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"Uno sceso dalla montagna con la piena"




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Questo blog è una cagata pazzesca, ma nonostante ciò non è una testata giornalistica. Bla bla bla bla bla


Perché i milanesi sono una razza diversa
25 febbraio 2008

Ieri mattina una gran fretta. Partito di buon ora per far sgroppare per monti i poveri cani, i quali, in periodo di caccia chiusa, si rincretiniscono nel serraglio per giorni e giorni, son dovuto rientrare presto. Perché veniva a pranzo un cugino di Milano. Sicché una delle migliori piccole soddisfazioni della vita – giunger davanti a casa in maglietta perché il sole di febbraio alle due scalda, salire le scale, lasciare gli scarponi accostati alla porta, traversare dritti casa fin alla cucina, lì trovare tutto sul tavolo, gli altri già pronti ad alzarsi, riscaldarsi la roba ed abbuffarsi in santa pace – non me la son potuta concedere: “torna presto”, mi lanciava dietro mamma all’alba dal balcone; e poi, appena tornato (presto), sempre dal balcone, “dài che è tardi, fatti una doccia e sistemati, ché sembri uno scappato da casa”. Infine (tardi) è arrivato il cugino emigrato a Milano. Gran brava persona, per carità, e in gambissima: poca voglia di studiare e un diploma di ragioneria, in breve è diventato direttore di filiale. Ma è ormai irrimediabilmente compromesso: è vero che fa il bancario a Milano, ma lo sembra proprio, un bancario, e sembra anche milanese.
A metà del pranzo, non so come, salta fuori la questione delle motivazioni sul lavoro. Dice il cugino che la sua banca ha fatto fare un corso per l’autostima e per la motivazione ai dipendenti. “Lo teneva il Professor Tale, che è uno stimatissimo insegnante universitario ma è un mezzo matto, almeno a vederlo… io infatti sono rimasto sorpreso quando l’ho visto…”. E dice insomma che questo tale faceva di tutto per stimolarli, per smuoverli, per tirar fuori la loro personalità, per farli aprire, e via di frasi fatte. Così io, mangiando l’arrosto, m’immagino un tavolone da riunioni con seduti tutti questi bancari in completo blu da bancario, e la loro sorpresa quando entra il professore stimatissimo, rivelandosi un mucchio di capelli pazzi alla Einstain – i professori matti assomigliano sempre ad Einstain.
Racconta il cugino che, a un collega che suonava la chitarra, impose d’andarla a prendere; di fronte al rifiuto per motivazioni di cento chilometri da casa, ordinò: “O parte in macchina adesso o si mette a suonare una chitarra immaginaria in mezzo alla stanza. Saltando come se fosse su un palco.”. “Ma guardate che è molto utile, ti rende sicuro” – ci spiega il cugino replicando ai nostri sguardi ammaloccoluti – “ti toglie un sacco di freni inibitori”. Io faccio sì con la testa, e intanto immagino Jimi Hendrix vestito da bancario che suona una musichetta da saloon con la chitarra, mentre Einstain gli spara pistolettate tra i piedi per farlo saltare, strillando “ieh-haa!”.
Racconta anche che ad una altro, il quale sembrava assente, prese a dire insolenze in faccia, finché quello s’incazzò e scoppiò in risposte per le rime. Al che il professore disse: “Era quello che volevo, bravo”, e quello si rimise a cuccia. Noi sempre più allibiti. “Ma guardate che dopo ti fa sentire meglio, cioè, ci sono degli studi che dicono questo, è un professore stimatissimo, già in altre ditte ha dato dei risultati sulla produttività…”. Io immagino un cane con la testa di bancario, legato alla catena, ed Einstain che, passando di lì, si mette a stuzzicarlo fin a che quello si mette ad abbaiare e ringhiare tirando la catena. Al che Einstain se ne va ridacchiando soddisfatto.
Con un terzo, il quale era palesemente imbarazzato, racconta infine il cugino che si mise amabilmente a parlar di cazzate varie, ignorando i presenti. Quando quello, ancor più imbarazzato, obiettò “…ma forse è meglio che si occupi un po’ anche degli altri…”, il professore gridò: “Lei è un cretino! Lei si preoccupa troppo degli altri, non sa sfruttare le occasioni, Lei non avrà mai successo sul lavoro!”. Io immagino un bancario allo sportello che non si preoccupa troppo degli altri, ed un artigiano poveraccio che non capisce una cippa di finanza, ma vorrebbe un finanziamento.
Conclude il cugino, forse intuendo i miei pensieri: “Ma guardate che è strano, sì, e sembra inutile ed anche a me lo sembrava, ma poi ti rendi conto che ti fa aprire, ti fa prendere il coraggio delle decisioni, davvero! Purtroppo c’era il solito ignorante qualunquista che era venuto con la mente chiusa, già deciso a non aprirsi…”. E racconta di questo tizio della Val d’Ossola che trapelava indifferenza e commiserazione, e di come poi è finita. Così io, mentre racconta, mi figuro per immagini come mio solito, ma stavolta senza conceder nulla alla fantasia, perché è già magnifica così la scena: c’è questo tavolone da riunione con intorno tutti questi bancari che “si aprono”, questo clima da convention aziendale ammeregana, questa gente motivata e coinvolta, questo professore matto che conduce l’orchestra e l’entusiasmo, e quel tizio della Val d’Ossola che ad un certo punto si alza con distacco, va verso la porta e, prima d’uscire, all’”Hei tu!” del professore risponde, serafico: “Ma vada un po’ a cagare”.
Mentre il cugino di Milano racconta, mi si allarga in faccia un sorrisone palese. E vi dirò, io sono assai pudico, rispettoso ed educato, ma una risatina di soddisfazione me la sono concessa di gran gusto, di fronte alla vittoria del provincialismo chiuso e qualunquista sulla milanesitudine.

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