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"Uno sceso dalla montagna con la piena"




"E' solo un blog: sboccato, sconclusionato, culturalmente e psicologicamente border line"










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Tonino


















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Questo blog è una cagata pazzesca, ma nonostante ciò non è una testata giornalistica. Bla bla bla bla bla


Perché i milanesi sono una razza diversa
25 febbraio 2008

Ieri mattina una gran fretta. Partito di buon ora per far sgroppare per monti i poveri cani, i quali, in periodo di caccia chiusa, si rincretiniscono nel serraglio per giorni e giorni, son dovuto rientrare presto. Perché veniva a pranzo un cugino di Milano. Sicché una delle migliori piccole soddisfazioni della vita – giunger davanti a casa in maglietta perché il sole di febbraio alle due scalda, salire le scale, lasciare gli scarponi accostati alla porta, traversare dritti casa fin alla cucina, lì trovare tutto sul tavolo, gli altri già pronti ad alzarsi, riscaldarsi la roba ed abbuffarsi in santa pace – non me la son potuta concedere: “torna presto”, mi lanciava dietro mamma all’alba dal balcone; e poi, appena tornato (presto), sempre dal balcone, “dài che è tardi, fatti una doccia e sistemati, ché sembri uno scappato da casa”. Infine (tardi) è arrivato il cugino emigrato a Milano. Gran brava persona, per carità, e in gambissima: poca voglia di studiare e un diploma di ragioneria, in breve è diventato direttore di filiale. Ma è ormai irrimediabilmente compromesso: è vero che fa il bancario a Milano, ma lo sembra proprio, un bancario, e sembra anche milanese.
A metà del pranzo, non so come, salta fuori la questione delle motivazioni sul lavoro. Dice il cugino che la sua banca ha fatto fare un corso per l’autostima e per la motivazione ai dipendenti. “Lo teneva il Professor Tale, che è uno stimatissimo insegnante universitario ma è un mezzo matto, almeno a vederlo… io infatti sono rimasto sorpreso quando l’ho visto…”. E dice insomma che questo tale faceva di tutto per stimolarli, per smuoverli, per tirar fuori la loro personalità, per farli aprire, e via di frasi fatte. Così io, mangiando l’arrosto, m’immagino un tavolone da riunioni con seduti tutti questi bancari in completo blu da bancario, e la loro sorpresa quando entra il professore stimatissimo, rivelandosi un mucchio di capelli pazzi alla Einstain – i professori matti assomigliano sempre ad Einstain.
Racconta il cugino che, a un collega che suonava la chitarra, impose d’andarla a prendere; di fronte al rifiuto per motivazioni di cento chilometri da casa, ordinò: “O parte in macchina adesso o si mette a suonare una chitarra immaginaria in mezzo alla stanza. Saltando come se fosse su un palco.”. “Ma guardate che è molto utile, ti rende sicuro” – ci spiega il cugino replicando ai nostri sguardi ammaloccoluti – “ti toglie un sacco di freni inibitori”. Io faccio sì con la testa, e intanto immagino Jimi Hendrix vestito da bancario che suona una musichetta da saloon con la chitarra, mentre Einstain gli spara pistolettate tra i piedi per farlo saltare, strillando “ieh-haa!”.
Racconta anche che ad una altro, il quale sembrava assente, prese a dire insolenze in faccia, finché quello s’incazzò e scoppiò in risposte per le rime. Al che il professore disse: “Era quello che volevo, bravo”, e quello si rimise a cuccia. Noi sempre più allibiti. “Ma guardate che dopo ti fa sentire meglio, cioè, ci sono degli studi che dicono questo, è un professore stimatissimo, già in altre ditte ha dato dei risultati sulla produttività…”. Io immagino un cane con la testa di bancario, legato alla catena, ed Einstain che, passando di lì, si mette a stuzzicarlo fin a che quello si mette ad abbaiare e ringhiare tirando la catena. Al che Einstain se ne va ridacchiando soddisfatto.
Con un terzo, il quale era palesemente imbarazzato, racconta infine il cugino che si mise amabilmente a parlar di cazzate varie, ignorando i presenti. Quando quello, ancor più imbarazzato, obiettò “…ma forse è meglio che si occupi un po’ anche degli altri…”, il professore gridò: “Lei è un cretino! Lei si preoccupa troppo degli altri, non sa sfruttare le occasioni, Lei non avrà mai successo sul lavoro!”. Io immagino un bancario allo sportello che non si preoccupa troppo degli altri, ed un artigiano poveraccio che non capisce una cippa di finanza, ma vorrebbe un finanziamento.
Conclude il cugino, forse intuendo i miei pensieri: “Ma guardate che è strano, sì, e sembra inutile ed anche a me lo sembrava, ma poi ti rendi conto che ti fa aprire, ti fa prendere il coraggio delle decisioni, davvero! Purtroppo c’era il solito ignorante qualunquista che era venuto con la mente chiusa, già deciso a non aprirsi…”. E racconta di questo tizio della Val d’Ossola che trapelava indifferenza e commiserazione, e di come poi è finita. Così io, mentre racconta, mi figuro per immagini come mio solito, ma stavolta senza conceder nulla alla fantasia, perché è già magnifica così la scena: c’è questo tavolone da riunione con intorno tutti questi bancari che “si aprono”, questo clima da convention aziendale ammeregana, questa gente motivata e coinvolta, questo professore matto che conduce l’orchestra e l’entusiasmo, e quel tizio della Val d’Ossola che ad un certo punto si alza con distacco, va verso la porta e, prima d’uscire, all’”Hei tu!” del professore risponde, serafico: “Ma vada un po’ a cagare”.
Mentre il cugino di Milano racconta, mi si allarga in faccia un sorrisone palese. E vi dirò, io sono assai pudico, rispettoso ed educato, ma una risatina di soddisfazione me la sono concessa di gran gusto, di fronte alla vittoria del provincialismo chiuso e qualunquista sulla milanesitudine.

Conquista
9 febbraio 2008

Dopo la reconquista (meglio leggere quello, prima, sennò non si capisce)...

La colonna di militari prosegue sulla terra deserta. L’intera Terra è deserta: tutta la lussureggiante vegetazione è stata mangiata dalle capre dei beduini islamici e dai vegetariani comunisti radical-chic. Lo scenario è desolante. Un’unica distesa arida s’estende dalle Alpi fino alle porte di Dubai (a Dubai c’è la neve artificiale, la Brambilla e le piste di Curmayeur).
La colonna militare, improvvisamente, si ferma: il fuoristrada blindato del capo ha forato. L’intero plotone scende dai mezzi e - petto all’infuori, sguardo fiero - intona una canzone militare: “la brum del mm ha un pss nella mm”. Solo all’ultima strofa l’ufficiale meccanico capisce e cambia la gomma.
La colonna militare riprende la lunga avanzata. C’è chi scambia qualche parola; quelli che hanno niente da dire, del tempo ne rimane.
In mezzo al nulla sabbioso s'aggira spaurito un cerbiatto. “Sparate!”, ordina il capitano.

“Perché sprecare colpi preziosi, capitano?”, azzarda l'attendente.

“Ma come fai a non capire? Questa è una guerra, soldato, lo vuoi capire? Una GUERRA. Siamo in guerra contro il politically correct. E non vedi quando è bello, e elegante, quel damerino d’un cerbiatto? Crede di essere BUONO, lui, crede di essere moralmente superiore. Gronda ipocrisia. Guardalo, fa gli occhioni dolci…che fottuto ipocrita! Credi ancora che sia buono, adesso? E’ BUONO IL CERBIATTO, SOLDATO??”

“Sissignore! In umido con i funghi e la polenta taragna soprattutto, Signore!”

Il capitano si mette una mano sulla faccia e, sconsolato, biascica a mezza voce: “Ufff… questi alpini veneti assunti con la raccomandazione dei parlamentari Leghisti…!”. Poi, ribadendo l’ordine: “SPA-RA-TE!!”.

"RA-TA-TA-TA-TAM, RA-TA-TA-TA-TAM!"

Ma non sono colpi destinato al cerbiatto. I militari prontamente si gettano a terra, mettendosi in posizione dietro ai mezzi.

"CHI E' STATO?", urla il capitano, ma gli rispondono solo voci allarmate.

"Ci attaccano, ci attaccano!"

"DITEMI CHI CAZZO E' STATOOOO!", urla ancor più forte, sovrastando l'eccitazione.

Risponde un sergente che osserva con il binocolo le alture circostanti: "Morandi, Signore!"

"Ma non era da "Amici"?"

"Si vede che ha rotto i coglioni anche lì, Signore!"

"AMMAZZATELO!"

"Ma è un simbolo della Società Occidentale, Signore!..."

"Ammazzatelo lo stesso!"

"RA-TA-TA-TA-TAM, RA-TA-TA-TA-TAM!"

"CHI CAZZO E' STATO?"

"Sempre Morandi, Signore! Ha un mitra in mano e urla "Morirete tutti fottuti Vietcong", Signore!"

Dopo molte ore e grazie alla conduzione delle trattative magistralmente condotta, via digitale terrestre, da Maurizio Costanzo, Morandi libera i prigioneri in cambio di una prima serata su Canale5.
La colonna dei militari riprende ad avanzare sulla terra deserta. Il cerbiatto, spaventatissimo, si rifugia in un Cartoon Disney. Ma non è che gli butta molto meglio.
La campagna militare contro il politically correct è stata durissima; i militari sono spossati. Ma finalmente sono giunti ai piedi delle montagne ove si nascondono i terroristi.
La colonna, attraversando un grosso villaggio, viene assalita da orde di vu-cumprà bianchi fatti prigionieri anni prima, che chiedono salvezza. Non sono però riconosciuti e vengono scacciati in malo modo. Vista la mal parata, un vu-cumprà  napoletano, opportunamente indirizzatosi sul comando, vende al Capitano uno chalet alpino a Casalpusterlengo e, all'attendente veneto, per corrispondenza, una moglie sarda alta un metro e venti che è in realtà la figlia dodicenne del locale Muezzin.
La colonna militare prosegue la difficile avanzata sulle brulle pendici della montagna, già coperte dalla prima neve. Diversi soldati, assetati, ne bevono. Alcuni si prendono a pallate. Un sergente ci si rotola dentro.
"Ma cosa fa quel cretino?!", chiede il Capitano.

"Un romanzo, Signore!"

"???"

"Il sergente nella neve, Signore!"

Il Capitano ammazza l'attendente a mani nude, poi ordina di preparare il campo. La notte, nel deserto, è fredda. Troppo fredda. Intorno al compo, quattro sentinelle stanno allerta, perfettamente istruite su come difendersi dai sindacalisti bianchi e ben pasciuti, vestiti all'araba, che potrebbero farsi esplodere. Nella notte compare un magrone olivastro con due metri di barba nera, vestito all'araba.

"Chi va là?"

"Sono un semplice e umile pastore di capre", risponde quello in perfetto inglese oxfordiano.

"Ah, bene, per fortuna! Pensavo fosse un sindacalis...", dice la sentinella, prima di saltare per aria assieme al kamikaze.

I commilitoni corrono alla tenda del Capitano per dare la notizia, svegliandolo di soprassalto: "Chi m'ha svegliato? Chi cazzo m'ha svegliato? Chi è quel lurido stronzo comunista checca pompinaro che ha firmato la sua condanna a morte?"

"E' morto un soldato, Signore!"

"Due, se non mi lasci dormire!"

Alba. Frugale colazione. Il tenente addetto alle comunicazioni ed informaizoni riferisce al capitano, come ogni mattina. Infine passano alla situazione generale: "Signore, un'importante autorità religiosa sostiene che i cristiani dovrebbero trovare un accordo con i musulmani, operare insieme..."

"E dove stà questo? Dove, che lo andiamo a stanare e poi sentiremo se ha ancora il coraggio... sentiremo! Dove sta questo sceicco talebano mohammed muezzin del cazzo, eh? A Baghdad? A Kabul? DOVE??"

"A Roma, Signore."


(senza acredine e senza nulla di personale, Caposkaw. E' che l'anti-politically correctness militante e il politically correctness per me sono solo due facce della stessa stereotipata medaglia.) 




permalink | inviato da nomedelblog il 9/2/2008 alle 17:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
letteratura
M'ero sempre chiesto che facessero al liceo classico sperimentale
16 gennaio 2008

“Posso farti qualche domanda sui libri?”

Non capisco bene il senso della domanda che la ragazza mi pone, non capisco cosa ci fa in una biblioteca comunale con una cartelletta in mano a far interviste, ma rispondo affermativamente, e gentilmente.

“E’ un’indagine che stiamo facendo noi classi quarte del Classico Sperimentale (del liceo che frequentavo), sul rapporto coi libri. Intanto – è anonimo - qualche dato… ”

(ecco, lo sapevo, è come quando non butti giù alle indagini telefoniche: la disponibilità porta fastidi, sempre. Sto sbuffando mentalmente, ma rispondo compunto)

Età… titolo studio… occupazione…

“Finito?”, le faccio con voce ancora gentile, ma accennando un passo d’allontanamento assai significativo.

“E no eh! Sui libri ora…”

“Ah”

Frequenza di lettura… dove li acquisto… genere preferito… (due palle)

“Cos’hai preso in prestito?”

Le dico autore e titolo del libro. Lei poggia la cartelletta ad un bancone e scrive. Mi scappa l’occhio sul suo foglio: magnifico, lo riproduco ora di mio pugno per farvi sorridere.

Mi sforzo di tenere gli angoli della bocca giù in basso; trattengo il riso, e ne esce un singhiozzo. Allo sguardo interrogativo rispondo facendo notare l’errore. Non per saccenteria, che, credetemi, proprio non fa parte del mio carattere: per solidarietà tra coetanei e studenti. Giudico infatti che, per evitare il cazziatone del prof responsabile dell’indagine, l’intervistatrice potrà ben sopportare una figuraccia (stranamente, c’è gente, attorno).

“Come, scusa? E’ sbagliato?”

“Hai scritto sbagliato l’autore. E’ scritto in italiano, cioè, è proprio italiano… devi scriverlo… devi scriverlo come… come sciare, ecco! Sì, scrivi: scìa-scìa”

“Ah, ho capito. Grazie”

Corregge, e poi nota: “Tu ne hai due di libri, però…”

“Ah, già! L’ho preso per mia mamma quell’altro…”

Penso di tirarlo fuori di tasca per farle copiare il nome – straniero – dell’autore (tanto più che manco io son certo di come si scriva), ma convengo con me stesso che il gesto potrebbe apparire offensivo, nonchè snob o saccente. E vi giuro che io non sono saccente: davvero ci tengo a non sembrarlo, nonostante l’argomento del post. Perché non lo sono, giuro.
Quindi le detto nome dell’autore, scandendolo, e titolo. Ma commetto il grave errore di lasciare che l’occhio segua la penna della ragazza che, sotto alle precedenti annotazioni, scrive del secondo libro. E scrive – è sempre una mia riproduzione - così:

Questa volta riesco a trattenere sia il riso che il singhiozzo, ma emetto un schiocco gutturale a labbra serrate, e gli occhi, per lo spostamento d’aria causato dallo scoppio d’ilarità trattenuto, m’escono dalle orbite.
La ragazza mi getta addosso uno guardo come prima interrogativo, ma stavolta anche offeso.
Non ce n’è motivo, lo so, ma in questa situazione sono io a vergognarmi. Non sono saccente, non sono snob: svicolo via senza salutare, destinando la ragazza ad un cazziatone certo del Prof di lettere.




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Laicisti esasperati
13 gennaio 2008


Ambientazione:

Mezz’ora fa.
Cucina di casa mia. Cena della famiglia media italiana.
Quattro persone: padre forza-leghista con sbandate libertarie, madre catto-comunista benpensante, figlia atea di sinistra estrema (ma chic) in dieta perenne, figlio - io - liberale moderato (che è una cosa sbiadita e tristissima), nonché assai poco chic.
Cibo per dieci.
In sottofondo il Telegiornale a volume molto basso, appena udibile.

Scena:

Telegiornale: “…Papa Ra..ger……messa tradizionale… …ppella Sistina …ecchio altare… …esortato …vani immigrati a costruire … societ… più fraterna…”

Uaudjnjnrokhuahh!” (io, con coniglio e patate in bocca, sputacchiando)

Padre: “Tutto a posto?”

Uuuuuu! Uuu! Uuuuuuaiuaiash!! Uahvoiokjk! Ch…chajnoi…chuyuch!!

