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I diari del motorino / Non si è uomini davvero finchè non s'è dormito sotto un ponte (prolissa premessa)
1 febbraio 2008

     
In lontananza, l'abitato di Belnome, il quale, quattro secoli fa, aveva nome Merda

Prosegue la rubrica “R.I.P. – I Diari del Motorino”. Come sempre, scrivo per me, quindi sono onesto circa gli eventi; come sempre, evitate pure di leggere queste insulsaggini private ché nulla vi perdete.
Fine della quarta superiore. Abbiamo ormai la patente, ma non abbiamo la macchina. E poi è una questione di principio: l’ultima bravata in tenda s’ha da fare in sella ai pensionandi cinquantini. Dopo breve discussione, con A. concordiamo: se bravata ha da essere, tanto vale far le cose in grande.
E, stante le premesse, l’alieutica meta non può che essere una: il torrente Boreca.
Alcune informazioni preliminari. Innanzitutto, va detto che la Valle Boreca è, forse, tra le meno antropizzate dell’Appennino Settentrionale. Circondata da confini amministrativi contorti a causa dell’orografia – dallo stesso suo massiccio montuoso nascono, e si dipartono in ogni direzione, il Fiume Trebbia (PC), la Staffora (PV) ed il Borbera (AL) per il versante adriatico, il Brevenna ed il Vobbia (GE) per quello tirrenico -, incuneata tra Liguria, Emilia, Piemonte e Lombardia, si può definire il cuore dell’area culturalmente omogenea delle “quattro province”. Amministrativamente sotto il comune piacentino di Zerba (ben 107 abitanti), è automobilisticamente raggiungibile dal fondovalle della Valtrebbia, via Valsigiara e poi Zerba, oppure dallo spartiacque Trebbia/Staffora, via Passo Penice, Passo Brallo, Passo Giovà e Capannette di Pej, unica frazione con ricettività turistica. In valle ci sono, cosa rara in Appennino, boschi di castagni secolari, rimasti tali per la – appunto - secolare, ma ahimè abbondanata, opera umana; alla faccia di ambientalisti da salotto e verdi assortiti, fautori del non-intervento, i grandi alberi oggi soffocano, senza pulizia forestale. Pulizia che mai era disboscamento: la valle è, infatti, ancora completamente coperta da faggete e da castagneti, ad eccezione dei pascoli di Pej (dove resiste una delle poche comunità immigrate di marmotte appenniniche), del Monte Alfeo, del Lesima (1800mt, il più alto della zona) e del Passo Maddalena, unica sgangherata via per raggiungere gli abitati di Suzzi e Pizzonero (indubbiamente i più isolati), nonchè di pochi terrazzamenti strappati al bosco intorno a ciascuno degli undici villaggi, la gran parte dei quali, esclusi Belnome e Tartago che sono raggiunti dalla strada asfaltata, si spopola durante l’inverno. Quella formata dal Boreca è una valle dalle pendici a V assai ripide, per nulla addolcite dall’erosione glaciale, chiusa, scura, austera, di certo non spudoratamente affascinante come le valli circostanti, più soleggiate ed aperte agli ampi scenari; ciononostante, un suo fascino, che – passatemi i termini abusati - vorrei definire segreto e arcano, deve pure averlo, visto che è stata ampiamente nominata nella letteratura. Non voglio annoiarvi con le curiosità, mi limito a libri noti.
Ne “I nostri giorni proibiti” Pansa costruisce il racconto sull’affiorare del ricordo dei misteriosi fatti avvenuto nel campo di prigionia partigiano di Bogli, l’ultimo, il più alto abitato della sponda sinistra della valle; il luogo, infine visitato, è descritto cupamente certo per l’aleggiare dei terribili eventi passati, ma v’assicuro che allegro non lo è di suo. Questo pugno di case fu, con ogni probabilità, messo su da gente di Toscana ed infatti era, fino a mezzo secolo fa, abitato dalle famiglie Toscani e Toscanini: di Bogli sono originari Toscanini il direttore d’orchestra (che non per caso aveva tempra e fisicità tutte montagnine) e, più alla lontana, Oliviero Toscani.
Più recentemente, quel santone sinistro e pauperista di Paulo Rumiz fa tappa, nel viaggio descritto ne “La leggenda dei monti naviganti”, proprio in Valboreca, rimanendo colpito dall’abitato di Tartago, il più integro dal punto di vista architettonico. Quest’ultimo ed il capoluogo Zerba si dice derivino i nomi da Cartagine (Cartago) e Djerba: i soldati cartaginesi al seguito di Annibale, dopo la famosa “Battaglia della Trebbia”, mentre l’esercito risaliva la valle diretto a Sud, avrebbero fatto come i Visigoti in Valle Vajont: rimasti indietro, avrebbero svicolato dalla colonna e imboccato la stretta valle, colonizzandola. E qui faccio mio il commento che Paolini fa nel famosissimo spettacolo sul disastro della diga: se è vero, si son proprio scelti un posto sfigato forte.
