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diari di viaggio
Neve!
4 gennaio 2008

Non so se non vi siano più le mezze stagioni, ma è sicuro che non ci sono più le stagioni di una volta: la neve tarda ogni anno di più. Tre anni fa nevicò addirittura alla metà d’Aprile e, nelle prime giornate soleggiate di Maggio, da Piacenza si poteva vedere la neve che si ritirava verso la cima del Monte Penice, diversi metri all’ora. Quest’inverno la prima neve ha aspettato passasse Capodanno. Ma adesso neve, neve, neve.
Neve proprio oggi che devo salire dal veterinario per il ginocchio del cane Leo, maledetto il coglione, poi fuggitosene, che quest’estate viaggiava a ottanta all’ora su una carraia. Ma oggi ad ottanta all’ora non andava nessuno. Andava a passo d’uomo il bel tomo alla guida della più costosa ammiraglia tedesca, ruote lisce e trazione posteriore; gli ho fatto qualche chilometro a tampone aspettando che si fermasse, per vedere le sue belle scarpine nere lucide inzaccherarsi nella neve sporca del ciglio, ma poi ha svoltato. Andava a passo d’uomo, ossia al suo passo abituale, l’Uomo col Cappello; dietro al finestrino appannato della sua Panda, ghignava contento delle disgrazie altrui.
Neve, neve, neve. Fiat Fiorino, carico di rottamaglie, che supera il collega L200, il quale avanza uno sbandamento dopo l’altro: cittadini di certo, che comprano l’enorme cassonato come se dovessero attraversare le praterie dell’Ovest americano, e poi bastano tre dita di neve perché il mezzo - ruote larghissime, leggero per il cassone vuoto (che ci devono mettere, d’altronde, la ventiquattrore?) - diventi una grande slitta. Al bar di Gramano, metà strada più o meno, il proprietario novantenne non c’è, e finalmente non si devono aspettare dieci minuti di gesti lenti ed esasperanti per un caffè; finalmente, forse, è morto. Però occhio con le condoglianze: quando morì il gemello, che gestiva lo spaccio adiacente, mio padre fece le condoglianze alla barista, mentre la moglie del morto, al tavolino, si consolava con un caffè molto corretto. Davanti alla porta-vetro la densa colonna di macchine al rientro dalla città: chissà dove vanno, la strada finisce con due paesi dove la sera sembra ci siano solo pensionati. Sono le nuove coppie con villetta bi-famigliare sui colli e radici perse per strada.
Neve, neve, neve. In bicicletta solo neri intabarrati fin all’inverosimile; secondo Ligasàbia, tutti arabi col turbante. Appena al di là del vetro uno inscena una scivolata acrobatica, con gran patassone contro le fioriere. Un senegalese, forse; enorme, energico, ma stropicciato e stupito mentre guarda in alto. Neve, amico, hai presente? Gli albanesi, più scafati, con questo tempo aspettano di prendere il pullman di straforo, oppure vanno a piedi. Ci sono montagne dure in Albania, vallate strette, chiuse dalla neve tutto l’inverno, villaggi che ci vuole mezza giornata se hai un fuoristrada buono; e giù nella forra, torrenti con trote da favola, mai pescate. Altro che la Croazia - altro che la Slovenia, con la Sava e l’Idrica invase dagli infighettati e danarosi pescatori a mosca mitteleuropei – l’Albania è la frontiera per noi straccioni pescatori con l’esca naturale. Ci voleva andare il padre d’un mio amico, ma poi si ricordò d’esser padre di famiglia – si ricordò, per meglio dire, d’esser marito di famiglia, perché noi volentieri l’avremmo seguito, sulle scalcagnate strade d’Albania. Che poi sotto la neve le strade s’assomigliano tutte; le buche non si vedono. Non si vedono, ma si sentono: sarà meglio che mio padre non si faccia le migliaia di chilometri per la Romania come in programma, se il tempo non cambia. Meglio far come Bandini - meglio aspettare primavera, papà caro: così poi ci vengo anch’io e ci prendiamo qualche giorno per cercar trote sui Carpazi, o lucci nei canali deviati dal Danubio. Tanto, mese più mese meno, al panificio state tranquilli adesso che la Romania sta meglio – state meglio anche voi matti che invece di vendere in Italia con manodopera rumena, vi siete messi a fare il pane buono per i romeni, con macchinari italiani. Neve, neve, neve: non andare papi, ché alle frontiere serbe, magari, col freddo, non s’accontentano dei pacchi di caffè da moka.