Madre (apprensiva): “Che hai? Stai male? Ti è andato di traverso?”

Gulpaghahh!! Una so- una soc- una socchehchrruahaaacchhhhh…” (paonazzo, rischiando il soffocamento) “cahuch ch ch chah …una SOCIETA’ PIU’ MODERNA??!? E pure questa no, eh! Ma che prende per il culo?!?”

Figlia: “Fraterna. Non moderna: FRA – TER – NA”

Padre: “Calmati”

Madre: “Mangia”

Io: “Grunf


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diari di viaggio
Neve!
4 gennaio 2008

Non so se non vi siano più le mezze stagioni, ma è sicuro che non ci sono più le stagioni di una volta: la neve tarda ogni anno di più. Tre anni fa nevicò addirittura alla metà d’Aprile e, nelle prime giornate soleggiate di Maggio, da Piacenza si poteva vedere la neve che si ritirava verso la cima del Monte Penice, diversi metri all’ora. Quest’inverno la prima neve ha aspettato passasse Capodanno. Ma adesso neve, neve, neve.
Neve proprio oggi che devo salire dal veterinario per il ginocchio del cane Leo, maledetto il coglione, poi fuggitosene, che quest’estate viaggiava a ottanta all’ora su una carraia. Ma oggi ad ottanta all’ora non andava nessuno. Andava a passo d’uomo il bel tomo alla guida della più costosa ammiraglia tedesca, ruote lisce e trazione posteriore; gli ho fatto qualche chilometro a tampone aspettando che si fermasse, per vedere le sue belle scarpine nere lucide inzaccherarsi nella neve sporca del ciglio, ma poi ha svoltato. Andava a passo d’uomo, ossia al suo passo abituale, l’Uomo col Cappello; dietro al finestrino appannato della sua Panda, ghignava contento delle disgrazie altrui.
Neve, neve, neve. Fiat Fiorino, carico di rottamaglie, che supera il collega L200, il quale avanza uno sbandamento dopo l’altro: cittadini di certo, che comprano l’enorme cassonato come se dovessero attraversare le praterie dell’Ovest americano, e poi bastano tre dita di neve perché il mezzo - ruote larghissime, leggero per il cassone vuoto (che ci devono mettere, d’altronde, la ventiquattrore?) - diventi una grande slitta. Al bar di Gramano, metà strada più o meno, il proprietario novantenne non c’è, e finalmente non si devono aspettare dieci minuti di gesti lenti ed esasperanti per un caffè; finalmente, forse, è morto. Però occhio con le condoglianze: quando morì il gemello, che gestiva lo spaccio adiacente, mio padre fece le condoglianze alla barista, mentre la moglie del morto, al tavolino, si consolava con un caffè molto corretto. Davanti alla porta-vetro la densa colonna di macchine al rientro dalla città: chissà dove vanno, la strada finisce con due paesi dove la sera sembra ci siano solo pensionati. Sono le nuove coppie con villetta bi-famigliare sui colli e radici perse per strada.
Neve, neve, neve. In bicicletta solo neri intabarrati fin all’inverosimile; secondo Ligasàbia, tutti arabi col turbante. Appena al di là del vetro uno inscena una scivolata acrobatica, con gran patassone contro le fioriere. Un senegalese, forse; enorme, energico, ma stropicciato e stupito mentre guarda in alto. Neve, amico, hai presente? Gli albanesi, più scafati, con questo tempo aspettano di prendere il pullman di straforo, oppure vanno a piedi. Ci sono montagne dure in Albania, vallate strette, chiuse dalla neve tutto l’inverno, villaggi che ci vuole mezza giornata se hai un fuoristrada buono; e giù nella forra, torrenti con trote da favola, mai pescate. Altro che la Croazia - altro che la Slovenia, con la Sava e l’Idrica invase dagli infighettati e danarosi pescatori a mosca mitteleuropei – l’Albania è la frontiera per noi straccioni pescatori con l’esca naturale. Ci voleva andare il padre d’un mio amico, ma poi si ricordò d’esser padre di famiglia – si ricordò, per meglio dire, d’esser marito di famiglia, perché noi volentieri l’avremmo seguito, sulle scalcagnate strade d’Albania. Che poi sotto la neve le strade s’assomigliano tutte; le buche non si vedono. Non si vedono, ma si sentono: sarà meglio che mio padre non si faccia le migliaia di chilometri per la Romania come in programma, se il tempo non cambia. Meglio far come Bandini - meglio aspettare primavera, papà caro: così poi ci vengo anch’io e ci prendiamo qualche giorno per cercar trote sui Carpazi, o lucci nei canali deviati dal Danubio. Tanto, mese più mese meno, al panificio state tranquilli adesso che la Romania sta meglio – state meglio anche voi matti che invece di vendere in Italia con manodopera rumena, vi siete messi a fare il pane buono per i romeni, con macchinari italiani. Neve, neve, neve: non andare papi, ché alle frontiere serbe, magari, col freddo, non s’accontentano dei pacchi di caffè da moka.
Neve, neve, neve. Il senegalese non s’è ancora risollevato e quel grasso razzista di Ligasàbia (Ligasàbia significa “lega la sabbia”, cosa piuttosto difficile a farsi: il soprannome chiarisce spietatamente l’ottusità della persona) se ne esce col solito: “Non c’hanno voglia di far niente”. Spiace che, dei sei fratelli, egli sia l’unico ancora in vita, perché è anche l’unico stronzo in una famiglia di picari morti ancor più follemente di come vissero – l’ultimo perì l’inverno scorso in modo oserei dire donchisciottesco, guarda caso alla prima nevicata: recandosi a caccia di volpi su stradine interpoderali, s’avvide di una stanga mezza aperta troppo tardi, frenò, ma la Tipo scivolò qualche metro: la stanga, come una alabarda sorretta da un cavaliere invisibile, attraversò il parabrezza e gli fracassò il torace.
Bevuto il caffè e rassicurato circa la permanenza in vita del barista, che, appena prima di fare una figuraccia analoga a quella paterna, scorgo seduto dietro ad un giornale aperto a cinque centimetri dagli occhiali, riparto.
Neve, neve, neve. Una vecchia berlina Mercedes bianca, modello “Albanese tamarro”, s’immette sculettando da una laterale, obbligando così la fila ad una pericolosa frenata. Tutti vorremmo esser napoletani per suonargli allegramente e senza sensi di colpa, però siamo padani ed i clacson tacciono incazzati più di Gioele Dix. Cazzo ti prendi il macchinone, slavo buzzurro arricchito, che poi non sei più simpatico a Diliberto? E comunque oggi non durerai molto, se guidi così.
Le prime pendici appenniniche, imbiancate, sono riportate alla naturale armonia paesaggistica; la neve s’è presa la rivincita sui villoni dei milanesi - quei villoni pitturati di bianco che, nel resto dell’anno, sono un pugno in un occhio al buongusto, adesso si confondono nel candore. Risaltano solo i muri di sasso. Statti a casa bauscia, che la piscina è gelata.
Neve, neve, neve: il veterinario non c’è. Meglio, così passo a salutare nonna. Magari ha bisogno della spesa. Ma manco nonna c’è: è andata a messa, dice il biglietto sul tavolo. Con l’automobile: un morto sulla coscienza dei clericali. Speriamo solo vada a canale senza investire qualcuno.
Passo davanti alla cascina dove domenica scorsa, andando a caccia, riportammo il ragazzo che faceva l’autostop in mezzo al nulla stellato, alle sei e un quarto del mattino. Ciocco marcio, malediceva gli amici che l’avevano lasciato appiedato e augurava loro di trombare poco, di lavorare molto, di ingrassare, e di esser colti da un cancro al culo, colorita maledizione che chi ha visto “Don Camillo in Russia” sa perfettamente si traduce, in Emilia, con “ca t’vegna un càncar in d’al cul”. Nelle pause ci ringraziava; proponeva, frugando le tasche, di pagarci; emetteva sinistri singhiozzii che ci facevano temere una spruzzata di vomito in testa. Adesso spazza il vialetto e saluta enfaticamente, forse perché riconosce l’insolito colore della macchina - spero non perché ancora ubriaco.
Anello sulla statale pedecollinare, fiocchi sempre più grossi, e rientro. Le auto ormai tutte sulla corsia opposta. Lo slavo col Mercedes bianco s’è toccato con la Golf di un ragazzetto in Woolrich e stanno facendo gara a chi è più sbruffone.
Verso la città, stradone dritto e scuro, si vede un cazzo, un incidente, poi sempre più neve.
Neve, neve, neve. La macchina della Polizia a canale ed i poliziotti attaccati al cellulare, a pigliar freddo senza giacca.
Anarchia!, non fosse che con questo tempo è meglio tapparsi in casa.


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permalink | inviato da nomedelblog il 4/1/2008 alle 1:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
località
Anche se non sembra
22 ottobre 2007

Sabato 20 Ottobre, ore 06.50, strada provinciale del Morone, piazzola di parcheggio dalla quale, solitamente, partiamo con la battuta di caccia.
"Fa freddo!"
"Si scalderà..."
"Le previsioni hanno dato neve!"
"Ma va là!"
"Ma dài!, non dire scemenze: stamttina quando mi sono svegliato si vedevano le stelle: c'è sereno"
"Ma però le previsioni hanno detto..."
"La neve al venti di Ottobre, a cinquecento metri d'altitudine... ma figurati! E poi, fino a ieri si stava in maglietta..."
"Beh, mi sa che avete ragione. Nel dubbio, però, magari mi metto nella cacciatora un impermeabile..."
"E' tutto peso inutile!, quando il sole esce dal crinale morirai di caldo, la sù sul monte Morone"
"E' vero: ci si porta dietro sempre troppo vestire e camminando si suda. Via, saliamo!"

Ecco, anche se non sembra, Giuliacci la laurea in metereologia non l'ha trovata nelle patatine.

                                   

Questa era, vista dalla piazzola, la neve rimasta sul monte Domenica sera. Ma la neve qui ritratta si trova in condizione statica, ossia depositata a terra.
Quella che ci ha colto sabato mattina mentre eravamo per boschi, si trovava in una condizione di moto uniformemente accelerato, con verso dall'alto al basso e direzione mutevolmente inclinata in modo tale che, ovunque e comunque io mi muovessi, i fiocchi di neve X che cadevano nei tre centimetri quadrati Z di superficie compresi tra il mio collo e i bordi del colletto del mio maglioncino di cotone M, fossero costantemente cento volte superiori al numero di fiocchi che, in quello stesso momento, cadevano su una  superficie Y di pari dimensioni presa in un punto qualsiasi della valle.
In formula,    f(X): ZX/M - Y = Ma Porca Madonna!!!




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SOCIETA'
Bambini vestiti da cretini guidati da cretini vestiti da bambini
19 ottobre 2007

E’ troppo facile deridere i boy-scout. E quindi lo faccio subito.
Io non ho mai avuto contatti diretti con i boy-scout. Sì, incrociavo all’entrata della messa la loro processione con in testa i capi quarantenni, con pantaloni corti e pelazzi ben in vista (alla faccia del luogo di culto), nonché dotati di lunghe aste con bandiera, che, tenute alta nelle prime panche, impedivano la visuale a tutta la navata, provocando lo scandalizzato sussurrio delle beghine: ma, date le circostanze (in chiesa è permesso parlare solo agli ultraottantenni sordi) erano incontri silenziosi. Oppure incontravamo quegli stessi tizi (dell’età dei nostri genitori) quando entravano in canonica, interrompendo la lezione di catechismo, per chiedere (con lo slang di noi dodicenni) se volevamo partecipare, là nell’inaccessibile salone parrocchiale, a giochi dai nomi strampalati e oscuri, che sospettavamo e temevamo assai noiosi. Così noi, timorosi, rifiutavamo, preferendo continuare a giocare a pallone, a suonare il campanello di casa della perpetua per poi fuggire, e a tranciarci le dita nel tentativo di recuperare, a fine partita, le palline del calciobalilla, attività che costituivano gli ultimi cinquanta minuti della cosiddetta “ora di dottrina” settimanale (scoprimmo, anni dopo, che il campanello della perpetua non funzionava)(il sistema di recuperare le palline – scrollare molto molto forte - lo scoprimmo due settimane prima della cresima).
Sicchè io, se si escludono alcuni stereotipi riportati e la immortale definizione di Gorge B. Shaw che fa da titolo a questo post, non avevo informazioni sufficienti a permettermi un giudizio sui boy-scuot. Fino a ieri.
Ieri sono stato costretto, a causa del mio essere diventato, essendo in possesso di patente di guida e di sorella minore, un autista privato che a tempo perso studia economia, ad assistere ad una riunione settimanale del gruppo tredici-sedici anni degli scout cattolici di un quartiere di Piacenza. Ebbene.
Ebbene non so cosa dire.
E’ una cosa inimmaginabile. Ho visto cose che… brrrr!, non riesco nemmeno a parlarne; credo che l’esperienza di ieri verrebbe definita, dalla psichiatria, un devastante trauma post-adolescenziale.
Innanzitutto, fanno ogni cosa assieme. Contemporaneamente. Ma non come una truppa militare: sembra che davvero abbiano voglia, nello stesso momento, di fare tutti la stessa cosa. Che, se prendete un campione casuale di trenta ragazzi di quell’età e li mettete assieme, è una eventualità statisticamente quasi impossibile. E invece, loro fanno tutto assieme. Che poi il tutto si riduce, per il novantotto per cento del tempo, a cantare, ballare, e mettersi in cerchio. Cantano e stanno in cerchio (facile), oppure stanno in cerchio e ballano (difficile), oppure ballano e cantano (difficilissimo). Addirittura, cantano, ballano e stanno in cerchio contemporaneamente: tre cosa che a me, che a malapena riesco a chiudere un occhio tirando fuori al lingua, sembra impossibile coordinare senza stramazzare al suolo esausto dopo trenta secondi. E invece è possibile, anche ininterrottamente per più di mezz’ora. Dovrebbero proporre lo scoutismo come disciplina olimpica al posto del triathlon, che tanto nessuno ha mai capito checazz’è.
Durante il restante due per cento del tempo, parlano: in quei cinque minuti, in trenta, riescono a produrre un numero di scemenze e banalità che tende all’infinito, nonché al causare un orgasmo nelle menti deviate e totalitarie dei loro capi, i quali sono o molto magri o molto grassi, e assomigliano tutti o a Goebbles o a Goring (le capesse di sesso femminile, per motivi che la scienza non è ancora riuscita a spiegare, ma che si configurano come una delle più grandi ingiustizie mondiali, sono tutte delle fighe pazzesche, e assomigliano o alla velina bionda o alla velina mora del momento. Si sospetta che gli avanzamenti di carriera scout vengano decisi, tramite provini, da Antonio Ricci, oppure che le veline vengano scelte dall’AGESCII).
Non riesco a darvi una esaustiva descrizione d’insieme di ciò che ho visto ieri. Avete presente un gregge di pecore? Ecco, no: le pecore hanno più iniziativa personale. Sono più individualiste. E poi, se arriva il lupo, le pecore scappano. I boy-scout, se arriva il lupo, lasciano un posto vuoto nel girotondo e, con mano tesa e accogliente, lo invitano a farne parte, sicuri di poterlo convertire. Il lupo, sconvolto da tanta ingenuità ed in preda ad una crisi d’identità, scappa.
Avete presente un branco di aringhe? Ecco, sì: ma con lo sguardo più estatico.
Ma la cosa che più di tutte ha indignato il mio animo montanaro è questa: ho scoperto che passano tutto il tempo nei saloni parrocchiali. Ciò è positivo per le vecchiette che stanno attraversando le strade, poiché comporta loro qualche rompitura di coglioni in meno, ma… l’avventura, la natura… il CAMPO SCOUT?
UNA VOLTA ALL’ANNO!! e nei centri appositi, ossia in ostelli situati in luoghi montani, ma, ciononostante, ottimamente serviti di tutte le comodità, letti compresi - ostelli dove si riuniscono centinaia di scout provenienti da diverse province limitrofe. Che è un cosa perfetta per le esperienze sessuali precoci, ma non è che istruisca granchè a riguardo della vita all’aria aperta.
Una volta era diverso: negli scout degli anni sessanta sopravvivevano costumi e umori della generazione precedente, che a quell’età s’era trovata allo sbando quando non in guerra, ed in ogni caso con le pezze al culo. E così le uscite nella campagna le facevano davvero. C’erano pochi genitori apprensivi così come pochi pagliai dove passar la notte. I maschi facevano giochi da maschi, e i giochi da maschi prevedevano (sempre: anche il nascondino e mosca cieca) l’utilizzo del coltellino. Quando il coltellino non si accaniva sul legno di bastoni da intagliare e tronchi da centrare a mo’ di bersaglio per freccette, si indirizzava verso le giovani carni dei boy-scout. Oltre che accudire i piagnucolanti feriti di sesso maschile, le femmine cucinavano: il basso Appennino piacentino era molto lontano dalla contestazione studentesca e femminista.
Anche se non passavano il tempo occupando saloni parrocchiali, i boy-scout del tempo che fu di natura sapevano tanto quanto quelli d’oggi: nulla. Infatti, una delle occupazioni che più li indaffarava era costruire capanne non presso i torrenti, come qualunque persona assennata farebbe per avere acqua a disposizione, ma sopra i torrenti. I boy scout vengono infatti infarciti di generiche nozioni riguardo la vita all’aperto, con abbondanti riferimenti alla storia antica ed alla preistoria. Sicchè quelli imparano che gli uomini primitivi, per difendersi, costruivano palafitte, ma non sanno che lo facevano sulle lagune delle pianure dell’Europa Centrale. Un tale stratagemma è inutile applicarlo sugli Appennini e sulle Alpi, sfruttando i corsi d’acqua ivi presenti, che sono a carattere torrentizio. A carattere torrentizio – preciso, da esperto pescatore di trote, per i boy-scout leggenti – significa che quello che alla sera è un gorgogliante ruscello d’acqua limpida, dopo una notte di pioggia si trasforma una cascata orizzontale di fango e detriti. E trovarcisi sopra in una proto-palafitta sgangherata non è il massimo della sicurezza. Nel 1998 usciva il best seller di Beppe Severgnini “Italiani si diventa”, dove si narra di un incidente occorso all’autore quando, giovane lupetto, tentò con alcuni compagni di costruire una capanna sopra un piccolo riale alpino; nel 1999, morirono in un analogo incidente tre giovani scout veronesi. L’ostinazione con cui, nei decenni, i responsabili boy-scout hanno avvallato, quando non suggerito, simili iniziative, essendo nota una casistica di incidenti dovuti a piene a dir poco raggelante, secondo me configura il reato - non tanto per gli esecutori materiali, quanto per i responsabili internazionali dello scoutismo (i grandi capi scout assomigliano tutti a Hitler senza baffi) - di strage premeditata e aggravata.
Ma lo scoutismo è contagioso. I bambini d’oggi, soprattutto quelli residenti nelle grandi metropoli, si stanno tutti trasformando in scout inconsapevoli. Prendete il – qualche post sotto trattato – problema del non avere un cazzo da fare: fino a qualche anno fa era sentito - ma autonomamente, e brillantemente, risolto - anche tra i bambini in età pre-scolare. Oggigiorno, però, i genitori hanno studiato tecniche scientifiche di rompitura dei puerili coglioni, per la gioia dei maestri di nuoto e danza, degli industriali nel ramo giocattoli e dei responsabili di centri ricreativi per l'infanzia, nonchè per la futura devastazione del paese, destinato ed essere governato da esseri amorfi che ridono quando dicono loro di ridere, piangono quando non gli dicono cosa fare, e credono che crescere corrisponda ad un avanzamento nella gerarchia dei boy-scuot. Tale generazione si troverà al momento in cui, impossibilitata a chiedere consiglio ai genitori (ormai morti), all'istruttore di nuoto o al capo clan scout (novantenni), dovrà prendere decisioni autonome. In questo cruciale momento per la nazione - momento in cui la classica religione cattolica, affogata nei mucchi di preservativi dei raduni AGESCII e delle Giornate Mondiali della Gioventù, non sarà più in grado di tenerla assieme - se non si fonderà una nuova religione basata sul culto del Grande Scout Rover Leggendario, sarà la distruzione dell'etica comune, l'oltraggio alla morale, la disgregazione della società, chi sarà triste non canterà, chi sarà stanco non ballerà, chi sarà felice ballerà e canterà quello che gli pare a lui, e qualcuno potrebbe addirittura decidere di uscire dal cerchio per andare farsi i cazzi suoi.