Altra curiosità toponomastica è Belnome. Si narra – questa storia è totalmente infondata, ma la conoscono e ripetono tutti - che le genti del posto, assai selvatiche e legate ad una religiosità invisa alle autorità ecclesiastiche, furono visitate, per riportarle sulla via del cattolicesimo ufficiale, dal Vescovo di Bobbio, cittadina da sempre in territorio piacentino, ma che ai tempi era sede di autonoma diocesi (oggi, a Piacenza, dire “chiedilo al Vescovo di Bobbio” significa “ormai nessuno lo sa più”). Salito, a dorso di mulo, fino a Belnome, che allora si chiamava Merda, egli chiese, giustappunto, il nome del paese agli abitanti.
“Merda”, risposero duri quelli, mantenendo facce e atteggiamenti che, agli occhi dell’alto prelato, sembravano promettere rivolta, ma che, probabilmente, erano soltanto le facce di gente distrutta della miseria.
“Uh, che bel nome…”, commentò falso e timoroso il Vescovo di Bobbio, e se n’andò. Da questo brevissimo scambio d’opinioni deriverebbe il nome attuale.
Un paio di note faunistiche. In valle, secondo i manuali, è ancora possibile incontrare la salamandra pezzata, anfibio sensibilissimo all’inquinamento e quindi prezioso indicatore ambientale. Fidatevi di me che ho molto camminato sui greti dei suoi riali, alla ricerca di trote: non è solo possibile, è certo – anzi: in alcuni periodi, devi stare attento a non pestarle, da tante che sono. Passando a bestie più interessanti, tra gli anni ’80 ed i ’90, quando i lupi ricomparve massicciamente sull’Appennino Ligure, la valle diventò, com’era ovvio aspettarsi, loro rifugio d’elezione. A motivo della oculata scelta - l’informazione turberà i cari Verdi metropolitani e le varie associazioni “Amici del lupo” & co, ma non si può nascondere - non solo la sua scarsa antropizzazione, ma anche le residue attività umane quali il pascolo, tenuto principalmente intorno al Passo Maddalena da allevatori lombardi. Abbandonata questa attvità, guard’un po’, scomparse il lupo. Dell’argomento già dissi in un vecchio post, ma riprendo ora un aneddoto là solo accennato: l’ultimo lupo ucciso, quello posizionato sulla Statale45 all’ingresso del paese più grosso, Ottone, fu sparato proprio in Valboreca da un tale che stava in un cascinale isolato, un posto allucinante a mezza strada tra Artana e Bogli – un tale che, casi della vita, era stato studente di mia nonna.
Mia nonna infatti, maestra nemmeno ventenne ed al primo incarico, nell’immediato dopoguerra fu spedita proprio alla scuola elementare di Artana, classe unica, dieci studenti per tre famiglie. Nonna, che tutto era tranne persona di mondo o d’iniziativa - nonna che era abituata alla povertà, sì, ma una povertà tranquilla e senza drammi, deve aver vissuto l’esperienza come epica, almeno a giudicare dai racconti che mi fece. A partire dal viaggio d’andata: allora non c’era strada carrabile nella valle: il capolinea era Valsigiara, giù in basso sul fiume Trebbia. Nonna, portata lì dal fratello con un’automobile affittata, fu presa in consegna, come da precedenti accordi, dal mulattiere che la condusse, a dorso di mulo, fino a Zerba. Dal paese, nonostante le proteste timorose della ragazza – ché ancora ragazza era -, non proseguirono in dorso alle bestie sulla mulattiera che saliva, passando per Vesimo, fino a Pej, per poi gettarsi in basso verso Artana, la qualcosa avrebbe richiesto ore ed ore: caricati i bagagli sui muli, appiedati imboccarono la scorciatoia del sentiero a mezza costa. Sentiero facile e piano, è vero, ma stretto e con uno sbalanco sottostante che incusse grande paura alla nonna, la quale, lo ricordo bene, soffriva di vertigini al solo salire su una sedia. Raccontava nonna che tanto strinse la coda del povero mulo che la precedeva, che, giunta ad Artana, aveva le mani gonfie.