Neve, neve, neve. Il senegalese non s’è ancora risollevato e quel grasso razzista di Ligasàbia (Ligasàbia significa “lega la sabbia”, cosa piuttosto difficile a farsi: il soprannome chiarisce spietatamente l’ottusità della persona) se ne esce col solito: “Non c’hanno voglia di far niente”. Spiace che, dei sei fratelli, egli sia l’unico ancora in vita, perché è anche l’unico stronzo in una famiglia di picari morti ancor più follemente di come vissero – l’ultimo perì l’inverno scorso in modo oserei dire donchisciottesco, guarda caso alla prima nevicata: recandosi a caccia di volpi su stradine interpoderali, s’avvide di una stanga mezza aperta troppo tardi, frenò, ma la Tipo scivolò qualche metro: la stanga, come una alabarda sorretta da un cavaliere invisibile, attraversò il parabrezza e gli fracassò il torace.
Bevuto il caffè e rassicurato circa la permanenza in vita del barista, che, appena prima di fare una figuraccia analoga a quella paterna, scorgo seduto dietro ad un giornale aperto a cinque centimetri dagli occhiali, riparto.
Neve, neve, neve. Una vecchia berlina Mercedes bianca, modello “Albanese tamarro”, s’immette sculettando da una laterale, obbligando così la fila ad una pericolosa frenata. Tutti vorremmo esser napoletani per suonargli allegramente e senza sensi di colpa, però siamo padani ed i clacson tacciono incazzati più di Gioele Dix. Cazzo ti prendi il macchinone, slavo buzzurro arricchito, che poi non sei più simpatico a Diliberto? E comunque oggi non durerai molto, se guidi così.
Le prime pendici appenniniche, imbiancate, sono riportate alla naturale armonia paesaggistica; la neve s’è presa la rivincita sui villoni dei milanesi - quei villoni pitturati di bianco che, nel resto dell’anno, sono un pugno in un occhio al buongusto, adesso si confondono nel candore. Risaltano solo i muri di sasso. Statti a casa bauscia, che la piscina è gelata.
Neve, neve, neve: il veterinario non c’è. Meglio, così passo a salutare nonna. Magari ha bisogno della spesa. Ma manco nonna c’è: è andata a messa, dice il biglietto sul tavolo. Con l’automobile: un morto sulla coscienza dei clericali. Speriamo solo vada a canale senza investire qualcuno.
Passo davanti alla cascina dove domenica scorsa, andando a caccia, riportammo il ragazzo che faceva l’autostop in mezzo al nulla stellato, alle sei e un quarto del mattino. Ciocco marcio, malediceva gli amici che l’avevano lasciato appiedato e augurava loro di trombare poco, di lavorare molto, di ingrassare, e di esser colti da un cancro al culo, colorita maledizione che chi ha visto “Don Camillo in Russia” sa perfettamente si traduce, in Emilia, con “ca t’vegna un càncar in d’al cul”. Nelle pause ci ringraziava; proponeva, frugando le tasche, di pagarci; emetteva sinistri singhiozzii che ci facevano temere una spruzzata di vomito in testa. Adesso spazza il vialetto e saluta enfaticamente, forse perché riconosce l’insolito colore della macchina - spero non perché ancora ubriaco.
Anello sulla statale pedecollinare, fiocchi sempre più grossi, e rientro. Le auto ormai tutte sulla corsia opposta. Lo slavo col Mercedes bianco s’è toccato con la Golf di un ragazzetto in Woolrich e stanno facendo gara a chi è più sbruffone.
Verso la città, stradone dritto e scuro, si vede un cazzo, un incidente, poi sempre più neve.
Neve, neve, neve. La macchina della Polizia a canale ed i poliziotti attaccati al cellulare, a pigliar freddo senza giacca.
Anarchia!, non fosse che con questo tempo è meglio tapparsi in casa.


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permalink | inviato da nomedelblog il 4/1/2008 alle 1:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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