DIARI
“L’è pròpi un salàm!” (“E’ proprio un salame”)
12 ottobre 2007

All’azienda dove lavora babbo e dove noi tutti famigliari sverniamo, hanno da poco assunto l’Uomo dai Mille Nomi, il magrebino Zahcho, oppure (per chi non riesce a pronunciarlo) Zako, oppure Salà (non – mi raccomando!, ché sennò s’incazza – Salàm, come subito ha preso a chiamarlo il vecchio Lino, datosi che il noto saluto arabo corrisponde al piacentino di “salame”, ossia, se riferito ad una persona, scemotto), oppure – ultima scelta – Filippo (Filippo?!!??). Ieri, il Garelli di Zako Salà Zahcho Filippo ha abbandonato il proprietario al suo pedestre destino giusto all’incrocio che, dalla tangenziale, in un paio di chilometri porta all’azienda. Giunto al lavoro, Zahcho Filippo Zako Salà ha accordato un passaggio per il ritorno con mio padre, il quale, ricordatosene appena in tempo, poco prima di mezzodì ha tosto passato la palla al sottoscritto, che stava recandosi in Università, dove aveva appuntamento per un lavoro di gruppo.
Carico su Zako, parto; di rito, non essendoci mai incontrati prima, i convenevoli: ci vorrebbe uno studio sulla distribuzione delle popolazioni, per vedere se esistono connessioni etniche tra gli USA, la Germania e l’Algeria, al fine di scoprire quale recondita ragione genetica impedisce a Mal dei Primitives, Michael Schumacher e Zako Salà Filippo Zahcho d’imparare, dopo decenni che stanno qua, l’italiano.
Parcheggio di fronte al motorino del nostro, che scende, dà un colpo di pedale e… lo scassone, incredibilmente, parte subito: crrr crrr braaamm!
“C’è problema”
“Ma se va benissimo! Ascoltalo…”
“Dimenticato casco”
“Cristo porco!”
“Tu bestemmia!”
(mentale: “Islam porco!, Allah porco!, Maometto porco!”) Gentilmente: “Sali che sono in ritardo”
Faccio inversione: fortuna che ancora non m’ero immesso sulla tangenziale.
Seconda, terza.
Quarta.
(“Merda! Avevo promesso d’arrivare in tempo e con le fotocopie fatte!”)
Quinta.
La strada è stretta.
“Io no macchina, ma patente, sì”
“Uhm”
“Anche di camion”
“Ah” (“Sono in un ritardo irriducibile, merda!”)
“Mai fatto incidenti”
“Bene”
“Molto prudente, io”
"Giusto” (“E le fotocopie come le faccio, adesso?”)
Ci fermiamo a lato della sala guardaroba, Zako scende, trova il casco, salta su di nuovo; io metto in moto e intanto mi scappa l’occhio su di lui che si sta infilando il casco, allacciandolo stretto.
“??!!????”
“Tu guida moltissimo veloce. Io più tranquillo così”
“…”




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L’inesorabile scorrere del tempo
19 settembre 2007

Ci sono segni che ammoniscono la tua serenità, che fanno riflettere sul tempo che trascorre, sul futuro e su tutto quanto si può buttare nell’angoscioso calderone del cambiamento inevitabile. Ci sono insomma segni della vecchiaia, segni inequivocabili che, se pure volgi la testa a una diversa direzione, li ritroverai avanti a te in altro e futuro momento. Perché prima o poi in casa devi entrare, non si scappa. E per entrare nel villino a schiera di nonna, casa della tua infanzia e delle tue estati adolescenti, il cancelletto è l’unica via, e la siepe di spini un posto di blocco a prova di rapinatore kamikaze. Quando te li ritrovi davanti chiusi, quei quattro ferri verticali, puntuti alla sommità e divisi in due ante, istintivamente tiri fuori il portafoglio. Ma ti blocchi pensieroso prima d’aprirlo per estrarne il chiavino. Primo segno della vecchiaia: hai con te un portafoglio. Secondo segno: possiedi delle chiavi. Terzo segno: non sono dimenticate in casa, ma nel tuo portafoglio. Quarto segno (cumulativo dei precedenti): tutto ciò ti permette d’aprire il cancello.
Vent’anni, tra poco. Angoscioso il rendersi conto dello scorrere del tempo: che età avevi quando hai smesso di scavalcarlo, nel momento sempre troppo tardo del rientro serale, o di mezzodì? E così - anche se il portafoglio tuo è un organismo di colore indefinibile, simbiotico e obeso, in cui convivono insulsaggini varie, muschi, muffe, licheni, documenti inutili, ogni tanto addirittura denari – anche se lo estrai da vecchi pantaloncini corti e lisi, d’un eguale colore grigiastro (pero, puliti: giuro) – il tempo del gesto salta qualche anno, e ti vedi estrarre spavaldo un portafoglio di pelle da un completo grigio, nell’altra mano la chiave di una Bmw, la Bmw dietro di te. Dall’angoscia al terrore puro. Ti giri verso la realtà: no, la Panda c’è ancora. Una manata rovescia a togliere il sudore freddo dalla fronte, il portafoglio spinto a forza nella tasca troppo stretta, e ti accingi alla scalata. Primo passo: il piede sul traverso orizzontale della serratura, che fa da scalino. Fatto. E incastrato, maledette-le-scarpe-da-ginnastica-e-il-mio-46-porca-puttana-eva-prima-avevo-il-40-e-le-espadrillas. Secondo passo: lanciare l’altra gamba all’interno. Fatto, e-adesso-disincastriamo-la-prima-porcaputtana-tira-e-muovi-la-caviglia-scarpe-grosse-di-merda-porcamad…
C’è un quinto segno inequivocabile della vecchiaia, strettamente correlato al sopra riferito 46 di scarpe: il tuo metro e novanta. Altezza utile a tre sole cose nella vita: giocare a basket (mai successo), picchiare la testa contro il trave basso delle scale (successo, innumerevoli volte), consentire a nonna di scorgere la tua chioma oltre la siepe di spini. Successo anche questo, e, purtroppo, anche ieri. Sicchè, mentre, per estrarre il piede, facevi forza con le gambe in uguale direzione ma verso opposto, nonna per aprire ha schiacciato il bottoncino del citofono; così, un sinistro e metallico pling! ti porta, senza nemmeno che  tu abbia il tempo d'accogertene, in una posizione che sarebbe agevole solo per Eather Parisi. Siccome che il piede non ne vuole sapere di disincastrarsi, che il portafoglio è caduto all’esterno, e che intravedi sotto il tuo orifizio anale poco rassicuranti spuntoni in ferro, grazie alla rapidità di riflessione che solo la necessità sa dare, pur mettendo in conto l’inevitabile richiusura del cancello e il ritorno al punto di partenza, decidi prudentemente di compiere il movimento all’inverso. E sbrigativamente anche, che non sei Heater Parisi e nella coscia senti che qualcosa si sta lacerando.
Cancello: “Sdeng!”
Io: “Aiauaiaaaaauuuuooooiiiiiaaahcazzo!cazzo!!cazzo!!!aiaaaauoiaaiii!!!!”
No, niente dentro al buco del culo; però, le balle dentro alla chiusura non è che siano molto meglio.
Finisce che apri con la tua chiave.
Sesto segno: non sei più buono nemmeno a scavalcare un cancello. Stai inequivocabilmente ed inesorabilmente invecchiando. Per fortuna.


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vita familiare
In maledizione delle appendici di terza categoria (Perdonami, Bill, amico fedele)
8 agosto 2007

Ma sarebbe meglio dire in maledizione del carrello per trasporto omologato per animali di mio padre, quello che, agganciato posteriormente alla sua jeep, permette a me ed al caro genitore di recarci sui luoghi di caccia senza che le mefitiche emissioni dei nostri sei segugi impestino l’abitacolo, provocando le proteste della componente femminile della famiglia nei giorni seguenti. Il suddetto carrello è fedele molto più del dodicenne cane Bill, e dal genitore si fa guidare docile e remissivo. Egli (il carrello), infatti, è in grado di intendere e di volere: la sua intenzione è ubbidire a papà, il suo volere mettere in difficoltà il sottoscritto (credo per questioni di gelosia: egli è entrato a far parte della famiglia ben prima ch’io nascessi). Oltre che di personalità giuridica, il carrello è dotato anche di super-mega-poteri da eroe manga: quando faccio marcia indietro con direzione atta a farlo andare verso destra, egli, in barba ad ogni principio della fisica, della geometria e della logica, svolta bruscamente verso sinistra, e viceversa. Questo, nei primi tempi, mi lasciava basito, e m’obbligava a scendere, staccare l’appendice, compiere la manovra senza d’essa ed indi riattaccarla per poter, finalmente, partire. Ma un giorno ebbi l’illuminazione: trovatomi nella necessità di retrocedere infilandolo in una carraia laterale sinistra, feci manovra come se dovessi farlo andare a destra. Pensavo: siccome che egli tenta di fregarmi per gelosia, io lo prevedo, fregandolo a mia volta. Ma purtroppo non sapevo che il carrello è addirittura dotato di poteri paranormali di metempsicosi, ossia è in grado di leggere nella mente degli esseri umani: cosciente della mia ingannevole intenzione, in quel frangente, per la prima ed unica volta, egli si comportò secondo le comuni leggi della fisica, e docile e remissivo andò a scontrarsi contro il muro che stava a destra, stoicamente mutilandosi di un segnale luminoso di svolta pur di adempiere al proprio scopo di vita: inguaiare il sottoscritto. Inutile dire che l’evento rese piuttosto tesi i rapporti tra me ed il carrello, e mi ferì nell’orgoglio. Da allora, non m’abbasso più a staccarlo per far manovra: sarebbe una insopportabile ammissione di sconfitta. Essendo però costretto (ripeto: per sue sovrannaturali capacità e non per mie subnormali incapacità) a procedere sempre in avanti, mi trovo così costretto ad invertire la rotta all’interno di corti o piazze sufficientemente vaste, luoghi che, in montagna, si presentano mediamente con una frequenza di una ogni centocinquantasette chilometri. Dacciò si può facilmente capire come tale espediente possa essere utilizzato solo quando non ci siano passeggeri sulla jeep, o comitive di auto al seguito: tanto è facile ingannare se stessi dell’opportunità di un giro turistico dei monti all’ora di pranzo, di rientro dalla caccia, quanto è difficile convincerne estranei che si trovano in simili affamate condizioni. Perciò ho preso a ricorrere ad alcuni stratagemmi semplici, noti, ma sempre efficaci: “Ahiaaa! Aaaahi! Ahia! Ahia!! Mi sono slogato una caviglia!” (crollando a terra, alla maniera del conterraneo nonché cacciatore Inzaghi, poco prima di giungere al veicolo), oppure “Uaaaaiiiauuuuiaui!! Mi sono schiacciato il dito nella portiera!” (poco dopo aver riposto i fucili sui sedili posteriori). Non sempre però si riesce ad evitare il confronto con il terribile e diabolico carrello; per esempio quando il genitore, all’ultimo momento, butta lì un (per me) angoscioso “Sono stanchissimo, guida tu”. Come ogni duello potenzialmente mortale, lo scontro tra il sottoscritto ed il carrello dotato di super-mega-poteri e capacità paranormali di metempsicosi meriterebbe d’essere affrontato con cinica calma. Ma come si fa a restare calmi, se al posto del passeggero siede un padre che vive fin dalla tenera età sui mezzi agricoli, il quale ti osserva con la infastidita e insieme pietosa condiscendedenza che si è soliti riservare ai ritardati mentali gravi?
Orbene, direte voi, a che pro ci propini questo post? Per rendervi partecipi della mia disperazione. Per lasciarvi immaginare quale inferno sia diventata la mia vita da quando la - già di per se imbarazzantissima! – situazione appena descritta s’è verificata in prossimità di un tombino profondo oltre due metri e largo esattamente quanto il carrello, quanto mai inopportunamente celato da stroffie di erbe secche, ed in presenza nel suddetto carrello del dodicenne e fedele cane Bill, precedentemente colto da malore e quindi da portare d’urgenza alla clinica veterinaria. Bill era il terzo figlio di mio padre. Potete immaginare cosa sia diventata la mia vita.
Sono stato diseredato da un carrello per il trasporto animali. A tutt’ora sto valutando la possibilità di lasciare l’Università e trasferirmi a vivere sotto il ponte di Po. Si accetteranno con animo gonfio di gratitudine eventuali collette e/o offerte in denaro, ma sarà gradita anche solo una coperta spessa.


