopra offerta, finì che si incontrarono e Sertoli, intuito che oltre Scotti non sarebbe potuto andare, offrì cifra doppia in faccia allo sconfitto. Così, per dispetto e taciturna gradasseria.
Il secondo grosso industriale è Coralli. Coralli è sempre stato rosso, ma rosso tenue; adesso s’è ancor più schiarito, divenendo quasi rosa, come i muri della villa hollywoodiana con piscinette e statue classicheggianti sparse per il giardino che ha appena terminato di costruire sopra la zona residenziale del paese – una roba che le case di Briatore sono, al confronto, raffinati esempi di architettura minimalista. Coralli è simpatizzante Ds per ragionatissimi e argomentati motivi (Coralli è piuttosto colto e non deve tradurre dal dialetto i suoi ragionamenti). Le malelingue, però, rammentano bene che il nostro ha fatto medie e liceo in classe con B.. Quel B., esatto. Banchi vicini, dicono. Questo blog non azzarda insinuazioni; si limita a ricordare, da buon cazzone qualunquista, che voce di popolo voce di Dio, e che a pensar male si fa peccato, ma di solito ci s’azzecca.
Bertinotti non avrà acquistato un castello, ma un casale toscano da duecento metri quadri non lo si nega a nessuno (e le smentite degli addetti stampa che tentano di convincerci si tratti di una “modesta casa contadina” la cui metratura è “costituita in gran parte da portici” suonano assai patetiche). D’altronde si sa che Bertinotti è un comunista in cachemire, uno che s’è corrotto - mica come Cossutta che, una decina d’anni fa, comprò un vero portico contadino nel caratteristico e raccolto borgo situato duecento metri sotto il castello di Sertoli. Il luogo è assai gradevole, abbarbicato com’è sul primo versante delle colline, con spaziosissima vista sulla pianura e graziosa piazzetta sopra cui s’affacciano una chiesetta affrescata e il giardino d’un ex convento; quando però, eufemisticamente, definivo raccolte le abitazioni, intendevo che sono quasi sovrapposte: a causa della pendenza, le porte di quelle sopra guardano le finestre superiori di quelle sotto. E il casiolino di Cossutta è situato proprio nel mezzo del gruppo abitativo, in posizione sfigatissima. Una vera ciofeca pauperista, lasciatemelo dire. Però l’Armando, o chi per lui, l’ha sistemata bene la ciofeca - l’ha abbellita e decorata, e ha messo vetrate alla camera da letto ed allo studiolo, sul retro. Il fatto è che le vetrate s’affacciano sul davanti casa di mio zio, che abita a monte. E che è leghista. E stronzo: attacca brighe per noia, e sempre finisce per incazzarsi sul serio. Mio zio, dietro casa, ha sempre tenuto quattro o cinque galline. Adesso ne ha oltre venti, stipate in un gabbione. Che ha spostato davanti alla porta d’ingresso. E che non pulisce mai. E che, quindi, starnazza e puzza in modo insopportabile. Uno schifo. Il tutto, a due metri dalle vetrate di Cossutta: non sempre i leghisti hanno bisogno dei fucili, per cacciare i comunisti.
Poi, saltando di palo in frasca, mi viene in mente un altro imprenditore rosso: Marconardi, titolare della piccola impresa edile che sta tirando su casa in pianura al mio vicino. Marconardi è rosso e anticlericale, ma in una maniera ottocentesca e reazionaria: qualche anno fa, furono costretti a levargli le mani di dosso del rincoglionito ma ancora sibillino prete di Montenessano, il quale aveva insinuato che suo figlio fosse omosessuale. Tornato a casa, a suo figlio quasi glielo strappava a morsi, l’orecchino. A un figlio il quale, quando il padre va ai raduni degli alpini, gli tocca d’aspettare senza una telefonata i giorni che quello mette a tornare, perché la volta che, preoccupato, l’andò a cercare in treno, quasi gli staccava la testa, a morsi. Marconardi è d’origine veneta e ritiene lo smadonnamento un intercalare indispensabile al fluire scorrevole di qualsiasi discorso. Così, quando il mio vicino comunicò al suo geometra il nome del costruttore, questi, un trentacinquenne attempato papaboys, diacono e assessore comunale in quota margherita, balbettò: “Ma… ma… ma… quel veneto che bestemmia tanto??!!?”. Il rapporto tra i due non migliorò quando Marconardi declamò la sua filosofia professionale al geometra: “Non facciamo di confusioni: il disegno è il disegno, e la casa è la casa!”. Il mio vicino scoprì, suo malgrado, che la casa è, per Marconardi, un’entità sovrannaturale che si evolve in modo autonomo, imprevedibile agli stessi muratori e, soprattutto, in nessun modo correlato al disegno. Se poi il disegno è opera di un mezzo prete, figuriamoci!
Mi fermo, perché non ci si raccapezza più con gli stereotipi, e non si troverebbe un filo conduttore manco a continuare all’infinito la carrellata di personaggi. E che non ci sono più le classi sociali e gli stereotipi di una volta, signora mia!, questo è il problema…


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SOCIETA'
Una storia vera (e, se non è vera, è la prima bugia che il Piero ha raccontato in quasi ottant’anni di vita. E l’ha raccontata benissimo)
28 agosto 2007

Il Piero, che abita vicino a me, ha in casa una zia di centodue anni, la quale proprio non ne vuole sapere di crepare. Un paio di mesi fa, per questioni di testamento, ella ha avuto necessità di allegare a non ricordo più quale pratica un non ricordo più quale documento. Contattato per telefono, il Comune di Genova ha risposto che ciò di cui avevano bisogno era stato non ho ben capito se perso, cancellato o non informatizzato – insomma, sempre di carte di ottanta o novant’anni fa si tratta. Sarebbe stato necessario andare a Genova con la vecchia o con una delega, oppure (ha scherzato il dipendente comunale, riferendosi ad una prassi forse nemmeno più valida) in presenza di testimoni dell’epoca. Il Piero ha poi ripreso lo scherzo con la zia: “Conosci ancora qualcuno di quando eri a Genova?” “Eh no, Piero, mi sa che sono rimasta solo io…” “Allora non c’è nessun testimone”.
L’altro giorno, rientrando dalla solita passeggiata fino a quei due filari di viti vecchie che si ostina a tenere sopra uno scomodissimo bricco, il Piero ha trovato in salotto due sconosciuti e più o meno coetanei signori, seduti compunti in punta di divano. Dopo un gentile ma diffidente saluto, entrato in cucina, ha chiesto chi fossero alla zia che, tranquillissima, stava preparando tre tazze di the.
“Ma come, Piero, non lo sai? Sono i testimoni di Genova