Nonna raccontava anche che ogni villaggio aveva una sua maestra. Lei era particolarmente legata alla collega di Pizzonero, sette case appollaiate sull’altro versante rispetto a Bogli, in posizione perfettamente speculare. Ogni due settimane passava un pomeriggio da lei, ed altrettanto quella faceva la settimana successiva. Per raggiungerla nonna doveva scendere nella forra del Boreca, guadarlo e poi risalire. Le prime volte, essendo il tratto di sentiero tra il torrente e Pizzonero particolarmente maltenuto ed aspro (oggi addirittura è una vaga traccia), ella, giunta vicino all’acqua, allungava il tragitto fino a passare sul cosiddetto “ponte romano” (il quale tutto è, tranne che romano). Li c’era – c’è ancora, diroccato - il Mulino di Suzzi, utilizzato dai quattro villaggi dell’alta valle, con la sua cascatella e la sottostante pozza verde smeraldo.
E’ questo un luogo magnifico, anzi di più, o meglio non solo. E’ cioè l’unico posto a cui associare termini come “spiritualità”, “luogo dell’anima” et similia non mi sembra forzato e scontato, inutilmente retorico o melenso (tanto per rendere l’idea: quando crepo, con quel che costeranno i loculi, mi faccio cremare e disperdere in quella pozza verde smeraldo). Un giorno, quattordicenne con al seguito un padre paziente, giunto a quella pozza mi venne la stramba idea di usar come esca una piccola salamandra pezzata (la qual cosa, tra l’altro, costituisce reato gravissimo): agganciai così la trota più grossa che abbia mai visto. Recuperandola, mi sentivo un novello Sampei, ma, come sempre avveniva nel famoso cartone animato, la trota spezzò tutto. Però, siccome Sanpei sempre torna a combattere coi pesci che lo hanno superato in astuzia, alla fine catturandoli, io lì ci torno ogni anno, con la speranza di riprenderla il più tardi possibili, e la certezza di liberarla…
(no, questa è davvero troppo retorica: a parte che magari è già morta, ci vado per pigliarla; e se la piglio, pur con tanto rispetto e gratitudine, me la mangio al cartoccio)
Beh, dicevo di nonna che, dopo il mulino, saliva per la larga mulattiera fino a Suzzi e, proseguendo in comodo piano, giungeva a Pizzonero per fare due chiacchiere con la sua amica. L’inverno, con la neve, più non uscì da Artana; passate le intemperie, dopo mesi, si fece forza e cominciò a percorrere il sentiero diretto.
Nonna raccontava dei bambini, molti dei quali non lo erano più ormai da tempo, almeno stando agli standard dell’epoca: causa a guerra e sconvolgimenti vari, molti erano stati esonerati dal frequentare, ma lo stesso presero una tardiva licenza. Tra i più piccoli c’era invece colui che ammazzò il lupo. Una volta, in un pensierino, scrisse: “HO PAURA QUANDO A CASA MIA VIENE BRUNO”. Di Bruno mia nonna capì che il bambino aveva terrore puro e, preoccupata, tentò di saperne di più, sempre mantenendo la circospezione e mai facendo domande dirette. Ma il bambino non voleva spiegarsi chiaramente e oltretutto faticava a farlo in italiano. Mia nonna allora sospettò che succedesse qualcosa di male nella sua casa, tanto più che ad Artana non abitava nessun Bruno. Finalmente il bambino, stanco dell’interrogatorio, sbottò in dialetto: “Mi g’ho pagura quand’al vègna bròi”, e mia nonna capì il fraintendimento, e rise, sollevata. Bròi, in dialetto, sta sì per Bruno, nome proprio, ma, ovviamente, anche per bruno, ossia scuro. Il bambino intendeva scrivere “quando viene la sera”. Aveva cioè paura del buio.
Nonna raccontava anche che era trattata con una certa soggezione nel villaggio. In fondo, era l’unica “autorità” presente: un’autorità ventenne, donna, e spaurita, certo, ma pur sempre un’autorità. La Maestra. Un’autorità piena di gratitudine per i coetanei che spesso le portavano una trota catturata o con le mani, o con la tecnica della mazza battuta sui sassi o con esplosivo residuato bellico, o meglio rubato bellico (ancora non era venuta la moda, diffusasi tra i montanari con la ricchezza, di vuotare nei torrenti taniche di candeggina, distruggendoli e lasciando le trote a riva, morte, per centinaia di metri) – dicevo, le portavano trote del vicino ed omonimo Rio Bogli, e mia nonna ne era commossa poiché capiva quale immenso valore, considerata la fame che regnava incontrastata su quelle lande, avesse il privarsi di una provvidenziale variazione alla dieta vegetale.
In quello stesso Rio Bogli pescammo io ed A., accompagnati dai nostri fidi cinquantini, in quella comico/epica avventura che avevo intenzione di raccontarvi qui. Ma mi son fatto prender la mano dall’introduzione, rendendola divagazione autonoma; quindi di quella racconterò un’altra volta, sennò vien troppo lunga.


          
(sito sulla Valboreca)


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permalink | inviato da nomedelblog il 1/2/2008 alle 17:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (10) | Versione per la stampa
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