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politica interna
Un rivouzionario al servizio della città (post caratterizzata da un alto grado di razzismo socio-politico)
7 agosto 2007

Il capolista di Rifondazione nel neo-eletto consiglio comunale piacentino doveva essere un comunista di quelli alla Peppone, ma più ostinato e ottuso, e forse anche più grasso. Ex Arcicaccia, il tizio ha tirato a terra le balle a chiunque, nell’ambiente venatorio, per la sua nota e temuta incapacità di analizzare anche la più pratica delle questioni senza passarla, pubblicamente, nel vaglio della ideologia e, privatamente, della mera convenienza politica. Poi doveva essere un altro, ex Cgl, che m’infestava la casella e-mail quand’ancora la tenevo su Outlook in comune con mia madre: mandava al caro genitore una mail di lavoro ogni ottantasette di barzellette e fotomontaggi su Berlusconi. Che alla fine ci ho dovuto rispondere: “Cribbio, si moderi!”. Poi, per non so più quale incompatibilità, l’hanno anche lui sostituito. Con un ventunenne che faceva il liceo del sottoscritto, però un anno avanti: il Palla. Uno che, quand’io ero in prima e ci fu l’occupazione più aspra (quella in cui, addirittura!, avvisarono la Signora Preside, nonchè madre di uno dei più facinorosi, solo due giorni prima), stava sulle scale a far proselitismo in modo invasivo e disordinato, intralciando e rallentando le code alle firme, tanto che un compagno maturando, innocuo nichilista poiché fedele alla linea e insieme disilluso alla sconfitta delle idee forti, lo prese da parte e gli spiegò che il furbesco e meschino sentore di un’occupazione di tre giorni, invece che di due, bastava a metterci tutti in ordinata fila, e fors’anche a farci intonare una qualche canzoncina consona all’occasione, se solo ce l’avessero chiesto. Il nostro, negli anni, ha poi imparato a memoria un ampio e adattabile range di discorsi profondissimi e incomprensibili in uno stile da rivendicazione Br che, da esterno, posso supporre sia in disuso, ma che mette sempre una certa soggezione, almeno finchè non realizzi che non li capisci perché proprio non hanno senso. Nonostante questi stratagemmi, è rimasto lo stesso di sempre. E infatti, l’anno scorso, in un’assemblea d’istituto con invitati i rappresentanti delle federazioni giovanili di partito, preso dall’enfasi, si scoprì. C’era il giovane forzitaliota, che era proprio come si può immaginare un giovane forzitaliota, solo che era intelligente e competente; c’era il giovane diessino, che era proprio come si può immaginare un giovane diessino, solo che aveva trentacinque anni; c’era la giovane dell’UDC, che era proprio come si può immaginare una suora spaurita, solo che era vestita da civile; e infine c’era lui, il mitico Palla. Che si alzò, prese a camminare sul palco ed a gesticolare, a dire che no, no e ancora no, sempre più infervorandosi, per poi sedersi maledicendo i fascisti. Poi, di lì a pochi secondi, mentre la giovane Udc attaccava sussurrando che insomma, forse e magari, ancora balzò in piedi a urlare che ci volevano i bastoni, altro che storie. Allora, tra l’imbarazzo di alcuni ed il sollazzo dei più, il giovane diessino lo andò a prendere, gli piazzò l’energica mano sulla spalla e lo rimise seduto, mugugnando e trattenendo a fatica gli insulti. Questi sono i capigruppo di Rifondazione Comunista a Piacenza. Sarò più cauto nel conferire etichette di razzista, d’ora in poi. Di fronte ad un commerciante cinque volte rapinato dagli albanesi, il quale sostiene che siano tutti ladri per genetica, ovviamente non concorderò, ma proverò a compatire. Perché si ha del bello a dire che bisogna scindere gli individui dai gruppi, ma certe volte è davvero dura. Cioè, la loro punta di diamante è il Palla, non so se rendo l’idea.


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SPORT
Mai dimenticare la diciassettesima regola
17 maggio 2007

Mi sto convincendo sempre più che esiste un qualche disegno superiore e finalistico, una trama ordita da un esserino insopportabile e paranoico, che siede sopra una nuvola e guarda giù. Guarda me. Il mio Dio è meschino e dispettoso; il suo unico fine – e perciò il fine di tutto il mondo, dalla creazione ai giorni nostri – è quello di far danno al sottoscritto. Deve per forza essere così: me ne stanno capitando troppe.
Sabato, giorno del Family Day e, come tutti i sabati di fine primavera, giorno di matrimoni, cresime e comunioni, son partito per i monti in bicicletta. Era la prima uscita annuale – la prima in assoluto con indosso i pantaloncini e gli scarpini da ciclista. Fin ad oggi, infatti, mi ero rifiutato di spender soldi per tali arlecchineschi addobbi (gli abiti da ciclismo esistono solo di cinque o più colori diversi, contemporaneamente). Pensavo fossero inutili, niente altro che simboli di distinzione, peraltro piuttosto ridicoli se indossati da cinquantenni stazzanti oltre il quintale, abbondantemente dotati di rotoli di lardo pronti a schizzar fuori dall’attillata tutina al primo movimento eccessivo. Il fatto che tutti i ciclisti li indossassero, ovviamente, non mi faceva dubitare di questa mia teoria… anzi, mi convinceva della triste mancanza di originalità intrinseca al resto degli abitanti di questo pianeta. Qualche giorno fa, però, seguendo un saggio consiglio, mi sono finalmente deciso ad acquistarli, senza però abbandonarmi al consumismo fine a se stesso. Ad una sgargiante coppia di maglietta e impermeabile-che-sta-in-un-pugno, entrambi in offerta, ho opposto netto rifiuto: i ciclisti veri pedalano con una maglia normale, come i ciclisti degli anni ‘30: se fa caldo la tolgono e la legano al manubrio a mo’ di bandiera; se fa freddo, sopportano il freddo con spirito stoico, ripetendosi “il freddo, brrrr, fortifica, brrr” (se il freddo fortifica troppo, affrontano le discese alla velocità di 5 Km/h orari, con una mano sul manubrio e l’altra sotto l’ascella a riscaldarsi, alternativamente, incuranti del fatto che, guidando la bicicletta in discesa con una sola mano, basta passar sopra ad un sassolino delle dimensioni di 7 micron per perdere il controllo del mezzo). Per quanto riguarda il caschetto, il commesso, vista la faccia schifata del sottoscritto davanti all’espositore, non ha nemmeno tentato di vendermelo. Il casco, figuriamoci! E’ roba da fighetti, così come gli occhiali: il ciclista vero vuole il sole ed i moscerini – quando non altro genere di animali alati – negli occhi; il ciclista vero vuole il vento nei capelli e non prende in considerazione la possibilità di una caduta, perché il ciclista vero non chiede – e non cade - mai.
Sabato, pantaloncini e scarpini si erano rivelati, fin dal primo giro di pedale, sommamente utili, perciò la pedalata si stava svolgendo in scioltezza, con il vento nei capelli, i moscerini negli occhi ed i miei calcagni e le mie parti basse che insultavano la mia testa per le sofferenze ch’ella aveva loro inflitto negli anni scorsi, per stupido sfizio d’originaleria. Circa a metà dell’ascesa al monte Carlone s’incontra l’abitato di Costa; giunto in prossimità delle prime casa, il sottoscritto metteva un rapporto esageratamente lungo ed accelerava fin al limite delle sue – scarse – capacità (il ciclista vero, in prossimità di paesi o di un qualsiasi osservatore umano – talvolta, anche animale – accelera per fare il figo. Seppure più dispendioso, è fondamentale farlo con un rapporto lungo, perché rende la pedalata più plastica ed elegante. Agli occhi del profano, infatti, un ciclista che va forte con un rapportino corto sembra una disordinato ed esagitato incapace. Dietro la prima curva o dosso, il ciclista vero scende dalla bicicletta e s’accascia sul ciglio della strada, floscio come una camera d’aria buca. Se la prima curva è posta troppo distante, oppure se incontra nuovi ed imprevisti osservatori, egli finge che gli sia saltata la catena e si ferma, smadonnando ripetutamente per mostrarsi seccato). Nel centro di Costa è posto il ristorante “da Filietto”. Vedendolo da lontano, sono stato colto da improvvisa quanto insopportabile sete ed ho deciso di fermarmi a bere un thè freddo. Il piazzale del ristorante è circondato da siepe e l’entrata è a livello della strada. Perciò si può entrarvi con la bicicletta, ma fin che non si è dentro non si vede cosa vi sta succedendo. Sabato dodici maggio, come quasi tutti i ristoranti dell’Appennino, “Filietto” ospitava una cresima. Una cresima in grande stile, con una cinquantina d’invitati, che stavano uscendo proprio mentre io entravo. Sarà stata forse la sorpresa di trovarmi circondato da tante giacche e cravatte, insolite per il luogo, o forse l’abbaglio provocatomi dal bianco con cui erano mummificati tutti i bambini… fatto sta’ che ho dimenticato la diciassettesima regola. A mia parziale giustifica: non sono un ciclista calmo; era la prima volta che scendevo dalla bicicletta con indosso gli scarpini. La diciassettesima regola dice una cosa piuttosto ovvia: che non si può scendere dalla bicicletta rimanendo ad essa agganciati. Che è esattamente la cosa che io, nel bel mezzo del piazzale di “Filietto”, ho tentato di fare, ovviamente non riuscendovi, e cadendo. Quando si cade per un ostacolo, si cade rovinosamente, spettacolarmente, e ci si può far male davvero. La gente che assiste a questo tipo di cadute accorre spaventata verso il ciclista, che riceve premurose offerte d’aiuto e, appena si rialza, fraterne pacche sulle spalle; quando riparte, viene salutato come un eroe. Niente di tutto ciò per chi cade da fermo, con gli scarpini ancora agganciati. Questa caduta è lenta, ma inesorabile. L’unico modo per evitarla è tentare di ripartire con un energico colpo di pedale. Cosa che io ho tentato di fare con ottimo tempismo, non riuscendovi poiché, come ogni ciclista vero fa nei centri abitati, spingevo un rapporto esageratamente lungo, assolutamente inadatto a partire in salita. Ho quindi iniziato a cadere. Questa particolare caduta è comica perché il cadente ha tutto il tempo d’accorgersi di quello che gli sta succedendo. In un primo momento egli tenta di sganciare gli scarpini, non riuscendovi perché l’agitazione non gli consente di ricordare quale sia il corretto movimento da compiere. Subito dopo, egli volge lo sguardo sgomento verso gli osservatori, in cerca di un aiuto che non può arrivare in pochi secondi. Vedendo le facce divertite del pubblico, infine, egli ha il tempo per un’ultima, profonda riflessione: “Sto facendo una terribile figura di merda”. Realizzata questa desolante realtà, il ciclista non tenta più d’evitare la caduta: tenta di limitare i danni. Ed è peggio: siccome quasi sempre si riesce a non farsi nulla (io ci sono riuscito ruotando il busto ed atterrando sulle braccia, pronto a fletterle in modo da rallentare l’impatto), non si può contare sulla premurosità del pubblico, il quale, mentre si rende conto che la caduta non avrà gravi conseguenze, già sta facendo partire la risata di scherno. La cosa è ancor più imbarazzante se a ridere sono cinquanta invitati ad una cresima, di età compresa tra i sei e gli ottantacinque anni, tutti ben vestiti e ben pasciuti. Io, invece, ero sporco e sudato, assetato e destinato a rimanerlo perché, rialzatomi in fretta e furia, non ho osato entrare a comprarmi il thè. Sono uscito con la coda in mezzo alle gambe, senza guardarmi indietro. Constatato che avevo diverse escoriazioni sui palmi delle mani ed un taglietto sul ginocchio sinistro, ho rinunciato anche a raggiungere Monte Carlone ed ho puntato verso valle. Il rientro si è svolto in scioltezza, con il vento nei capelli, i moscerini negli occhi ed i miei calcagni, le mie parti basse, le mie mani ed il mio ginocchio sinistro che insultavano la mia testa per le sofferenze loro inflitte, direttamente ed indirettamente, da un suo passato sfizio d’originaleria.
Domani compro guanti e ginocchiere. Per il casco, aspetterò d’essermi rotto la testa.




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consumi
Il secondo più brutto della mia vita
12 maggio 2007

Avete presente "Striscia la Notizia"? Avete presente la rubrica "I nuovi mostri"? Avete presente il lucertolone in bianco e nero che, tra una posizione e l'altra, emette un soffocato "eeeeeehhhm"? L'avete presete?
Ecco, io ieri devo aver avuto la sua stessa espressione e devo aver emesso lo stesso suo verso quando, finite le lezioni all'università, avvicinandomi all'auto, ho notato il mio cellulare a terra giusto un secondo prima che il vicino di posteggio, facendo marcia indietro, lo stritolasse (il vicino guidava una Hyundai coupè modello Porshe-vorrei-ma-non-posso. Fosse stato un collega di Panda, me ne sarei fatto una ragione, ma così no. Una Hyundai coupè nera coi sedili arancioni, ve ne rendete conto?).
Il mio fido cellulare era un pesantissimo e vetusto nokia 32-10. Teneva pochi numeri in memoria, costringendomi a girare col portafoglio ripieno di bigbliettini coi numeri di telefono, al modo dei vecchi che hanno il cellulare ma sanno soltanto comporre il numero. Era appena sopravvissuto a quattro ore in un parcheggio affollato (ma affollato di gente per cui un 32-10 non val la fatica di chinarsi). Era sopravvissuto ad un volo nel cesso (mai tenere il cellulare nel taschino della camicia), dopo il quale, aperto ed asciugato col phon, aveva ripreso a funzionare egragiamente. L'avevo perso nel bosco andando per funghi; tornato il giorno seguente, dopo una mattinata di ricerche avevo sentito, seppur attutito dallo strato di foglie di castagno che lo ricopriva, il suo trillo familiare, in breve scovandolo. Due volte m'era uscito dalla tasca dei pantaloni corti mentre sfrecciavo in motorino; entrambe le volte s'era aperto in tre parti, perdendo la batteria, ed entrambe le volte, rimontato, s'era acceso al primo tentativo (esso applicava coscientemente una strategia divisoria atta a diluire la violenza dell'impatto, non può essere altrimenti: considerata la velocità cui spingevo il mio 75 truccato, senza una specifica tecnica di caduta non avrebbe resistito nemmeno la scatola nera di un aereo). Un'altra volta, l'avevo dimenticato sul tavolo di una trattoria. Fin qui niente di strano, se non fosse che l'avevo lasciato sotto al tovagliolo, e la toavglia era di carta. Tornato a riprenderlo, la cameriera m'aveva detto che la tovaglia l'aveva arrotolata e gettata assieme alle altre nel cassonetto appena fuori dal locale. L'appena fuori era a duecento metri, sulla Via Emilia, vicino al semaforo centrale del paesello (i paesi della bassa non hanno la piazza principale: hanno l'incrocio sulla Via Emilia). Immaginatevi la scena di un ragazzino intento a frugare nel'immondizia con trenta macchine ferme che l'osservano. Per fortuna, nessuno si avvicinò per farmi l'elemosina ed anche quella volta lo ritrovai.
Era sopravvissuto a tutto ciò. Ieri, undici maggio 2007, alla veneranda età di cinque anni, è morto investito da una Hyundai coupè nera coi sedili arancioni. Riposa in pace, perchè sarai vendicato secondo il codice dei pandisti. Alla prima ocasione buona al fighetto gli faccio un posteggio dietro al culo che non si muove neanche lievitando. Poi mi siedo sulle panchine lì vicino e controllo se chiama il carro attrezzi a sue spese, se rimane a digiuno oppure se - quatto quatto e di nascosto dai suoi amici col Porsche vero - s'abbassa ad andare a mangiare a mensa. Se va a mensa, mi ci metto a pranzare accanto e butto lì, noncurante ma a voce alta: "Avete visto che hanno cioccato contro la Hyundai di quel poveraccio che crede la scambiamo per una Porsche?". La mensa è piuttosto lontana dal parcheggio, circa trecento metri. Spero siano i trecento metri più brutti della sua vita.