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località
Personaggi e storie paesane / Sul rapporto dei milanesi con il cibo
13 giugno 2007

  (Salvo il salvabile. Ho pasticciato coi post vecchi)

Da quando le nostra montagne e colline sono divenute terra di conquista per i bauscia invasori, sono proliferati centinaia di nuovi ristoranti, che solo nel ventunesimo secolo hanno iniziato ad esser frequentati anche dai locali. Quelli di voi che ci sanno fare con la matematica e con la ristorazione, sapendo ciò, dovrebbero essere assaliti da grandi domande esistenziali: ma come fanno tanti ristoranti a sbarcare il lunario solo con i villeggianti? Ma non mangiano mai a casa, ‘sti benedetti milanesi? Sembra incredibile che tutti i nuovi ristoranti, spuntati come funghi sull’Appennino settentrionale, aumentino la clientela ogni anno. Eppure è così. Evidentemente, i milanesi non mangiano mai a casa.
Ora vi spiego per quali motivi (fidatevi delle mie analisi, anche se paiono estemporanee e campate per aria, perchè sono un esperto del settore). Il milanese medio, cresciuto nell’insano e frenetico ambiente metropolitano, massacratore del preziosissimo repertorio culinario tradizionale, è in grado di prepararsi solo disgustosi precotti ed insipide scatolette. Costretto, quando desidera ingerire qualcosa di decente, a frequentare ristoranti, nell’inospitale ambiente della città egli non trovano altro che disgustosi cinesi, piccantissimi messicani, e via di questo passo. Esistono invero locali con menù di tutto rispetto, ma sono extralusso, e in poche cene dissanguerebbero le finanze d’un plurimilionario. Giunto in terra appenninica, il milanese vede come un miraggio la possibilità di un buon pasto a prezzi accettabili.
Gettonatissimi dai bauscia sono i cosiddetti agriturismi. In tutto e per tutto uguali agli altri ristoranti per quanto riguarda l’origine e la qualità dei cibi, essi sono dotati di un pezzo di carta certificante che in una striscia di terra lasciata a gerbido ed in un misero orticello sono coltivate, ovviamente secondo tecniche d’agricoltura biologica, le verdure che poi vengono servite in tavola. Tutta una messinscena ad uso e consumo dei cittadini, quella dell’autoproduzione biologica. Quando i quattro pomodori marci prodotti sono destinati alle bestie domestiche e per la cucina si acquista sul mercato ortofrutticolo di Milano, il biologico non è sintomo di elevata sensibilità ambientale, ma conveniente scelta economica.
Non a caso ho nominato le bestie. Particolarmente apprezzati, infatti, sono gli agriturismi che dispongono di un paio di tristissimi cavalli rinsecchiti e – addirittura! - di vere galline, di fronte alle quali il milanese va in estasi come un bambino di fronte alla marmellata - anzi no, il paragone è troppo antiquato, meglio dire: come un bambino di fronte all’ultimo modello dell’ X-Box.
Al rientro in città, il milanese affermerà di aver trovato un posticino caratteristico, tanto ma tanto rustico. Questo termine è molto caro ai cittadini, che, negli anni, usandolo sconsideratamente, gli hanno fatto perdere il suo originario significato. Ne ha assunto così di nuovi, che io non ho ancora bene inteso. Viene usato indistintamente come aggettivo, per caratterizzare qualcosa di obsoleta ruralità, e come sostantivo, per indicare paesaggi pittoreschi, vecchi con cappello di paglia, ma anche immobili (immobili intesi come beni immobili, non come vecchi immobili) situati in campagna. Quest'ultima interpretazione del termine pare stia prendendo il sopravvento; è definito rustico sia un cadente casottino in sasso, sia una stalla di recente costruzione, sia una grande villa colonica.
L’apoteosi del rustico, nel campo della ristorazione, viene raggiunta dagli agriturismi che possono vantare scarsa raggiungibilità ed un cuoco poco attento all’igiene personale.
Per quanto riguarda il cuoco, in pratica, la cosa funziona così: quando, in paese, perde il lavoro qualcuno noto per avere un conflittuale rapporto con acqua e sapone, dal quale un paesano assennato non si farebbe preparare nemmeno un uovo fritto, immediatamente egli diventa richiestissimo dai ristoratori, che lo pagano per presentarsi ai clienti forestieri come cuoco. Che sappia o no cucinare è indifferente, perché a farlo sono sempre la nonna novantenne ed il nipote che ha fatto la scuola alberghiera. Quest’ultimo però va tenuto segregato nelle cucine, come un tempo certe famiglie rinchiudevano il figlio storpio in cantina. L’imperativo categorico è che nessuno deve vederlo: non è abbastanza rustico. Il finto cuoco puzzone, invece, lo è moltissimo. Specialmente se, quando viene mandato in giro per i tavoli ad esibire la sua persona, mostra una canottiera macchiata col sugo ed una folta barba intrisa d’olio di frittura, intorno alla quale volano nugoli di mosche.
Avere un cuoco siffatto è importante, ma comunque non indispensabile. Come dicevo prima, la principale dote di ogni agriturismo che ambisca al titolo di “rustico”, è l’essere situato in un luogo difficilmente raggiungibile. Esiste un teorema infallibile: FP(C)= Kel; considerando P la porta attraverso la quale passa il flusso F di clienti C, e il coefficiente di difficoltà proprio di ciascun percorso, l la sua lunghezza in chilometri e K una costante calcolata dall’ARAM (Associazione Ristoratori Amanti della Matematica) ed equivalente a 13. In pratica, significa che l’afflusso di clientela è direttamente proporzionale alla lunghezza ed alla ricchezza d’insidie del percorso d’avvicinamento. Fondamentale è che almeno l’ultimo chilometro di strada non sia asfaltato. E’ noto, al riguardo, il caso di un proprietario d’agriturismo che ha inghiaiato la strada d’accesso che suo padre, agricoltore, a costo di un consistente sacrificio economico aveva fatto asfaltare. Non pensiate però che i ristoratori possano dormire sugli allori, quando le loro strade sono sterrate. Non basta.
Creare appositamente buche traditrici e posizionare con cura sassi assassini di coppe dell’olio è attività in cui eccelle ogni gestore d’agriturismo. Egli sa bene, anche se non riesce a spiegarsene le ragioni, che il milanese medio prova una gioia fanciullesca nell’arrivare stremato ed appiedato alla meta, annunciando d’aver bisogno di un meccanico. Il nostro aspirante Indiana Jones è convinto che tutto ciò sia molto rustico. Infatti, per questa gente - m'ero scordato di dirlo - rustico è anche sinonimo di avventuroso. Un recente studio, finanziato da associazioni di categoria e dalla comunità montana, ha rivelato che, in realtà, i milanesi adorano le strade accidentate non per congenito masochismo, ma perché costituiscono una scusante morale per l’acquisto di enormi e costosissime jeepponi, che sono assolutamente inutili in città, ma fanno tanto Indiana Jones fuori (pur rimanendo inutili: dove un jeeppone si ferma, la Panda 4x4 vola).
Un altro espediente molto utilizzato è quello di camuffare le indicazioni stradali, che se sono chiare e correttamente disposte tolgono ai milanesi il piacere infantile di utilizzare il gps satellitare parlante. La cosa lascia indifferenti gli abitanti locali, i quali potrebbero percorrere le strade della valle ad occhi chiusi, ma fa incazzare non poco le amministrazioni comunali, che in diversi casi hanno minacciato di levarli del tutto i cartelli, così almeno si risparmia.
Infine, un trucco meno frequente, ma che denota grande ingegno (modestamente, l’idea è mia), consiste nel piazzare sul percorso un finto steccato con stanga, rigorosamente chiusa e munita di cartello che recita “Richiudere dopo il passaggio. Grazie”. Esso costituisce un intralcio moderatamente fastidioso, quindi apprezzato, e soprattutto crea nel milanese due illusioni: che ci sia del bestiame al pascolo, e che lui possa rendersi utile. Queste sono due lampanti falsità: è noto a tutti (tranne che ai milanesi) che di bestiame al pascolo ormai non ce n’è più, e che i milanesi non servono a niente.