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POLITICA
LA SAGA DELLA REPUBBLICA DELLA LASAGNA / PARTE PRIMA
8 maggio 2007
Come ogni blog che si rispetti, anche questo annuncia la chiusura, pur sapendo che non chiuderà. Rimetto come ultima l'unica roba valida mai postata - non per niente era una roba scritta alla fine del liceo, durante un'ora d'italiano. Quelle ore passate a far dell'altro sì che invogliavano alla scrittura. Adesso è una gran tristezza; pensate che m'è addirittura venuta voglia di studiare....

QUESTE LE PAROLE DEL FUTURO GOVERNATORE  SUPREMO DELLA REPUBBLICA DELLA LASAGNA, IL GIORNO DELLO STORICO PRIMO COMIZIO:


"PIU' LASAGNE PER TUTTI!


ABOLIAMO L'ICI SUL PRIMO PIATTO DI LASAGNE!
E' IL SECONDO PIATTO DI LASAGNE, E ANDIAMO AVANTI!
SAREMO UNA REPUBBLICA FONDATA SULLE LASAGNE E IL VINO ROSSO!

INCONTROLLABILI LE REAZIONI DELLA FOLLA ESALTATA, CHE TRA OVAZIONI, URLA DI GIUBILO, CANTI E BALLI INNEGGIO’ AL NUOVO CORSO DELLA POLITICA CULINARIA NAZIONALE.



CONTRASTANTI, MA MOLTO LASAGNOSE, LE REAZIONI DEI POLITICI:



  • BERLUSCONI VUOLE LASAGNE PERFETTAMENTE LISCE, TIRATE E LIFTATE ED ASSUME UN CHIRURGO PLASTICO CHE LE OPERA PRIMA DI OGNI PASTO.
  • I VERDI VEGETARIANI ESPATRIANO CON UMBERTO ECO  NELLA VICINA REPUBBLICA DEL BROCCOLO.
  • I BROCCOLIANI CACCIANO UMBERTO ECO PERCHE’ ORAMAI HA ROTTO I COGLIONI.
  • I LEGHISTI PROPONGONO IL FEDERALISMO BASATO SULLA DIFFUSIONE TERRITORIALE DELLE RICETTE LOCALI DELLE LASAGNE.
  • AN FA APPROVARE UN PROVVEDIMENTO CHE PERMETTE L’IMMIGRAZIONE SOLO A CHI SUPERA UN ESAME DI CULTURA GENERALE ITALIANA BASATO SULL’ENUNCIAZIONE CORRETTA DEGLI INGREDIENTI DELLE LASAGNE.
  • I CINESI, CON IN SPALLA ZAINI STIPATI DI ROBA TAROCCATA, ACCORRONO E SI AMMASSANO ALLE FRONTIERE.
  • VISTO CHE FACEVANO LE LASAGNE PER DE CECCO E BARILLA DA VENT’ANNI, I CINESI SANNO LA RICETTA ED ENTRANO TUTTI.
  • SAPUTOLO, TREMONTI UCCIDE FINI E POI SI SUICIDA INGOZZANDOSI CON TRE PORZIONI DI LASAGNE BERGAMASCHE (UNA PORZIONE EQUIVALE A SEI CHILI DI PASTA E QUATTRO DI RAGU’).
  • I COMUNISTI VOGLIONO CHE A TUTTI OGNI GIORNO SIA GARANTITA LA STESSA RAZIONE DI LASAGNE FATTE ARRIVARE DA CUBA.
  • I LEGHISTI, IN DIFESA DELL’IDENTITA’ LOCALE, ED I NEOFASCISTI, IN DIFESA DELL’IDENTITA’ NAZIONALE, LI COMBATTONO ASPRAMENTE.
  • I COMUNISTI ALLORA SI RIFUGIANO PER LA RESISTENZA SULL'APPENNINO EMILIANO, DOVE SCOPRONO CHE LE LASAGNE MODENESI SONO PIU' BUONE DI QUELLE CUBANE E RINUNCIANO QUINDI AI LORO PROPOSITI.
  • DILIBERTO, CHE FACEVA LA STAFFETTA PARTIGIANA CON LE SEYSHELLES, TORNA E TROVA I COMPAGNI CHE SI BUTTANO SULLE LASAGNE MODENESI CON LE MANI ROSSE DI SUGO. SDEGNATO, SE NE VA ACCUSANDOLI DI AVER TRADITO LA CAUSA E DI AVERE LE MANI LORDE DI SANGUE.
  • DI PIETRO, PER DIMOSTRARE D’ESSER UN UOMO CHE PARLA COME MANGIA, SI FA INTERVISTARE NEL TINELLO DI CASA SUA MENTRE SI SBAFA LASAGNE CON LE ACCIUGHE E GUTTURNIO MISCHIATO COL RED-BULL. DALLA CUCINA, EGLI PREANNUNCIA L’OPERAZIONE MANI PULITE BIS. ALLE DUE DI POMERIGGIO DEL GIORNO SEGUENTE, MIGLIAIA DI AGENTI FANNO CONTEMPORANEA IRRUZIONE NELLE CASE DI  OLTRE SEICENTO POLITICI, I QUALI, VISTO CHE HANNO APPENA TERMINATO DI MANGIAR LE LASAGNE, HANNO LE MANI SPORCHE DI RAGU’. VENGONO PERCIO’ ARRESTATI TUTTI.
  • CARUSO SOSTIENE CHE LA REPUBBLICA DELLA LASAGNA E’ FONDATA SULLA PRESUNTUOSA INTOLLERANZA OCCIDENTALE, POICHE’ NON S’E’ CONSIDERATO CHE I CREDENTI ISLAMICI NON POSSONO NUTRIRSI DI RAGU’ DI PORCO E VINO ROSSO. GLI ISLAMICI REPLICANO CHE SI ADATTERANNO SENZA PROBLEMI AI NOSTRI COSTUMI, SE NOI CHIUDIAMO UN OCCHIO SULLA CONDIZIONE DELLA DONNA. TUTTI SI DICHIARANO SODDISFATTI DEL COMPROMESSO.
  • PRODI, IN UN MOMENTO DI INCONTROLLABILE E FELICISSIMO ESTRO ARTISTICO, CREA UN NUOVO TIPO DI LASAGNE IN CUI UNO STRATO DI SFOGLIA SI ALTERNA AD UNO DI MORTADELLA.
  • CAPEZZONE PROPONE UN REFERENDUM SULLA PRODUZIONE ASSISTITA DI LASAGNE CON MATTARELLI  AUTOMATICI (da notare il parallelo tra il mattarello strumento di produzione ed il mattarello strumento di fecondazione, che denota la grande finezza intellettuale del sottoscritto), MA CASINI FA PRESA SULLE MASSAIE TRADIZIONALISTE CATTOLICHE E LO FA FALLIRE.
  • EMMA BONINO HA APPENA FINITO DI MANGIARE LE LASAGNE IN UN AGRITURISMO; UN CAMERIERE SI AVVICINA E CHIEDE: “BONINO?”, E LEI: “NO, FACEVA SCHIFO”.
  • PANNELLA ACCUSA LA CHIESA DI NON RISPETTARE LA LASAGNITA' DELLO STATO QUANDO UTILIZZA TONDINI DI SFOGLIA BUITONI PER LASAGNA AL POSTO DELLE OSTIE.
  • IL PAPA RISPONDE CHE C’E’ LA CRISI E SI DEVE RISPARMIARE.
  • BERTINOTTI SI INTROMETTE E DICE CHE POTREBBE CONVINCERE I CINESI A FARE LE OSTIE A META’ PREZZO, IN CAMBIO DI UN PO’ DI PRETI, CHE LA’ LI HANNO FINITI.
  • IL PAPA SI FA INVIARE VENTI CAMION D’OSTIE IN CAMBIO DI UN TRENO CARICO DI LASAGNE, GUTTURNIO E PRETI MARTIRI IN ODORE DI SANTITA’, MEGLIO DETTI KAMIKAZE.
  • PANNELLA, PER PROTESTA CONTRO L’ALLEANZA DI CATTOLICI E COMUNISTI, FA LO SCIOPERO DELLA FAME PARZIALE, NEL SENSO CHE NON MANGIA PIU’ LASAGNE. MA, SICCOME NELLA REPUBBLICA DELLE LASAGNE NON ESISTE ALTRO CIBO OLTRE ALLE LASAGNE, MUORE DI FAME.
  • PRODI DECIDE, IN CONCERTAZIONE CON LA MOGLIE, DI ORGANIZZARSI UN PO’ DI FELICITA’. SI RITIRA PERCIO’ SUI COLLI BOLOGNESI A MANGIAR LASAGNE E BERE LAMBRUSCO, CHE FINALMENTE GLI SCIOGLIE LA LINGUA. DOPO QUALCHE ANNO MUORE ANCHE LUI, CATTANDOSI IN BICI CONTRO RUTELLI CHE PRENDEVA IL SOLE TUTTO IGNUDO NEL MEZZO DELLA STRADA, COL VENTRE RIGONFIO DI LASAGNE E I SENSI OTTENEBRATI DAL BRUNELLO.
  • RUTELLI VIENE INVESTITO DAI CAMION D’OSTIE PROVENIENTI DALLA CINA.
  • LA PALOMBELLI SCAPPA CON UN AUTISTA CINESE DEI CAMION, CHE AL PRIMO AUTOGRILL LA BUTTA GIU’ IN CORSA PERCHE’ SPARA BANALITA’ A RAFFICA (L’AUTISTA ERA UN DOCENTE DI FILOSOFIA ALL’UNIVERSITA’ DI PECHINO, DEGRADATO PERCHE’ PARLAVA DELLA RIVOLUZIONE DELLA LASAGNA, E OFFRIVA AGLI STUDENTI LAMBRUSCO DOC MADE IN SHANGAI)
  • IL TRENO DI GUTTURNIO, PRETI E LASAGNE DEL PAPA INVESTE LA BARCA DI D’ALEMA, CHE STAVA ANDANDO A CONSEGNARE I PUNTI ALLA Q8.
  • BERLUSCONI, ORMAI NOVANTENNE, MUORE E SI FA MUMMIFICARE CON BENDE RICAVATE DA SFOGLIA BUITONI PER LASAGNE. PERA, DIVENTATO VESCOVO, OFFICIA IL FUNERALE. BONDI COADIUVA LA FUNZIONE COME CHIERICHETTO, ED AL TERMINE DELLA STESSA, COME PREANNUNCIATO DAL TG4, SI IMMOLA AL FIANCO DEL CAVALIERE INGOZZANDOSI CON LASAGNE BERGAMASCHE, CONVINTO DI FARLO IN COMPAGNIA DEL DIRETTORE DEL SOPRACITATO TG. EMILIO FEDE, PRESENTE IN CHIESA, IL QUALE CREDEVA CHE BONDI LO DICESSE PER SCHERZO, RAPISCE LA FIGLIA DI BERLUSCONI E SCAPPA CON LEI (E COI VENTI MILIARDI CHE LA GIOVANE TIENE SEMPRE IN TASCA PER GLI IMPREVISTI) AL CASINO’ DI HAMMAMET. SUBITO SI DIFFONDE UNA VOCE STENTOREA, SOVRUMANA: “CHI MI TRADIRA’ VERRA’ PUNITO!!!…”. LE BEGHINE SI SEGNANO, MA VERONICA LARIO FA UN SEGNO AL BECCHINO, CHE SI CHINA SULLA CASSA DA MORTO E DA’ UN GIRO DI SFOGLIA PIU’ STRETTO INTORNO ALLA BOCCA. TUTTO TACE. UN LUNGO PROCESSO DI POLITICI – OOPS, SCUSATEMI: UNA LUNGA PROCESSIONE DI POLITICI SI DIRIGE QUINDI AL MAUSOLEO COSTRUITO NEL GIARDINO DI VILLA MACHERIO, DOVE SI AVVERRA’ LA SEPOLTURA. ALLA FINE DELLA STESSA, MENTRE TUTTI ESCONO, UN CADAVERE SI LEVA RESUSCITATO DAI RECESSI DEL MAUSOLEO, SBADIGLIANDO RIPETUTAMENTE. ANDREOTTI CADE IN GINOCCHIO ROMPENDOSI I FEMORI, SI PROSTRA INDIFFERENTE AL DOLORE E DICE: “MIRACOLO! MIRACOLO!! PERDONAMI, O SIGNORE, SE TALVOLTA HO DUBITATO DELLA TUA ESISTENZA!”, MA SUBITO FASSINO SI SCUSA: ”PERDONATEMI, MI ERO APPISOLATO UN ATTIMO”. TUTTI RISERO, E VENNERO INVITATI AD UNA LASAGNATA IN GIARDINO. FU UN GRAN MAGNA MAGNA, MA LA BESCIAMELLA ERA SCADUTA ED I POLITICI PERIRONO TUTTI FRA ATROCI SOFFERENZE. ANDREOTTI, CHE ERA RIMASTO CHIUSO DENTRO, SOPRAVVISSE PER ALTRI DUECENTO ANNI MANGIANDO LE BENDE DI SFOGLIA PER LASAGNA, BEVENDO L’ACQUA DEI FIORI E FINGENDOSI CADAVERE AI FUNERALI DEI FIGLI DI BERLUSCONI.
  • PAOLO I, ELIMINATO IL PARLAMENTO, PRESE MAGNANIMAMENTE IL POTERE.

…E VISSERO TUTTI FELICI E CONTENTI NELLA REPUBBLICA DELLE LASAGNE…


…COSI’ FU FINO ALLA GUERRA CONTRO LA REPUBBLICA DEL BROCCOLO, CHE RACCONTEREMO NELLA PROSSIMA PUNTATA




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SPORT
La tecnologia è ovunque, tranne dove serve
2 maggio 2007

Passeggiando per i corridoi col vademecum universitario in mano, leggi ad alta voce: "abbonamento in palestra per le matricole solo 40 euro annui" e commenti, credendoti salace: "Che stronzi: solo 40 euro! Sono pochi solo rispetto ai 7 che ti rubano per la brodaglia della mensa". L'amico fisicato: "Ma che scherzi? E' niente 40 euro, nella mia palestra pago dieci volte tanto". Pensiero immediato: e perchè cazzo non vai qui, allora? Invece chiedi: "E più o meno i prezzo sono dappertutto così alti?". Risposta affermativa. Così non tanto la salute, o la vanità, ma la tirchieria campagnola ti convincono a fare la tessera. E' tanto conveniente che non si può non farla.
Entri nell'anticamera della palestra.
Tong!
Oh mamma mia, cazzo è?
Sbuca il responsabile: "Mai sentito uno swinch - nome simile biascicato in romanesco - che cade?"
"Beh, si, certo... cioè no... sa com'è, non ho mai messo piede in una palestra. Volevo fare la tessera."
Scrive un foglietto. "Ecco qua. Vuoi anche un programma d'allenamento?"
"No, non so nemmeno quanto spesso verrò..." (credevi intendesse un orario, o addirittura un software - cazzo ne sai, tu, povero campagnolo -, invece è un elenco progressivo d'esercizi)
Ti guarda stranito ma tace.
Entri. Provi un affare che si tira in basso. Poi due panche per le gambe. Dopo un poco di riposo, un'altra cosa che si spinge verso l'interno con gli avanbracci. In tutti questi marchingegni regoli velocemente, grazie ad uno spillone, i pesi, che sono attaccato ad un cavo. Poi tocca al famigerato bilancere, che sarebbe quella cosa che tutti i neofiti di palestra già conoscono per averla vista nei film di Rambo o di Rocky. Ti chiedi: ma era poi impossibile impostare quest'ultimo alambicco allo stesso modo dei precedenti? Magari ci voleva un poco di tecnologia in più, ma dico: siamo o no nel 2007? Esiste una ragione per cui si tollerano tali condizioni d'insicurezza nei bilanceri, oltre che la nostalgia per i film di Rocky? E' o no il primo maggio anche monito per la sicurezza sul lavoro? E non è la palestra il luogo di lavoro di Taricone, Costantino & company? E allora! Innanzitutto, cambiare i pesi di un bilancere è azione realizzabile solo da personale con decennale esperienza ed una laurea in ingegneria meccanica (t'avevano detto ch'era importante - ma sufficiente - farlo con gli spilloni di sicurezza inseriti, ma non è vero: se lo sbilanci, gli spilloni servono solo a rallentare la fuoriuscita - e conseguente caduta dalla parte con il disco ancora inserito - dell'asta. Così - invece che provocare caduta, gran botto, smacco sul pavimento, imprecazione tua, sguardi di riprovazione altrui - provochi: inizio caduta asta, urlo disperato tuo, urlo spaventato e stridulo di una strafiga, caduta di un manubrio dalla mano della strafiga al piede del di lei fidanzato, imprecazione del fidanzato, fine caduta asta, piccolo botto, smacco sul pavimento, imprecazione tua, sguardi di riprovazione altrui, risata di scherno del fidanzato della strafiga). Secondariamente - ma solo in ordine temporale, non di gravità - ti si presenta il problema della non colleganza del bilancere ad alcun cavo. Mentre, se scappano di mano oppure sono eccessivi da smuovere, i pesi degli altri marchingegni rimangono attaccati al cavo e, cadendo, provocano niente più che un forte rumore, i pesi del bilancere, se scappano di mano oppure sono eccessivi da sostenere, d'improvviso si animano di volontà propria. Quelli da te utilizzati hanno, con ogni evidenza, un'anima giacobina, poichè invece di castrarti, gambizzarti, graziarti cadendo dietro la tua crapa, oppure spaccarti la cassa toracica ed ucciderti tra atroci sofferenze, hanno puntato dritti verso la tua gola, nell'evidente intento di decapitarti. Ora, se sei qui a scrivere è solo grazie ad uno sbruffo di disperata forza che nei tuoi bicipiti - o sono i tricipiti? - ha infuso il terrore di una prematura e comica morte, oltre che all'immediato intervento del fidanzato della strafiga, il quale, uscendo, ha intuito con prontezza ciò che stava per accadere, s'è atleticamente lanciato verso la ghigliottina/bilanciere ed ha trattenuto l'asta - addirittura! - con un sol braccio, avendo l'altro occupato dal borsone da ginnastica della strafiga (che, con nessun rispetto per il - quasi - morto, rideva con in mano la sola luccicante borsetta dorata).
Beh, che altro puoi dire, se non "grazie"? Ma che non sperino di rivederti. Per mettere massa applicherai il sistema di nonna Ernesta: mangiare. Molto.

Ma poi, che differenza c'è tra fare il bilancere e fare le flessioni, se non che con le seconde non devi fare l'abbonamento in palestra e rischi al massimo di romperti il setto nasale?




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sentimenti
Mannaggia a Tolstoj
29 aprile 2007

Cucire insieme diario e citazioni - le due cose che, come e più dei conoscenti, t'eri promesso di tener lontane dal blog  - perchè non hai niente da scrivere, è un poco squallido. Sarà lo squallore intrinseco alla domenica pomeriggio ad indurti in tentazione. (mentre scrivi ciò, già sai che c'è troppo sole per mentire e mentirti così vigliaccamente: è quel maledetto numerino in basso a destra che non si decide a spiccare il volo la causa di tutto) Inutile premessa, questa, ad un post ancora più inutile.
Dunque. Ieri ero a pesca su per i monti con un amico che non vedevo da tempo. Uno pronto ad abbandonarsi con squisita ingenuità a qualsiasi suggestione gli si pari davanti. Uno che non ha problemi a negare quel che ha fatto fin a ieri perchè la sua non è una sincerità costurita; è una sincerità che non teme di mostrarsi ipocrita e voltagabbana, anzi, non può evitare di farlo, perchè è una sincerità umorale, non è la posa di uno che, dopo aver a lungo riflettuto, si rende conto ch'è più conveninte, in termini di consenso, dare in pasto al prossimo un'immagine coerente di se. (infatti nessuno lo sopporta, perchè l'ingenuità squisita non riesci a coglierla nel breve, ti fermi alla sua rappresentazione immediata, un'invadente e grossolana sbruffoneria). Io, all'ultima che ci avevo parlato, m'ero dovuto sorbire tutte le scempiaggini facilone e gli slogan che aveva ingurgitato al circolo di Forza Italia. Vedendolo impippato con la partecipazione - come e peggio dei liceali "impegnati" che fin a nemmeno un'anno fa odiava - e destinato ad una carriera da galoppino di qualche politicante di provincia, m'ero abbandonato a quel perverso ragionamento per cui quel che a te fa ribrezzo non puoi accettarlo come buono per l'altro, e l'avevo commiserato. Ieri me lo ritrovo davanti tutto fremente di comunicarmi le sue nuove teorie (dice sempre così, “teorie”. Il gusto per l’understatement manco sa cos’è: te le srotola convintissimo del loro incompreso valore) e logorroico come non mai. Siccome che alle cinque e trenta del mattino, mentre guidi per stradine di montagna, non sei proprio concetrato e pronto d’idea, ascolti – non puoi far altro. E scopri che per vie tutte sue, empiriche e traverse, s’è convinto di una cosa invero abbastanza banale e scontata, ovvero che la politica - e, più in generale, il potere - tende all'autoconservazione. L’ha presa come una rivelazione divina arrivata dal suo io. Ma non credete che sia megalomane: s’accontenta di far di se stesso il proprio Dio, e di seguire ciecamente i consigli di quest’ultimo senza forzarsi ad una insincera autocritica. Così scopri che a Forza Italia non ci mette più piede, come anche in una qualsiasi discoteca o luogo di ritrovo. Scopri che quell’autocritica che noi scafati facciamo prendendo a prestito argomentazioni che non sentiamo nostre, lui la chiama Cultura, e dice che dobbiamo liberarcene. State attraversando una valle poco o niente urbanizzata quando guarda rapito fuori dal finestrino aperto – col freddo boia che fa all’alba su pei monti – e dice che bisognerebbe stabilirsi li, vivere d’agricoltura e tagliare i ponti, non solo metaforicamente (abbiamo appena attraversato un ponte fatto saltare a guerra ormai terminata da gente d’uno sperduto borgo che dai conflitti s’eran sempre tenuti alla larga, gente che era arrivata al 25 senza sapere cosa fosse il fascismo, gente che, forse, non voleva nemmeno sapere cosa fosse la democrazia). Capisci che, adesso come adesso, lo farebbe davvero. Non ci fosse la strada asfaltata ed i suoi genitori con la casa di vacanza due chilometri più sotto, davvero fuggirebbe in quella valle. Siccome che le vocazioni e gli assoluti ti angosciano, ti rifugi nell’ironia. Fingendo interesse per il “progetto”, consigli però una buona dose di cinismo; ti rirovi a dire, più aspro di quanto vorresti: "Potremmo vivere come cazzo vogliamo prendendoci quel che ci serve, invece che producendocelo. Se gli altri stanno sbagliando, tanto vale liberarci anche da ogni remora buonista, e sfruttare il loro stolido dedicarsi al lavoro ed all’arricchimento: una puntatina a rubare al paese ogni tanto… i boschi li conosciamo meglio dei cinghiali, armi ne ho… che provino a prenderci!". Ovviamente reagisce male; è piuttosto seccato: “Non mi prendi mai sul serio”. Per un attimo ti vergogni del sarcasmo, ma poi ribatti: “Tu mi diventi pericoloso, se ti do corda... ti devo tener coi piedi per terra, io” “Guarda che non sono mica matto, anche se poi devo dirti una cosa sui matti”. Ma non hai intenzione di svestirti della corazza d’ironia. Provi a raffinarla un poco, però. Ti viene da tirare in ballo Rousseau coll’Emilio, ma poi eviti perché ricordi quanto è avido di citazioni - ricordi che ti crede un gran sapientone e la parte del sapientone t’imbarazza alquanto. Allora gli fai notare che sembra un hippy anni sessanta che vuol fondare una comunità anarchica, perché ricordi anche che, almeno dal punto di vista estetico del discotecaro, il genere non gli è gradito. Ma è peggio: siccome che di teoria è acerbo, non s’era accorto che la sistemazione delle sue nuove teorie è tutta lì, nella cara, vecchia anarchia. E così, in cinque secondi, hai creato un convinto anarchico. Poi parte con la storia di un matto che ha conosciuto. Secondo lui, i matti hanno ragione (ragione riguardo a cosa? Non osi interrompere). Se diamo al termine di matto un’accezione negativa, i matti siamo noi, spiega. Pure questa non è nuova. Ma taci ammirato al cospetto di cotanta ingenuità, perché lui è convinto di aver osato chissà quale azzardo: fino alle scuole superiori, infatti, lo ricordi come piuttosto conformista e chiuso sui temi, diciamo così, “sociali” - non proprio come tua nonna, ma insomma: quasi. Eravate forse in terza liceo quando, durante una di quelle magnifiche ore di religione in cui vi accapigliavate sovrastando il povero e sconvolto prete, il tuo amico aveva affermato che i criminali il crimine ce l'han nel sangue - roba genetica, insomma. Al che dall'ultima fila, quella dei bulli, era partito un efficace sbeffeggio che mischiava il suo cognome con quello di Lombroso; subito, dalla prima, quella dei secchioni, avevano risposto soffocate risa e commentini sottobanco - noi altri, folla d'ignoranti, non avevamo capito il paragone. Egli s'era inviperito doppiamente: per lo sbeffeggio potenzialmente collettivo (se avessimo saputo chi era Lombroso, avremmo riso tutti) e perchè non l'aveva capito. Fu con ogni probabilità l'evento che rese inevitabile il distacco da mamma classe, così come la conversione ad un pensiero unico uguale e contrario. Ed è proprio perchè ricordi tutto ciò che riconosci come sincera questa neonata smania distruttiva nei confronti della convenzioni. Per cambiare radicalmente idea, gli è bastato conoscere un matto - un matto che, tra le tante, ha anche sparato addosso a della gente - un matto, giustappunto, distruttivo, non un matto innocuo, simpatico biglietto da visita da tener in tasca per accreditarsi come alternativo. Vorresti esserne capace: le tue convinzioni, invece, sono talmente sedimentate che niente le potrà mai spazzar via; al massimo, vi si sovrapporrà un nuovo strato. Poi attacca con la storia dei puri che non sono corrotti dalla cultura. “Guarda che è Pasolini”, l’interrompi subito. Scommetteresti che egli, pur non sapendo cosa Pasolini ha scritto, ricordi come se ne riempivano la bocca quei compagni verso cui fino all’anno scorso riversava tutto il suo astio. Sei ancora spaventato dalla vocazione e tenti d’insinuare dubbi in modo scorretto, facendo leva sulle passate antipatie. Come niente fosse. Oggi, potresti dargli del comunista senza temere reazioni violente – e se avete almeno un poco intuito il tipo, potete farvi un’idea di quanto fosse infervorato, ieri. Poi t’accorgi che in fondo il Pasolini della situazione, quello che si dice ammirato dalla sincerità per nascondere il senso di superiorità, in questo momento, sei tu: e ti stai antipatico da solo. Manco a farlo apposta la radio trasmette “Quattro amici” di Paoli: ti senti come il vecchio che, dal tavolo accanto, ascolta i ragazzini discutere d'anarchia davanti a due coche e due caffè, solo che hai la loro stessa età. Al bar del paesello di merda dove vi siete fermati a far colazione - quello dove vi fermavate anche quando andavate in motorino, che apre alle sei anche a caccia chiusa e nessuno sa perché – dai una scorsa veloce al quotidiano locale. Da un’intervista a non so più chi ti balza all’occhio una frase di Tolstoj: “Chi non è anarchico a vent’anni sarà un imbecille nella vita”. Temi che abbia ragione. Cerchi di convincerti che, in fondo, la tua è un’anarchia soffusa, che ti coltivi senza clamori, come una cosa tanto cara da non poter essere condivisa con nessuno. Ma non è vero: a quattordici anni eri troppo spaventato per essere anarchico, a diciotto, troppo ragionevole. Speri di non diventare un imbecille nella vita.




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calcio
Favola moderna e di cattivo gusto
23 aprile 2007

Un giorno, la fatina Ridarella incontrò la fatina Lacrimona, che piangeva seduta sopra un ceppo d’abete al limitar del bosco. Entrambe, in precedenza, avevano incontrato, nel cuore della Selva Oscura, l’orco Gattuso che raccontava favole ai bambini obesi d’una casa-famiglia (essi erano obesi poiché le educatrici, per tenerli buoni, li ingozzavano con DanetDanone – troppobbbuono, quagliò – e Fanta, dicendo loro che, mangiando cotali schifezze, sarebbero diventati tutti come Inzaghi, Ferrara e Totti – bastava, dopo il pasto, bere ettolitri di acqua Rocchetta - invece, grassi com’erano, perdevano anche dal collegio dei futuri frati di clausura). Entrambe le fatine – che erano decisamente molto avvenenti – s’erano fermate ad ascoltare l’orco, nascondendosi dietro alcuni grandi tronchi, ma egli, spasmodicamente concentrato nella difficile lettura, non ne aveva avvertito la fatata presenza. Erano passate alcune ore, e le creature del bosco conoscevano la favola solo fino al “C’era una volta”: l’orco Gattuso s’impappinava ripetutamente prim’ancora d’aver terminato la frase iniziale e perciò i bambini lo deridevano. Egli s’incarogniva, ma continuava nel suo sforzo, poiché il mister gli aveva ordinato di non mangiare ne malmenare i bambini (tranne quelli del gigante Materazzi, che l’aveva specificatamente richiesto per forgiare i pargoli alle durezze della vita e dei crani altrui). Per dar sfogo alla tensione, l’orco acchiappò al volo un passerotto e lo mangiò con gran stridore di denti e scricchiolio d’ossicine. I bambini inorridirono, ma egli ribattè: “Embè, che storia è questa? Se lo fa una rockstar inglese è figo e se lo fa un orco di Reggio Calabria è orribile?”. Poco dopo giunse correndo dannato e disperato il folletto Del Piero, che si lagnò con voce stridula: “Il mio uccello! Il mio povero uccello!”. Subito comparve da dietro un cespuglio la ninfa Chiabotto, ignuda, che, ridendo di risata argentina e canzonatoria, gli gridò: “Il tuo uccello, caro mio, perde colpi”. Sentito ciò, due gemellini obesi, tifosi del Napoli, si avvicinarono al folletto come per consolarlo, ma, giunti al suo cospetto, urlarono all’unisono: “Tiè!”. Il folletto si diede al loro inseguimento, distraendosi; nel mentre, da un grosso cespuglio uscì l’elfo Maradona, steso sulla lettiga ed intubato. Il folletto, agilissimo, in nemmeno dieci minuti prese, legò ed imbavagliò i due gemellini. L’elfo, pur non potendosi muovere, in nemmeno dieci minuti mise incinta la ninfa Chiabotto. Vedendo ciò, una vecchia suora che l’accompagnava si lanciò a sua volta sull’elfo Maradona, il quale, volendo morire in bellezza, si staccò il respiratore appena in tempo. Nel frattempo, l’orco aveva ripreso a raccontare. Entrambe le fatine s’erano messe a ridere, ma in diversa successione. L’orco, sentendo le risa dela fatina Helena - non si chiamava ancora Ridarella - e non riuscendo a capire donde provenissero, s’era ancor più incarognito. La fatina Helena, infine, correndo con leggiadria e nascondendosi da un tronco all’altro, s’era allontanata lasciando nel bosco la scia della sua derisoria risata. L’orco, indispettito, aveva ripreso la faticosa narrazione. Poco dopo, egli avvertì una nuova simile risata, e si preparò. Memore dei consigli del mister, s’immaginò che la fatina fosse un pallone, e, quando l’individuò, ringhiando si diede al suo inseguimento, in breve catturandola. Il mister gli aveva dato precise indicazioni su cosa fare del pallone (tosto passarlo al satiro Pirlo senza tergiversare), ma non si era espresso riguardo le fatine, e quindi l’orco Gattuso non sapeva cosa fare della magnifica creatura silvestre. “Prova a pensarci bene” disse la fatina Jessica – che non si chiamava ancora Lacrimona - “se il mister t’ha ordinato di non malmenare i bambini, ne consegue che tu non debba fare del male ad alcuna creatura indifesa”. Purtroppo per la fatina, l’orco non pensava niente (tranne quando dottamente discuteva di letteratura e del neorealismo italiano) e quindi, aiutato da un contadino di passaggio, diretto agli studi d’un nuovo programma televisivo, che la tenne ferma sotto minaccia di lapidazione, fece quello che l’istinto gli suggerì di fare. Da ciò le lacrime. Qualche tempo dopo, incontrandola al limitar del bosco, la fatina Ridarella suggerì alla fatina Lacrimona di andare dai carabinieri a denunciare il fatto, ed ella seguì il consiglio. I carabinieri arrestarono l’orco Gattuso e lo misero dietro le sbarre del canile. Venne l’anno tremilaedieci e, con esso, i fantamondialissimi di pallacalciata. La squadra della Selva Oscura, giunta in finale contro la squadra del Galletto Eterno, era consapevole della propria inferiorità e decise di far uscire dalla gabbia l’orco Gattuso giusto il tempo di fargli disputare la partita. Egli, al fischio d’inizio, scattò in direzione del tunnel ed imboccò l’uscita. Il pubblico mormorò indignato, ed egli ribattè: “Embè, ma che storia è questa? Se è un nero coi piedi buoni lo incoraggiate a farlo, se è un orco di Reggio Calabria lo disprezzate perché l’ha fatto?”.