Non pensate però che il bauscia sia soddisfatto del percorso ad ostacoli, se questo può essere interamente compiuto utilizzando mezzi a motore. Egli è molto esigente, sotto questo aspetto, e pretende altre difficoltà. Vediamole.
Il tragitto tra il posto auto e l’entrata dell’agriturismo, possibilmente, deve essere lungo: i residenti in centro città, infatti, senza un parcheggio lontano almeno trecento metri dalla meta si sentono spaesati.
Inoltre, la zona antistante la facciata principale deve essere fangosa e punteggiata di merde fresche. Al milanese questo piace moltissimo. Mi verrebbe da dire che ci sguazza dentro, se non fosse che il modo di dire potrebbe essere male interpretato. Al proprietario piace decisamente meno, perché deve pulire il pavimento due volte al giorno, comprare uno zerbino nuovo ogni settimana e vivere in un disgustoso e perenne olezzo, a cui il finto cuoco puzzone contribuisce non poco. Conosco un tale che, un anno dopo aver avviato l’agriturismo, l’ha lasciato alle figlie perché le sue narici non potevano sopportare il supplizio, ed è tornato al suo precedente, tranquillo e profumato lavoro. Faceva il bergamino.
Infine, un tocco di vera classe è costituito da un cane arruffato e spelacchiato, possibilmente color polvere, che sosta nei pressi della porta d’ingresso ringhiando sommessamente, legato alla catena. Questa deve essere lunga abbastanza da permettergli di balzare verso le caviglie degli avventori che si avviano verso l’entrata, ma non tanto da poterle raggiungere. Il ristoratore, nel caso in cui sia certo dell’arrivo di un cliente malmostoso e piantagrane, non incorre in violazioni del codice deontologico se decide di allungare di un paio di metri la catena, al solo scopo di gustarsi le urla e gli improperi del rompiballe.
Passiamo ora ad analizzare gli accorgimenti che ogni buon ristoratore deve mettere in atto per far divertire i bambini lombardi, che spesso accompagnano i lombardi adulti nelle scampagnate domenicali. I milanesi grandi, convinti che tutto ciò ch’è naturale è, a prescindere, buono e positivo, quasi sempre esortano i figlioletti a trascorrere l’attesa del pasto “a contatto con la natura e con gli animali”. I milanesi piccoli non se lo fanno dire due volte: snobbano i tranquilli cavalli e le placide vacche, animali di grande valore, e si dirigono verso conigli e oche, animali di infimo livello, oltre che – come dovrebbe essere noto a tutti - pericolosissimi.
Prima che i ristoratori prendessero le dovute precauzioni, nel quarto d’ora in cui sfuggiva al controllo dei genitori, un bambino milanese riusciva: a farsi mozzare i mignoli destro e sinistro, infilandoli nella gabbia per toccare contemporaneamente il coniglio nero ed il coniglio bianco (famosi etologi hanno scoperto che sempre, al sopraggiungere d’un milanesello, il coniglio bianco e quello nero si affiancano per poi mordere all’unisono); a rovesciare le gabbie facendo scappare dieci conigli, i quali venivano inseguiti da cinque cani latranti; a fuggire, urlando di dolore, nella direzione del recinto delle oche; a sfondare il suddetto recinto; a trovarsi in mezzo a venti oche inferocite; a ricevere da esse trenta beccate sui polpacci e quaranta sul sedere; a cadere nella vasca delle oche, insozzandosi; a spiaccicare un coniglio mentre tornava, correndo, al ristorante; a calpestare, sempre durante la corsa, la coda al cane più grosso ed irritabile; a farsi lacerare i pantaloni e le mutande dal cane grosso ed irritabile; ad arrivare in tali miserrime condizioni al cospetto della madre, che sveniva; a far insultare il gestore dal padre, il quale lo accusava di aver violato le minime norme di sicurezza tenendo i conigli in una gabbia non blindata e le oche in un recinto singolo e non rinforzato. Questo era lo schema tipo degli avvenimenti, ma poteva succedere anche di peggio. I ristoratori sono stati, perciò, costretti a correre ai ripari. Negli ultimi tempi, quasi tutti gli agriturismi si sono dotati di mini-zoo standardizzati per piccoli milanesi, rispettosi della legge 106 sulla sicurezza, composti da un coniglio sdentato e da due oche legate al terreno. Se per la 106 questi asettici zoo sono a norma, non lo sono per la legge 214 sulla tutela degli animali, e perciò il ristoratore vive nel terrore d’essere multato dalla Polizia Provinciale.
Un manager milanese, padre di due bambini, dopo aver costretto nel 2004 un ristoratore a predisporre il mini-zoo poiché i figli erano stati mutilati dei mignoli, l’anno dopo vi è tornato con la famiglia al completo, perché il posto era tanto, ma proprio tanto rustico. Purtroppo per il proprietario dell’agriturismo tanto tanto rustico, il tale era anche guardia zoofila volontaria, e, constatato che tutto era conforme alla legge 106, lo segnalò alla protezione animali, che gli appioppò un verbale chilometrico, e sanzioni per un totale di milleduecentocinquanta euro. Sei mesi dopo questi fatti, il manager morì ammazzato. I giornali cartacei e televisivi affermarono che l’omicidio era da collegarsi agli ambienti della finanza collusi con la malavita, ma nelle valli laterali dell’alto Brettia si narra di un viaggio segreto del sopra citato ristoratore, e del precedente passaggio di loschi e oscuri personaggi presso il suo agriturismo.
Eliminato il rischio dovuto agli animali, i milaneselli trovano comunque altri modi per procurarsi slogature, botte e abrasioni. E’ un’eventualità prevista: quando ci sono di mezzo loro, una volta su tre si finisce per chiamare l’ambulanza. Vi racconto qualche episodio cui ho potuto assistere: un giorno un bambinetto lentigginoso e rosso di pelo ha incastrato il pollice in una bottiglia di vino e, nel tentativo di liberarsi, l’ha rotta in testa alla sorellina; un’altra volta una bambina di non più di sei anni è riuscita a scendere nella dispensa ed a far cadere a terra una pancetta di dieci chili, rimanendoci seppellita sotto; la settimana scorsa tre fratelli biondi hanno messo in pila due sedie per salire su un portico e, impossibilitati a discenderne, ci sono rimasti sopra due ore, mentre trenta persone li cercavano… è’ davvero incredibile cosa riescono a combinare i mocciosi metropolitani. Ma c’è un aspetto fondamentale della faccenda che io non riesco a capire, ed altrettanto mio zio. Considerato che, quando arrivano, non presentano tracce evidenti di ferite, e che la mortalità infantile del comune di Milano – ho controllato - è tra e più basse d’Europa, con mio zio spesso ci chiediamo se i bambini, là, vivono in ambienti asettici, sterilizzati e imbottiti. Deve per forza essere così: altrimenti non riuscirebbero a sopravvivere.
Al termine dell’odissea, se i figli sono sopravvissuti ai ludi pre-pasto, il milanese può sedersi a tavola. Quand’egli riesce, finalmente, a ordinare il pasto, il compito dei ristoratori è quasi terminato, o comunque è molto più semplice. Il milanese medio è, infatti, di bocca buona e non riconosce una bistecca da un fetta di tacchino. Le pietanze, per lui, rivestono importanza secondaria. E’ quindi inutile che mi dilunghi in complesse descrizioni culinarie. Per dovere di cronaca, debbo constatare che la qualità dei piatti, ogni anno, diminuisce. Non rimprovero però i ristoratori, i quali fanno solo i loro interessi. Hanno capito che basta ripetere al milanese le solite tre frasi di circostanza - cioè che la cucina è quella tradizionale dell’appennino, che i cibi sono genuini, che c’è ampia fornitura di salumi e vini tipici - ed egli si sbafa soddisfatto tutto ciò che gli viene messo dinnanzi. Stanti così le cose, chi glielo fa fare di curare la qualità?




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SOCIETA'
Personaggi e storie paesane / Avvertenze per il turista milanese
9 maggio 2007

Se qualcuno dei miei due lettori è milanese e, leggendo, è stato preso da irrefrenabile desiderio di visitare Ansano, è meglio che prenda alcune precauzioni. Innanzitutto, quando e se arriverà, eviti di sostare nei pressi del Bar Circolare: rischierebbe di trovarsi alle calcagna una banda di ottantenni infuriati ed armati di alcuni bastoni, rari coltelli e molti cappelli, aizzata dal barista Paolo al grido di “Dagli al milanese! Dagli al milanese!”.
Si, ho detto proprio cappelli, avete capito bene. Dovete sapere che il copricapo tipico degli ottantenni di queste lande è un’arma a tutti gli effetti. I cappelli in feltro che si usano dalle mie parti sono rigidi e taglienti già quando vengono messi in vendita. Indossati ogni giorno, si intridono di sudore, unto, malvasia, sangue (i vecchi li usano per spiaccicare gli insetti), fumo e sputo (i vecchi appoggiano il cappello sui tavolini del bar, coprendo il posacenere, ma poi se ne dimenticano e lasciano partire ogni mezz’ora la loro terribile scatarrata verso di esso). Dopo cinquant’anni di tale trattamento chimico, il cappello assume la consistenza e l’affilatura della lamina in acciaio. Lanciato, se acquista un corretto moto rotatorio, può raggiunge i settantasei chilometri orari ed è in grado di mozzare fino a ventisette teste, prima di cadere a terra. Se il lanciatore, prima del tiro, ci si era involontariamente seduto sopra, deformandolo (senza ferirsi: il culo degli ottantenni subisce trattamenti chimici ben peggiori rispetto al cappello), esso diventa simile ad un boomerang, ed uccide il vecchio al ritorno.
I cappelli dei novantenni sono ancor più pericolosi di quelli degli ottantenni (si dice che possano tagliare il vetro, come il diamante, o addirittura che, a causa del processo di cristallizzazione, diventino veri e propri diamanti), ma non possono essere utilizzati perché pesano tra i due ed i tre chili, e se  l’artritico proprietario tentasse di lanciarli si frantumerebbe le deboli ossa del braccio. Il loro spropositato peso è causa, oltre che di occasionali fratture agli arti superiori, della morte di tutti i maschi longevi della vallata. Non si ricorda, a memoria d’uomo, di un abitante della val Corana che abbia raggiunto il traguardo dei cento. Verso i novantadue, novantatre anni, sottoposto ad eccessivo sforzo, il collo cede: un crac secco, e finiscono le terrene fatiche. Tutto sommato, una bella morte.