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Non puoi sopportarlo. Non puoi rimanere. Non puoi nemmeno fuggire.
1 aprile 2007

Non ne ho alcuna voglia, ma un blog che si rispetti non può evitare Vallettopoli… (classico incipit di quello che muore dalla voglia di parlarne ma vuol darsi posa da snob. Promemoria per il prosieguo: temperare la schifittoseria). Dunque, son qui che mi tormento (forse “tormento” è un po’ troppo. Promemoria: la schifittoseria, a piccole dosi, è salutare) su come rispondere, domattina al bar, alla fatidica domanda “secondo te bisogna pubblicare o no?”. A rigor di ragionamento, risponderei col motto “massima libertà, massima responsabilità”, ovvero: evitiamo che politica e altri gruppi di potere prendano il controllo, per diecimila vie traverse, della selezione della informazioni. A rigor di sentimento, risponderei: “E c’ho le palle come due mappamondi! ma chissenefrega di come usa il suo affare Sircana, anzi mi fa un po’ impressione pensare a Sircana nudo mentre mangio, ma il telegiornale non ha nient’altro da far vedere? Basta: si pubblica solo la roba veramente rilevante così non mi tocca di leggere quotidiani trasformati in brutte copie di Novella 2000”. E’ un conflitto straziante: al bar la mia opinione gode di un certo valore. Poi apro l’Espresso. La satira preventiva di Serra mi fa pendere dalla parte del sentimento (Serra, come umorista, è fantastico, peccato che talvolta si occupi anche di robe serie): che squallore quelle notizie costruite e quei giornalisti che ci marciano sopra, pur non essendoci nulla di penalmente rilevante, per sputtanare gli avversari, continuamente invocando, con goffo vittimismo, l’etica professionale e il dovere di dar le notizie… Belpietro, mi fai schifo! Continuo a sfogliare. A pag.42 tal Malagutti, basandosi sulle dichirazione di uno sconosciuto autodefinitosi “il Travaglio del gossip”, lascia intendere che Francesca Lodo sia in amicizia con Berlusconi e che ciò l’abbia, forse, leggermente favorita nella carriera sulle reti di proprietà dello stesso. Embè? Se anche fosse? Dov’è il reato? Quel che scandalizza il lettore dell’Espresso è che Berlusconi frequenti delle letterine o che delle letterine frequentino Berlusconi? Oppure tutte due? Eppure Serra, massimo teorico della superiorità morale della sinistra, da buon moralista non noterà la contraddizione tra il suo articolo e quest’ultimo: se fossi anch’io un moralista, direi che i moralisti son tutti ipocriti. Ho finito di leggere. Son riusciti a farmi star simpatico Belpietro, che è tutto dire. Accendo la Tv: c’è Belpietro che litiga con il direttore del giornale della Margherita. Oh, merda. Penso di uccidere tutti quelli che parlano di Vallettopoli, ma convengo che sarebbe opera troppo impegnativa pure per un buon tiratore com’io sono. Allora capisco ciò che devo fare: andare a Potenza e risolvere il problema alla radice.

Entro nel tribunale: ci son tutti, è un’udienza collettiva con cocktail e aperitivo. Raffica dell’automatico a cinque colpi caricato a pallettoni da cinghiale: rimangono in vita un’ingegnere napoletano proprietario di yacht, la sua pupa e Woodcock. Ricarico e tengo puntato.
Faccio a Woodcock: “Dammi le chiavi della moto o t’amazzo!”
“Tienile… posso andare adesso?”
Bang!
L’ingegnere: “Ma perché l’hai ammazzato?”
“Senza la sua moto si sarebbe suicidato. Ingegnere, dammi le chiavi dello yacht o t’ammazzo!”
“Hahahaha!”
“Cazzo ti ridi?”
“Buzzurro! Uno yacht non ha le chiavi”
“Ah, merda”
“Ma caro, non è vero! Ce le hai in tasca le chiavi”
“Oca che non sei al…” Bang!
Faccio alla pupa: “Oca, tu vieni con me sullo yacht”
“Oh che bello! Una crociera!”
“No, Oca: un ostaggio”
Con la moto valico gli Appennini, arrivo al porto, prendo la barca e via, verso lidi dove non arrivano ne giornali ne televisioni ne internet. Giunti sulle coste caraibiche e trovata una baia vergine, con la pupa stiamo ammirando la nostra nuova paradisiaca dimora, quan’ecco che scorgo ancorata la barca di Briatore. Merda. Noto che è ben più grande della mia: con la sicurezza nel maneggiare armi del cacciatore e l’abilità piratesca di uno che s’è letto tutto Salgari prima dei dieci anni, tento l’abbordaggio.
Briatore: “Cosa vuoi? Troviamo un accordo vantaggioso per entrambi”
“Niente storie. Dammi le chiavi del tuo yacht e salite sul nostro: noi ce ne andiamo in un posto lontano da tutto e da tutti”
“Hahahaha!”
“Cazzo ti ridi?”
“Non esiste posto del genere: alla prossima baia c’è Tronchetti Provera, poi il conte Panto, poi…”
“Oh, merda”
Dopo un’ora, in cambio del mio yacht, me ne vado con la sua scialuppa, viveri per dieci giorni e cinquecento euro.
“La ragazza è meglio che resti con me. Sai, per i viveri…”
“E’ vero, hai ragione. Beh, grazie ancora!”
“Ma figurati!”
Navigo cantando verso l’Italia. Chiamo i carabinieri per farmi venire a prendere al porto. I carabinieri chiamano i giornalisti, che all’approdo mi assalgono: “Come mai si è costituito?”
“Per andare in carcere e liberarmi dai vip”
“Hahahaha!”
“Cazzo ti ridi?”
“E lei per liberarsi dai vip va in carcere?”
“Oh, merda”




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Didimo Chierico, ovvero D.N.
26 marzo 2007

Ovviamente non è il testo del Foscolo. E' parte dell'introduzione, da me modificata quasi totalmente, che dedico a D****** N****. Già il mio amico assomigliava al Didimo originario, adesso è proprio uguale. So che s'incazzerà alla morte, appena glielo dirò. Proprio lì sta il bello, ed il motivo per cui l'ho scritto, incurante dell'ilarità che il mio tentativo d'italiano arcaico susciterà. A dire la verita non credo sia legale, ma mi sembra improbabile che parenti del poeta possano denunciarmi per plagio.

La prima volta che incontrai Didimo, entravo io in quella trista stagione della vita ch’è la vecchiaia, e lui, benché d’età difficile a stabilirsi e tenacemente celata, era uscito da la giovinezza non meno d’una decade addietro.

Come tutti lo conobbi per Didimo Chierico; Chierico l’aveva scelto egli stesso a ricordo de’ pochi anni trascorsi in seminario, e Didimo era soprannome affibbiatogli da la gente senza tener conto del nome suo natale, il quale venni a sapere più tardi esser Aurelio. Giudicai male accordato il nomuncolo con la altezza sua, ch’era notevole, e con la corporatura, per natura tesa alla pinguetudine; ma dovetti constatare che ad ognuno de’ conoscenti la persona di Didimo suggeriva tale diminutivo, forse pe’ l’aspetto innocuo e la distrazione con cui portava pel mondo il corpo, che s’intuiva considerato da esso poco più che sostegno pe’ la testa.

Lungo e disarmonico avea il volto, e privo d’alcuna espressione notevole. In talune occasioni, però, e sempre senza motivo apparente, gli si torceva in smorfie vive e gioiose, quasi infantili; onde io credo il grigiore fosse conseguenza, più che di stoltezza, di rara corrispondenza tra moti intimi e manifestazioni esteriori. A capriccio verso la moda de’ pari suoi, non si faceva acconciar la chioma, ma nemmanco la teneva corta secondo costume de’ lavoratori del lago: egli stesso drasticamente la eliminava quando eccedente; e perciò parea viandante o servitore di malaffare.

Benché disponesse di rendite sufficienti a medie necessità, era notevolmente parco nel vestire ed in ogni altra spesa, eccetto che in quelle di cibo. Alla sua tavola apprezzai ottimo ed abbondante desinare: Didimo andava dicendo d’aver sofferto fame tenacissima in certi suoi pellegrinaggi, e di dover ripigliarsi de’ piaceri mancati; e se pure lo dicea con tono di celia, non credo mentisse: ché non era uomo da contare il falso per giustifica d’un comportamento.

Mi contò Didimo, al tempo che cominciammo ad affidar l’un l’altro le nostre storie, che era imminente a buonissimo matrimonio quando si mosse dalla casa paterna per stabilirsi in paese. Mesi dopo, mentre  rinforzavamo il portico della vecchia casa, mi confidò che, prim’ancora ch’avesse aperto i bauli, il fratello della sposa, deciso ad ottener le giuste scuse, aveva bussato alla sua porta. Stavamo faticavamo non poco nel puntellare un trave e, in tanto, egli narrava quegli accadimenti con tono greve, così io mi figurai la sofferenza di tutti i coinvolti. Mentre piantavamo chiodi, volgendoci le spalle, io pensavo alle giuste parole per dichiarar la mia partecipazione al dolore suo. Mi risolsi infine a tacere: trovavo i miei pensieri indegni di consolare la prematura morte di una famiglia. Allorchè mi parve di sentir dei singhiozzi, convinto che Didimo non stesse in pensieri adatti al lavoro, smisi anche di martellare. Fu perciò con gran stupore che accolsi il crescere del suono in una breve risata birichina; voltatomi di scatto, feci tanto d’occhi al suo sghembo sorriso e tanto d’orecchie a ciò che disse. Mi spiegò infatti, con appiccicata in volto quell’espressione che mai gli avevo veduto prima, che egli, passando dal retro, era salito nella faggeta per vedere montar la rabbia del mancato genero; e mi descrisse anche, lodandolo assai, il modo con che la porta s’era mantenuta indifferente alle smanie del giovine. Quel giorno una cosa capii, che non gli faceva certo onore:  Didimo non conosceva empatia per coloro ai quali, esercitando la libertà, indisponeva l’animo.

Teneva tanto rari rapporti col censo d’origine che, sicuri volesse accasarsi, ben presto i notabili del posto tramarono pe’ mandar spose ad esso le figliuole loro. Didimo, al solito preso da quistioni aliene alla gente concreta, se n’avvide quand’ormai un proprietario di filiera preparavasi ad offerir la dote. Ogni altro si sarebbe profuso pe’ rintuzzar la delusione del suo rifiuto: egli non si mosse dal suo studiolo, scrisse un foglio minuto e l’appese all’uscio: il paese seppe così ch’ei aveva già contratto matrimonio co’ l’Altissimo. In forza di codesta erronea credenza, cerimoniò anche battesimo in vece del curato; sicchè oggi, a Begliasco, alcuni giovani esistono pe’ la piazza, ma non pel Signore Nostro. Rimasto perciò in solitudine, Didimo s’arrabattava a sbrigare ogni incombenza domestica da se: cosa invero poco impegnativa, perch’ei viveva in sole tre stanze de la casa, e concedeva l’altre ai ragni come palestra pe’ la tessitura.

Degli altri abiti suoi quotidiani, poco di straordinario v’è da annotare: spesso scriveva prose d’interessante contenuto, ma di bislacca forma e destinazione; più spesso ancora leggeva. Possedeva testi d’ogni sorta, ma non ne faceva scambio: perché leggevali più volte. Badava d’esser tra gente facoltosa e dedita ad aleatori affari di commercio, poi declamava: “Il lavoro è veleno cattivo e, al tempo stesso, medicinale, perchè prima porta tribolazioni, e dopo dimentica de’ nostri guai: ma se impariamo ad accoglier per fausto ciò ch’accade, diviene inutile”. Diceva anche: “Amo che vi sia un ampio margine di respiro, nella mia vita” e, fedele alla sua dottrina, mai cumulava troppe fatiche. Certe volte mi sussurrava: “A nulla posso sacrificare il fiore del momento presente”, e dismetteva a mezzo il lavoro che ci occupava; allora andavamo di spalle alla sua casa, sotto il grosso rovere: egli si poggiava contro d’esso, e insisteva di lasciar a me un certo ceppo d’abete, che teneva per più desiderabile d’uno scranno regale. Quando gli davo l’arrivederci, prendeva il posto mio ed ivi restava fin a sera, immobile come solo i vecchi orbi san fare.

Teneva irremovibilmente strani sistemi; e parevano nati con esso: non solo non li smentiva co' fatti, ma, pur mostrandoli con pudicizia anche agli intimi, parea non vergognarsene nemmanco un poco. Di tutti questi capricci e costumi di Didimo s'avvedevano gli altri assai tardi, perch'ei non li esibiva, né li occultava: onde credo che venissero da disposizione naturale. Da' codesti sistemi e dalla perseveranza con che li applicava al suo modo di vivere, derivavano azioni e sentenze degne di riso. Così quando scacciava i gatti come bestie repellenti ed accoglieva nella dimora cani d’ignota provenienza, e torme ne portava seco per le campagne; o quando, tra tanti suoi valevolissimi scritti – io ebbi modo di leggerli –, unica mostrò al pubblico una prosa dove si narrava de lo scontro di quattro lettere per la conquista d’Alfabeto, conclusosi co’ vittoria di U ed M, e della seguente riduzione de’ linguaggio umano a verso animalesco di vacca.

Stimava fra le doti naturali all'uomo primamente la bellezza d’animo, poi la sua forza, ultimo l'ingegno. Delle acquisite, come a dire della dottrina, non faceva conto se non erano congiunte alla rarissima arte d'usarne. La ricchezza la teneva vile non di per se, ma paragonandola alle cose che non può dare.

Non partecipava né una dramma del suo secreto ad anima nata. Solo una volta lo vidi piangere, ma da lo sguardo suo capìì di non doverne domandare. Accoglieva lietissimo nelle sue stanze, ma al passeggio voleva andar solo, o parlava a persone che non aveva veduto mai, e che gli davano nell'idea; se alcuno de' suoi conoscenti accostavasi a lui, si levava di tasca un libretto e, per primo saluto, gli recitava alcuni squarci di traduzioni moderne de' poeti greci: e rimanevasi solo. Parevami anche che, girovagando per suo conto, dimenticasse le condivise regole del comunicare: se d’improvviso qualcuno rivolgevagli la parola, fissavalo come se parlasse straniero, e respondeva con sentenze enigmatiche. Spesso rifiutava la compagnia di gentiluomini degnissimi, per accompagnarsi ad altri, meno valorosi al giudizio dei più. Didimo, tuttochè forestiero, non era guardato dal popolo di paese con mal occhio: i vecchi si soffermavano accanto a una porticciola a discorrere seco, e molti fantolini, de' quali egli si compiaceva assai, gli correvano lieti attorno.

Poco frequentava i ritrovi comuni ai popolani; solo nelle settimane intorno al cambio d’anno, quand’inverno porta lo scuro ben lungi dall’ora del desinare, di malavoglia m’accompagnava alla taverna. Senza giocare alla morra e rifiutando le sfide a dadi, mai discorrendo d’avvenimenti recenti, ne de’ fortune altrui, parlava in continuo e meritandosi attenzione; avea pronto ragionamento lindo in argomenti dov’io, povero vecchio tanto esperto di mondo quanto poco d’idee, non avevo manco l’argomento, e ciò m’indispettiva. Nelle quistioni che all’altri causavano infinite diatribe, al contrario, dalla bocca di Didimo non si poteva cavare che un’unica parola, “opinioni”, e quella parola la pronunciava come fosse sacra e contenesse in se tutto il vero di codesto mondo, e guardava ammammalucchito quelli che non la ritenevano sufficiente a spiegar tutto. Quando poi – pensando di fargli cosa gradita con l’attributo di stima – domandavan ad esso di prender le parti di qualcheduno in una controversia pratica, si cavava d’impiccio con un motto di spirito, lasciando perplessi gli uditori.