Se proprio non può evitare il Bar Circolare, sarà meglio che il turista non palesi la propria appartenenza alla razza dei bauscia invasori e che si  presenti come valdostano, o come ligure. Come valdostano va meglio, perché i piacentini della montagna conoscono la parlata genovese e non si farebbero ingannare. Magari, i vecchi potrebbero accorgersi che, in fondo, non sono poi tanto male, i valdostani. “Una cosa è certa” concluderebbero “sono meglio dei milanesi”.




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Personaggi e storie paesane / Il Marco che alle tradizioni ci tiene, tranne per i nomi
17 aprile 2007

Qui da me, l’invasione dei bauscia ha risvegliato il sentimento di legame con il territorio. Se dovessi scovare una conseguenza positiva dell’invasione, sarebbe proprio questa riscoperta convinzione d’essere i responsabili, i custodi della valle. In tempi di emigrazione contadina e spopolamento delle campagne, è un sentimento importantissimo, anche se bisogna sinceramente ammettere ch’esso si tramuta in opere concrete molto ma molto di rado. Il più delle volte, purtroppo, tale sentimento alimenta improvvisati comizi in piazza, inconcludenti gesti simbolici e puerili spacconate.
Varie sono le testimonianze del risvegliarsi di questo fortissimo sentire comune. Per esempio, nei primi anni settanta, sui muri di diversi casolari abbandonati cominciò a comparire la scritta “questa terra è la mia terra”. A voler proprio essere pignoli, i primi epitaffi, dei quali purtroppo oggi rimane una sola testimonianza, recitavano, in un magnifico, anche se involontario, mix di italiano sgrammaticato, dialetto e latino, “cuesta tera e la mea tera”. Solo successivamente qualcuno deve aver fatto notare gli errori al misterioso autore. Da quel momento, mi raccontava mio zio proprio stamane, le scritte aumentarono in modo esponenziale: era segno che il nostro aveva trovato complici, oppure che altri, spontaneamente, avevano deciso di affermare in modo analogo quel “sentimento” che ho prima accennato a descrivere. Quel che leggerete ora vi farà capire quanto esso sia forte, contagioso e duraturo.
Alcuni pazzi (quattordici per la precisione, ovvero l’intera classe 1987, a cui il sottoscritto s’onora di appartenere) compiono ogni anno una processione altamente simbolica all’ex mulino su cui campeggia l’ultima scritta originaria – quella con gli errori. Essi amano chiamare quel luogo “Muro del pianto”. Nome che oggi ci appare poco opportuno, ma che a dodici anni, quando lo scegliemmo, ci sembrava geniale. Una votazione, svoltasi l’anno scorso in presenza di tutti i diciannovenni e le diciannovenni del paese, ha democraticamente stabilito che non era il caso di rinnegare quella scelta, nonostante le critiche che avevamo ricevute. Di certo non si possono accusare i dodicenni che fummo di voler mancare di rispetto a memorie ben più importanti e tragiche. Cinque anni fa, gli unici a sapere cos’era e dov’era il Muro del Pianto eravamo io e quel secchione del Tonio, ma non ci era nota la sua storia. O meglio, il Tonio diceva di conoscerla e provò anche a spiegarcela, ma tanto non lo stavamo mai a sentire.
Possiamo però ammettere – anzi: è doveroso farlo - d’avere un gusto nominativo piuttosto pacchiano. Molti adulti ce lo fecero notare, appena ebbero conosciuto per quale motivo, il primo di Luglio, noi ragazzi ci mettevamo in marcia, tutti rigorosamente a piedi (le biciclette erano e rimarranno severamente vietate, in quanto considerate sintomo di poca partecipazione spirituale al pellegrinaggio. Di utilizzare sacrileghi mezzi a motore, poi, non ne abbiamo mai parlato, nemmeno l’altr’anno che ci siamo patentati).
Quel pessimo gusto nominativo, crescendo, il Marco non l’ha smentito: il suo miglior segugio si chiama Gat. Un nome breve e di facile pronuncia, in teoria quindi adattissimo ad un cane da caccia, che deve essere richiamato ad alta voce e molto spesso. Se non che nel nostro dialetto gat significa gatto. Capirete quindi che l’inquietante figura di un novello cacciatore che vaga per la campagna urlando “Gat! Gat! Gat!”, considerato che abitualmente tutti chiamano così i gatti, cui solo quegli starmboidi dei milanesi si ostinano a dare un nome proprio, costituisce un grande turbamento per molti. E’ la terza grossa preoccupazione della comunità venatoria ed in particolare di quella cinofila, che teme di veder lesa l’onorabilità della categoria dalle poco ortodosse scelte del ragazzo. Uso il plurale perché non è l’unico nome indecente ch’egli abbia affibbiato ad un suo cane. Possedette un segugio nero focato a pelo raso, tanto promettente quanto brutto, morto inspiegabilmente all’età di diciotto mesi, cui diede nome Rat, che nel nostro dialetto vuol dire topo.  Fino ad un paio d’anni fa aveva anche una setterina biancarancio di nome Vulp (volpe), che poi suo padre Gianni ha venduto perché, nonostante le punizioni, continuava imperterrita a fuggire periodicamente per uno o due giorni, durante i quali il suo svago preferito era visitare pollai. In un momento di profonda e disperata incazzatura, successivo all’ennesimo rientro della cagna con una bella anitra bianca tra le fauci, il Gianni, di solito persona pacata e ragionevole, ha addirittura accusato il Marco di aver intenzionalmente dirottato su modelli volpini il carattere della cagnetta. Come se un cane, seppur intelligente come era Vulp, possa comportarsi in modi diversi a seconda del nome che le è stato affibbiato.
Ora Vulp appartiene ad un tizio di nome Tino Tini, detto Tin-Tin, il quale risiede in una landa desolata dove son tutti come lui, cioè un po’ toccati (da qui l’onomatopeico soprannome), perchè da secoli si trombano tra consanguinei, tanto che nel piccolo cimitero sono presenti tre soli cognomi (gli altri due sono Mattei e Follini: per quanto si inventino nomi simbolici nelle storie, la realtà supera sempre la fantasia, nevvero?). Il matto fa dormire la cagna al posto della moglie fuggita e le permette di mangiare nel suo stesso piatto. Sostiene che Vulp non tocca più le galline. Sinceramente, non so quanto le sue affermazioni siano credibili: mi hanno riferito che due sere fa, al bar del Molaschi, ha affermato di possedere un cagna da ferma che ha imparato ad usare le posate. Dopo essere stato abbondantemente sbeffeggiato, in risposta ai miscredenti, ci ha scommesso su trenta euro. Suppongo che in questo momento quei soldi non si trovino più nelle sue tasche. Povero Tin-Tin. Come se volesse, con ciò, compensare le altre stramberie, egli chiama la cagnetta Diana, un nome che più ortodosso di così non si può.
Ma non è finito qui, l’elenco delle scellerate intenzioni nominative del Marco. Voleva pure, non contento, chiamare il suo gatto Ca, che non è un nome suggerito da Kipling, come credevo io all’inizio, ma l’equivalente in piacentino di cane. Alla fine non l’ha fatto, perchè s’è ricordato che sarebbe stato da milanese dare un nome proprio al gatto. Ha quindi continuato a chiamarlo, semplicemente, Gatto.




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Personaggi e storie paesane / L’Ingegnere, Don Giucas, il Cecco
12 aprile 2007

L’Ingegnere è, in Val Corana, una figura mitologica. Per quanto ne so, egli non possedeva nome proprio. Infatti, ho sempre e solo sentito riferirsi a costui in questo modo: “l’Ingegnere… heeehh!”. La seconda parte del nome, quel sospiro che lo identifica rispetto agli altri mille e mille ingegneri che popolano questo mondo, dovrebbe essere, se ho ben capito, un segno di grande e imperitura stima, un omaggio alla memoria del grand’uomo. Sentendo tale invocazione, ancora oggi, tutti rispondono con un suono simile. Perciò i dialoghi diventano più o meno così, quando l’Ingegnere, con il suo ingombrante ricordo, irrompe nelle conversazioni:
“…erano già venuti in tanti, e verso sera arrivò anche l’Ingegnere… heeehh!”
“Heeehh!”
“Heeehh!”
“Heeehh!”
Le così avanti per tante volte quanti sono i presenti, con l’ultimo che fa un sospiro più lungo, con sei o sette “e” ed un imprecisato numero di “h”, e aggiunge “se ci fosse ancora…” (…avrebbe centododici anni, e farebbe un po’ impressione stargli vicino, ma questo lo penso io e mi guardo bene dal farlo notare).
Una volta, erano i primi anni novanta, il parroco commise l’imprudenza di nominare l’Ingegnere durante l’omelia. La sfilza degli heeehh durò quasi dieci minuti e, per colpa dei chierichetti e del Cecco mio cugino che suonava la chitarra,  degenerò in qualcosa di vagamente simile alla colonna sonora di un film porno. Io, fanciullo innocente quale ero, non capivo, ma ricordo benissimo l’espressione sconvolta della nonna, seduta di fianco a me sulla panca. Invece il nonno Fernando, che è sempre stato un gran simpaticone, e che alla veneranda età di ottantatre anni ancora si entusiasma per scherzi e burle d’ogni sorta, anche le più crudeli, rideva di gusto.
A porre fine a quell’obbrobrio intervenne don Paolo, detto amichevolmente don Giucas, che rosso ed infuriato fece riecheggiare un toniturante  “Heeeeeehhhhhhhhhhhh! Se ci fosse ancora… Amen”. Una conclusione assurda ma azzeccatissima, per una situazione talmente pazza. Se avesse urlato un banale “Basta!”, o uno scandalizzato “Vergogna!”, forse l’episodio non avrebbe meritato d’esser qui riportato. Immediatamente dopo, don Giucas lanciò un’occhiata di fuoco, veramente terrificante, in direzione delle prime panche, occupate dall’indegna e blasfema turba dei ragazzini del catechismo, e l’accompagnò con gesti circolari della mano, che tutti interpretarono come un poco rassicurante “con voi facciamo i conti dopo”. Dopo la funzione, i chierichetti dovettero riportare in sagrestia il saio ed il rosario, e là fecero i conti. Eccome se li fecero: inizialmente, Don Giucas pretendeva di sospendere loro la paghetta fino alla fine dell’anno. Una punizione esemplare, considerato che si era in Gennaio. Tuttavia, al termine d’una estenuante trattativa, dopo una convinta dichiarazione di pentimento (e dopo aver assicurato che per nulla al mondo l’avrebbero rifatto, poichè a don Giucas premeva innanzitutto esser certo di questo), i nove criminali riuscirono a convertire la pena in cinque ore di pulizia collettiva dell’oratorio.
Mio cugino Cecco, invece, dopo la messa fuggì. I conti col parroco li fece un paio di giorni dopo, quand’egli lo andò a trovare a casa. Fu anche peggio: la famiglia seppe, ed il ragazzo fece i conti anche con il padre, che sarebbe poi mio zio Mario. Di solito è persona pacata e ragionevole, ma quella volta lo fu molto poco. La chitarra del Cecco, trovatasi a portata di mano dello zio nella fase più acuta della sfuriata, fece una brutta fine. Don Paolo, in preda ai rimorsi, e soprattutto incapace di scovare un chitarrista sostituto, gliela ricomprò.
Volevo parlare brevemente dell’Ingegner Heeehh, e mi sono dilungato su Don Paolo, accennando al suo curioso soprannome. Ora sarebbe troppo lungo spiegarvene la genesi; vi basti sapere che non deriva da Don Giussani, noto religioso, ma da Giucas Casella, noto mago ipnotizzatore. Casella (lo dico per chi non fosse aggiornato sull’attualità televisiva) ogni domenica, da anni, finge di andare in trance senza respirare e di risvegliarsi, fresco come una rosa, dopo lunghi periodi. Al prete di Tormole il soprannome venne affibbiato per le incredibili doti che dimostrò d’avere quando resuscitò da una colossale e comatosa dormita post-sbornia, durata oltre cinquantasei ore. Il tutto solamente grazie alle sue straordinarie capacità fisiche, poiché non ricevette ne aiuto farmaceutico (lo testimoniano il medico condotto ed il farmacista), ne aiuto divino (lo testimonia la perpetua, che giura di non aver mai visto Don Giucas pregare quando sta male – cioè quando beve troppo, perché d’altre malattie non ne ha mai avute).
Tante altre ce ne sarebbero da dire, ma chiudo qui la storia sull’Ingegner Heeehh, grand’uomo, persona eccellentissima, su Don Giucas, altra persona grande ed eccellente (nel senso che pesa un quintale e mezzo ed eccelle nel trincare vino buono), e su mio cugino Cecco, che è si grande (quasi due metri), ma non eccelle in niente. Le uniche cose che ha imparato a fare in venticinque anni d’esistenza sono suonare la chitarra, peraltro non troppo bene, e sparare boiate a raffica. Caratteristiche, queste, che gli hanno permesso di divenire il giullare ufficiale della compagnia. Non so se a lui basteranno, per far strada nella vita, ma ci fanno scompisciare dalle risate, e bastano a noi. Lo so, lo so, noi ragazzi riusciamo ed essere crudeli, certe volte. Ma cosa ci possiamo fare, noi amici, se è un pirla? E dico pirla, ma potrei dir di peggio: l’ha licenziato addirittura il benzinaio, perché si faceva fregare sui soldi dagli automobilisti, quando tutti sanno che di solito avviene l’esatto contrario.