Ogni stagione faceva ritorno a Milano, e nella città grande, andando per via, non riconosceva chi avea frequentato negli anni passati, oppure non respondea al lor saluto. Quelli ritenevano ciò causato da labilità di memoria – ché nessuno sospettava Didimo di portar rancori – ed invece accadea per via del suo occhio svagato, che prima non s’avvedeva di quel che torno era accaduto, e subito poi si fermava su dettagli di niuna importanza.

Ne la tasca del mantello portava uno sgraziato pifferello a quattro canne, che mai altrove vidi e che mai mi fu concesso di sentir sonare, perch’ei soffiavalo non al chiuso, non in istrada e non in presenza d’alcuno: onde credo le sole selve ne conobbero la melodia, od al più i cani a Didimo maggiormente fedeli.

Spinto da ragioni ignote ad egli stesso, era solito addentrarsi in contrade selvagge che’l viandante avveduto fuggiva; e più d’uno tornando al borgo disse d’averlo veduto pei monti come bestia o eremita – tutto ciò sentii contare anche quando da mesi egli alloggiava in Mantova, ospite della mia modesta casa. Quando stava in cammino, da lontano vedendolo, notatavansi la postura de la testa, rivolta all’alto o a luoghi lontani; da vicino, le labbra in moto di silenzioso recitare – diceva esso - lodi a Nostro Signore, o più nel vero stornelli popolari. Talvolta portava alla bocca lo strano piffero. A causa di codeste abitudini, tosto insolite per un uomo uso ad affrontare lande impervie, sovente egli poneva passo non adatto alle asperità del terreno, e cadevasi rovinosamente.

Prima de la guerra tra l’Impero e li veneziani, per sett’anni il padre concesse a Didimo di trascorrere lunghi periodi al paese: i pescatori lo ricordano, fanciullo, gettar nassette nel lago, e ritirarle con nessun pesce poiché senza perizia alcuna l’avea lanciate; quelle speciali nassette le costruiva pel nipote il padre de’ sua madre. Se più non praticava la pesca in età adulta, in vece molto gradiva un invito pe’ le battute di caccia del conte Portoli della Scola, padrone della contrada e d’un casino di caccia situato presso l’imbocco lacustre. Sulla strada di ritorno, fuor dai costumi suoi, fermavasi nelle taverne de’ porticcioli ad ingollar vinaccia e, dopo la seconda scodella, sempre parlava malissimo del conte; i pescatori offerivano il bere pe’ farsi contare degli aristocratici, e pe’ circuirlo de la selvaggina ricevuta in dono da essi.

Sin da subito m’accorsi ch’egli scantonava la via, oppure l’invertiva con abile piroetta, ogni qual volta una persona di grosso riguardo gli si faceva incontro. Nel caso non riuscisse in tali giuochetti, trovandosi costretto alle forme dovute, Didimo, pur restando cordiale in superficie, non tratteneva la smania d’andarsene; addirittura, una volta che l’accompagnai per Milano, ei fu preso da pruriginoso fastidio, evidente quando inopportuno, al cospetto d’esponenti di nobili casate. Io che mai ebbi diritto di stare al pari con uomini di tale censo, domandavogli il motivo per cui quest’ultimi gli mettevano malanimo; e più ne ricevevo risposte elusive, più costruivo l’idea che Didimo volesse darsi con me una posa, e con essi, in mia assenza, l’opposta. Sapevo però che era attore pessimo e, col tempo, mi feci certo che i suoi pari gli fossero nel vero insopportabili. Ma di ciò mi convinsi solo più tardi, quand’ormai le sue stranezze più non m’erano segrete: sicchè per anni rimasi nell’idea ch’egli mettesse in scena continue farse pe’ non farmi pesare la mia umile origine.

Quando concessogli, per lunghi tempi seguitava convogli di soldati come sacerdote, benché non lo fosse. Da queste genti d’arme e d’azione Didimo si distingueva pei modi e l’indole, eppure mai ne stava in disparte: che egli desiderasse tali compagni, e che essi apprezzassero un uomo siffatto, era tanto incredibile quanto vero.

Dissi che teneva chiuse le sue passioni, e quel poco che ne traspariva, pareva calore di fiamma lontana. A chi gli offeriva amicizia, lasciava intendere che la colla cordiale per cui l'uomo s'attacca all'altro l'aveva già data a que’ pochi ch'erano giunti innanzi. Rammentava moltissimo volentieri la sua vita passata, e non m'accorsi mai ch'egli avesse fiducia nei giorni a venire, ne che ne temesse.

E forse avea più amore che stima per gli uomini; però non era orgoglioso, né umile. Credo non reputasse se stesso ‘si giusto da riconoscer le storture, e non prese i voti proprio perché capace più di comprensione, che di giudizio. Forse non era avido né ambizioso: perciò parea libero da ansie. Inoltre, pareva verecondo, perché estraneo a gesti fortemente esibiti.

Quanto all'ingegno, non credo che natura l'avesse moltissimo prediletto, sicuramente non molto poco. Ma egli l'avea temprato in guisa da non potersi imbevere degli altrui insegnamenti e quel tanto che produceva da sé, avea certa novità che allettava. Quindi derivava da ciò quell'esprimere in modo tutto suo le cose comuni, e la propensione di censurare i metodi delle nostre gloriose scuole.

Ammirava raramente, ma assai, e non lo comunicava all’ammirato; disprezzava con taciturnità sì sdegnosa e distante, da far giusto e irreconciliabile il risentimento degli uomini dotti, abituati a celare l’antipatie dietro divergenze di scienza. Aveva per altro il consenso di non patire d'invidia, la quale, in chi ammira e disprezza, non trova mai luogo. Diceva: “La rabbia e il disprezzo sono i due grandi estremi dell'ira: i forti disprezzano: ma beato chi mai s'adira”.

Era, quand’io lo conobbi, persona più disingannata che rinsavita ai costumi di questo mondo. Lo dicevano uomo strano quanto ragionevole, ma non uno lo teneva per saggio; questo perché avea più buon senso che senso comune.

Didimo, insomma, pareva uomo che s'accomodasse, ma senza fidarsene punto, alla prudenza mondana. Senza dar noia agli altri, egli se ne andava quietissimo e sicuro di se medesimo per la sua strada, e sostandosi spesso, quasi avesse più a cuore di non deviare, che di toccar la meta. E cacciava i molesti dal cammino, come fossero appestati: se qualcheduno impedivagli il proseguire od il fermarsi, diveniva scontroso e di malo tratto, ovvero stonato co’ l’abituale sua garberia; sicchè questo in lui riscontrai come difetto maestro: che mai generosità poneva avanti all’amata dama libertà.

Tanto bene imparai ad esser discreto ne’ confronti di Didimo, che, quando sorte m’impedì di movermi da Mantova, non più chiesi nove da Begliasco, ne le ricevetti. Unico e ultimo, mi giunse un invito pel suo pranzo d’addio al mondo terreno. Era lettera d’un sol foglio, salace e buffonesca, in cui elencava chi avrebbe voluto ritrovar all’inferno e chi no, ed infine confidavami d’averne inviate oltre cinque dozzine di simili: soffocai l’indegno riso, figurandomi l’effetto che doveva aver avuto su li parenti suoi di Milano, e sui benpensanti del paese. Tre qualità vi scorsi: capriccio di bambino, nel concluder sguaiatamente quel che mai era stato tale; cocciutaggine di vecchio, nel restar fedele ai costumi insoliti ch’erano suoi propri; ingenuità di matto, nel pensare che qualcuno avrebbe risposto all’invito.

Come sempre, avevo opinioni errate: alla sua casa trovai un gran andare e venire di gente paesana. Le donne, sconcertate de l’offesa alle forme sante, ma timorose di contraddire un signore e chierico, restavano in casa; gli uomini entravano per salutare e rifiutavano il vino offerto, convinti che dai ricchi non si potesse ricever doni, ma solo farli. Al vespero giunsero alcune vecchine col capo avvolto di nero, come fosse una veglia, ma poi, di fronte alla vivezza del morto, tacquero disorientate; i giovani ne risero assieme al defunto. Il dì seguente ci svegliammo in cinque nel palazzo – Didimo disse ch’eravamo gli “incollati” – ed io solo non avevo veduto mai l’altri, tutti più giovani di me. Il pranzo fu sontuoso e nessuno capì cos’affliggeva il padrone di casa, che mangiò come tre uomini sani, intendendo rifarsi – disse – “de’ piaceri che mancheranno a la tavola di Santo Pietro”. Notai però che ben due cameriere accudivano alla casa; inoltre, attraverso la finestra, vidi che l’erbe grame assalivano le verzure dell’orto. Nel meriggio i tre milanesi se n’andarono sul calesse col quale eran venuti, e rimanemmo soli. Didimo mi confidò d’avere un male nascosto, che lo debilitava con rapidità; era certo di morire a breve. Rimasi a Begliasco dieci notti, finchè un mattino all’alba, uscendo, lo trovai esanime sotto la rovere. Pareva meno imponente da disteso, o forse era colpa della malattia; m’accorsi che avea chioma lunga come mai prima, già filata di bianco, e pensai incredibile il non averlo notato prima. Mi sedetti sul bel ceppo d’abete e vi restai fino alla campana di fine messa, poi andai dal parroco.

All’ultimi giorni di vita, sembravami che sentisse non so qual dissonanza nelle cose del mondo: però mai ho sentito ammetterlo, ed anzi egli dicea di trovar beatitudine con la contemplazione de l’armonie umane e naturali. Oggi so che non le dissonanze dei fratelli in terra l’impensierirono prima della morte, ma quelle del padre celeste: Didimo, che sempre avea rifuggito la condanna della propria ed altrui condotta, desiderava un Dio che tutto assolve.




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Dialogo tra la natura e uno sbadato
26 marzo 2007

Ieri c'era un tempo da lupi. Goccie grosse come secchiate, per un poco miste a neve; vento a raffiche, impazzito - prima veniva da Parma, poi dalla bassa, infine dall'Oltrepo' - e fermamente intenzionato a non smuovere le nubi da sopra la mia testa. Ed io, alle sei e mezza del mattino, imperturbabile e deciso - deciso come uno che, un paio d'anni fa, ha sfidato ghiaccio, neve e meno quindici gradi in motorino - secendo dalla macchina bardato di tutto punto, pronto ad affrontare il fiume. Ieri era l'apertura della pesca, ed un pescatore che si rispetti non può starsene a letto il giorno dell'apertura, qualsiasi tempo faccia. Dunque. Apro la portiera e scendo; il freddo mi sbatte in faccia: ho dimenticato la cuffia e la sciarpa. Cazzo. E' appena chiaro, ma già si vede l'acqua in fondo alla gola; il sentiero nel bosco, penso, sarà un pò scuro, ma pazienza e gambe in spalla, perchè bisogna arrivare alla sponda per primi. L'apertura si fa per questo, non per prendere trote: quelle, col freddo che fa, se ne stanno rintanate sotto i sassi. Il gilet pesa quanto me e m'impedisce i movimenti. Prendo le ultime cose dal baule, chinato col culo esposto all'acqua. Pigio la chiusura centalizzata sulle chiavi e chiudo il portellone della panda. Quattro passi e mi fermo: ho dimenticato le esche. Il solito sbadato. Ci scappa una risata mentre faccio dietrofront. Cerco le chiavi ritto di fronte all’auto. Arriva un tizio, parcheggia e scende subito. Ha la messa da montanaro e poche robe dietro, come i pescatori veri; un minuto e si è già incamminato. Mannaggia. E mannaggia a tutte queste tasche. Sto sacramentando ormai ad alta voce quando mi scappa l’occhio: le chiavi sono nel baule. Non capisco come abbiano fatto ad arrivarci, ne m’interessa saperlo. Non mi sarebbe di nessun aiuto. Mi svuoto. Non ho più la forza d’incazzarmi, ma non riesco nemmeno a riderci sopra. Soprattutto perché s’è messo a piovere proprio di brutto. Mi siedo sul muricciolo di contenimento, spalle alla strada. C’è una bella vista su una valle laterale, quella del Rio Ragolo. Si stanno accendendo le luci di due borghi abbarbicati sulla testata dove nasce l’affluente. Penso che dovrebbero spegnersi. Dovrebbero, in effetti, se non fosse che da lassù sta calando un buio denso e carico d’acqua. Stimo dieci minuti all’inizio del secondo diluvio universale. Nel caso, sarò costretto a chiamare mio fratello. Però, magari, smette. Magari. Aspetto, tanto ho la cerata appena ingrassata.

“Quest’anno la primavera ha anticipato di un mese, sapendo ch'ero chiuso in casa a studiare per gli esami. Ma perché proprio oggi ‘sto disastro?”
Mi rispondono tuoni e fulmini. Subito dopo un rumore accelera e si stacca dalla tempesta che avanza, diventando una voce. “Sono la natura: asoltami!" Mi guardo intorno: non c'è nessuno: è proprio lei.
" 'ngiorno. Anzi, giorno di merda."
"Di cosa ti lamenti? Io sono matrigna. Sono indifferente a voi uomini – tranne a te, ragazzo, per una rara congiunzione spazio temporale tra il secondo diluvio universale e la tua sbadataggine - e sono neutra, nonostante voi vi compiaciate nel dirmi buona madre. L’uomo, da sempre, tenta di trovare rimedio algli impedimenti che gli metto di fronte. E’ la modernità, bellezza – beh, oddio, bellezza…”
“Cazzo vuoi? Qualcuno t’ha mai visto a te?”
“Osi interrompermi!?!? Lasciami proseguire: l’uomo modifica il modo di rapportarsi con me; però, gli pare di allontanarsi da me, e avverte un vuoto, una mancanza di senso. Per riempirla mi idealizza e, nel contempo, s'incaponisce a considerarmi come disgiunta dalla tecnica e dal progresso, che biasima pur facendone largo uso. Non vuole accettare le mie difficoltà come inevitabili, eppure ha paura delle soluzioni.” 
“Sarà. Ma a me piace, la natura senza l'uomo, o dove l'uomo è, come dire... arcaico, ecco. Il senso, se mai ce n’è uno, io l’ho intravisto solo nella pesca, nella caccia, in questa montagne…”
 “Tu conosci il caldo del letto, le pescherie e i laghetti a pagamento con trote d’allevamento e bar adiacente. Perché sei venuto qui, oggi? Non ne avevi voglia: c’erano tutte le comodità di sopra.”
“E’ vero. Stamane, quand’ho sentito le gocce ticchettare alla finestra, non ne avevo istintivamente voglia – come di mangiare una brioche al cioccolato, cioè – ma sono partito uguale.”
“Sei venuto perché hai paura! Ritieni che il più comodo ed il più utile, ovvero il nuovo, non possa dare il senso che ricerchi.”
“Non è vero. Io lo so che se i miei amici, in questo momento, sono davanti ad un videogioco di pesca, belli asciutti, è perché stanno cercando una maggiore soddisfazione. Tutto si riduce a questo: per quanto noi possiamo ciarlare di senso della vita, è l'egoismo il motore del mondo. E’ nelle cose che le cose cambino – mi scusi il giro di parole. Io riconosco che il mio sentirmi estraneo a tutto ciò, il non riuscire a sintonizzarmi sull'adesso, è un mio problema. Non è che gli altri hanno sbagliato strada; potrei dirlo solo definendo buono un passato che, guarda caso, corrisponde ai miei gusti. Ma non sono così presuntuoso. Guardi, signora natura, che si può essere legati al vecchio senza esser tradizionalisti...”
“Hahaha! Questa è bella!”
“…Basta essere consapevoli che la perdita di senso è solo una nostra paranoia, ma, ciononostante, accettarla con onestà. Io lo so che prendere quest’acqua è un modo ingenuo per difendersene, ma tant’è. Ognuno trova conforto come può. Se mi permette, rispetto a quelli che lo trovano in Dio od in una ideologia, io sono molto più rispettoso e discreto”
“Eh già, questo devo riconoscertelo.”
“. . . . .”
“. . . . .”
“Beh, arrivederci, addio… io scendo al fiume: vorrà dire che guarderò pescare gli altri.”
“Aspetta! Ma lo sai che hai detto delle belle cose?”
“Grazie! Allora fa smettere di piovere?”
“No. Però ricordati che, con l’umidità che c’è, la centralina funziona male. La portiera del passeggero - quella che l'elettrauto dice d'aver sistemato - potrebbe essere ancora aperta.”
“. . . . .”




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