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Personaggi e storie paesane / Quella volta che Ciappamersa litigò coi vicini
4 aprile 2007

Innanzitutto dovete sapere che, in questo angolo d’Appennino, i sentimenti nutriti dalla gente verso i milanesi sono analoghi al più becero odio razziale. Ne hanno le stesse caratteristiche fondamentali: l’assoluta irrazionalità ed il costante e patetico tentativo di dar loro giustificazioni razionali. Questi sentimenti, nel periodo successivo all’ondata d’immigrazione di ricchi brianzoli di fine anni ottanta, hanno portato a vere e proprie operazioni di sistematico danno alla proprietà dei nuovi vicini d’origine lombarda. Non spaventatevi, per carità: si tratta solo di carraie arate “per distrazione” quattro anni a fila, di trattori parcheggiati di traverso sulla carraia e lì “dimenticati” per giorni, oppure di olio esausto finito “casualmente” in tre pozzi. Tutti e tre appartenenti alla stessa persona - pensa che brutti scherzi gioca il caso, alle volte.
Insomma, roba leggera. Ma, ciononostante, roba che non si vedeva dal secolo precedente. Un po’ più grave fu il caso dell’Arnaldo Ciappamersa, detto Ciapa Marsa (traducibile con “chiappa marcia”, un soprannome decisamente ingiurioso - forse è per questo che il tale era tanto rancoroso e che i figli cambiarono cognome), che entrò nel pollaio di uno di Monza, tagliò il collo a tutte le venti galline e, prima di uscire dal cortile del delitto, diede una vangata in testa al cane che abbaiava, lasciandolo stecchito. Questo fatto, però, nessuno lo inserisce nella categoria  “carognate ai milanesi”, forse perché il giorno dopo Ciapa Marsa, coltello alla mano, entrò nella fattoria di un altro vicino, questa volta indigeno, e tentò di sgozzare non le galline, ma il loro proprietario. Purtroppo per l’aspirante omicida, il proprietario era l’Italo Lanfranchi detto Spara, personaggio noto per la sua predisposizione all’ira violenta, nonché vanitoso detentore di ben quattro denuncie per aggressione armata.  Egli dormiva beato nella sala da pranzo, quando Ciapa Marsa entrò con tanta delicatezza da svegliare, oltre allo stesso Spara, anche la di lui consorte e la di lui figlia, che stavano al piano superiore. Queste poterono così assistere, dalla privilegiata postazione del pianerottolo di metà scala, al passaggio dell’Arnaldo furioso che si dirigeva verso il Lanfranchi, correndo e brandendo un coltellaccio come nei migliori film horror. Spara se la cavò per miracolo, oltre che per le due doppiette che teneva appoggiate al muro sempre cariche. La sera stessa l’aggressore, reo confesso e con una dozzina di pallini del dieci conficcati nella natica destra (soprannome profetico?), precisò che (riassumo da una copia del verbale dei carabinieri, gentilmente fornitami da un  amico):
a) lui non ce l’aveva con nessuna bestia; b) anzi, gli spiaceva molto per il cane, un po’ meno per le galline che avrebbero fatto quella fine comunque; c) lui ce l’aveva con tutti i vicini, milanesi e non; d) i suoi vicini erano molto peggio delle bestie; e) il maresciallo doveva lasciarlo andare, perché non esiste il reato di “omicidio di gallina”; f) non potevano provare che lui avesse voluto sgozzare il vicino perché era la parola sua contro la parola dell’altro, che a detta di tutti era un mentitore, un criminale ed una bestia; g) non contavano niente le due testimoni, perché i parenti delle bestie sono anche loro bestie - e qui il carabiniere trascrisse la celeberrima frase di Ciapa Marsa “una cristiana mica sposa un cane, o no?” - frase, da allora, usata dalle madri per dissuadere le figlie da matrimoni avventurosi; h) lui non aveva mai voluto uccidere nessuno, ma, se c’era una po’ di giustizia al mondo, i suoi vicini avrebbero dovuto morire ammazzati dal primo all’ultimo.
Quando queste parole gli furono riportate, il Monzese ringraziò il Signore per avergli fatto morire la suocera con opportuna tempistica ed averlo fatto così tornare in riva all’Adda esattamente nel giorno della strage avicola.

(i raccontini continuano a sembrare quelli di Guareschi, mannaggia. Tanto vale che il prossimo l'inventi di sana pianta e c'infili un prete ed un comunista. Mi piace come idea. Ho appena avuto l'ispirazione, un'ispirazione bipartisan: alla fine li faccio morire entrambi.)




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Personaggi e storie paesane / Il ragionier Giulietto Telli
28 marzo 2007

Inauguro una nuova rubrica di raccontini; alcuni sono veri, altri verosimili. Vorrei non risultassero ammantati di retorica buonista e melensamente nostalgici, ma temo lo saranno. D’altronde, non potete pretendere troppo da uno che alle elementari s’è letto tutto Guareschi. Che volete: per quanto riconosca la sua pericolosità, chessò, in ambito politico, a me il clima da Brescello-negli-anni-cinquanta, che ancora si respira un po’ ovunque, sta simpatico. Compatitemi.

 

Il ragionier Giulietto Telli era un tranquillo ometto originario del Canton Ticino, il cui nome – non poteva essere altrimenti -  veniva da tutti storpiato in Guglielmo Telli. Il brav’uomo non lo sopportava, ma soffriva in silenzio. Solo una volta andò su tutte le furie. Fu quando, entrato nel Barettino per il caffè delle sette, il barista Paolo gli domandò, a voce altissima per farsi sentire da tutti i presenti: “Ragioniere, il solito?”. Era una domanda superflua, considerato ch’erano vent’anni che prendeva sempre e solo un caffè normale, ma il ragioniere non fiutò la beffa. Non intuì nulla nemmeno quando il barista, dopo la sua risposta affermativa, con sorriso sornione gli porse una bella mela rossa. Guglielmo Telli lo guardò stralunato, poi si girò indietro ad osservare gli altri, che pure loro non avevano ancora capito. L’attenzione di tutti si rivolse quindi al Paolo, il quale, da grande attore qual’era ed è, fece passare qualche secondo, poi aggiunse: “Mi scusi, ragioniere! Mi scusi tanto! Dimenticavo questo…”. E mentre parlava tirò fuori da sotto il bancone, con gesto lento e teatrale, un arco giocattolo con freccia già incoccata. Nei limiti delle umane possibilità, gli spettatori trattennero le risate, perché in paese si portava grande rispetto al ragioniere. Ma questo non bastò ad evitare la sua esplosione d’ira, da anni repressa. Prese l’arco, e scoccò la freccia di plastica in direzione del barista, che la schivò facilmente, abbassandosi dietro la cassa. L’autore dello scherzo si rialzò subito, ridendo a crepapelle, e non si accorse della mela che stava volando in direzione del suo naso. Il naso del Paolo non era, e non è tutt’ora, un naso normale; non è nemmeno un naso straordinario: è un naso terrificante. Ha caratteristiche disumane: di forma analoga a quella d’un cetriolo, pieno di bitorzoli, occupa due terzi dello sviluppo verticale della faccia del barista. La scorsa estate, mio nonno Fernando piombò nel bar sventolando un mio vecchio libro illustrato sugli animali e urlò “C’è il Giro di Francia su raitre!” per destare gli addormentati (i vecchi, a Luglio, scelgono un luogo adatto del locale, di solito vicino al ventilatore, e vi costruiscono, con Gazzette dello Sport usate, una tana di forma piramidale, dove cadono in un profondo letargo, dal quale si svegliano solo per seguire il Tour de France e per pisciare. La prima cosa avviene ventun volte, tante sono le tappe della famosa corsa; la seconda milleduecentosessanta volte, perché i vecchi pisciano ventun volte al giorno). Ai risvegliati, il nonno mostrò un’immagine che dimostrava inequivocabilmente che il Paolo discendeva da un Lestincus Pomeranus, rarissima specie di scimmia del Borneo. Tutti si dichiararono d’accodo con la tesi del Fernando mio nonno, e il Richetto disse che, secondo lui, il naso del Paolo era ben più lungo dei dodici centimetri che il libro indicava per quello del Lestinco. Capite perciò che, per il ragionier Telli, quel naso rappresentava un facile bersaglio. E, infatti, il lancio riuscì perfettamente. Colpito con forza e precisione, il naso cominciò a sanguinare copiosamente. Il Paolo proprio non se lo aspettava, e rimase basito. Fissò prima la mela rossa, rotolata ai suoi piedi, poi le rosse gocce che cadevano sulla camicia, poi il ragionier Telli, anche lui rosso a causa della rabbia, e poi, di nuovo, la mela. Non proferì parola, e così tutti i clienti.

Sul volto del mite ragioniere, per l’unica volta nella sua lunga vita, comparve un ghigno mefistofelico. Volgendosi alla sala, pronunciò frasi cattive, per lui insolite: “Dicono: chi la fa l’aspetti! Ricordatevelo anche voi, infami! A casa ho una pistola, e avete visto che ho buona mira… meglio di  Guglielmo Tell… Hahahaha!! Rimpiangerete d’avermi chiamato in quel modo!”. Poi uscì, con passo rapido. Attraversando i tavolini sulla piazza, tra il silenzio generale, sibilò: “Infami, gente da poco, maledetti…”.
I
l giorno dopo, raccontano che i due si siano scusati per mezzo pomeriggio, tra continui salamelecchi e reciproche offerte di colazioni e consulenze gratuite.




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