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"Uno sceso dalla montagna con la piena"




"E' solo un blog: sboccato, sconclusionato, culturalmente e psicologicamente border line"










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Tonino


















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Questo blog è una cagata pazzesca, ma nonostante ciò non è una testata giornalistica. Bla bla bla bla bla


Siamo nella merda, amici
14 febbraio 2008

Se siete stati così pirla da passar di qua prima che di là, correte a leggere.
E se sento ancora qualcuno dire che Malvino rimescola sempre la stessa minestra d'anti-religiosità prolissa e puntigliosa, lo picchio, anzi, di più: gli tolgo il link.


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permalink | inviato da nomedelblog il 14/2/2008 alle 20:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
CULTURA
Sulla Caccia
28 gennaio 2008

Io, ogni mattina, compro la mia Libertà. Basta un euro.
Basta perché “Libertà” è il quotidiano locale di Piacenza (questa cosa che il nostro giornale si chiama “Libertà” mi rende – come non lo fossi già abbastanza - colmo d’orgoglio per la mia provenienza: in quanti altri luoghi una nonno può dire al nipote “Esci e vai a prendere la Libertà”?).
Talvolta, il lunedì soprattutto oppure durante la stagione ciclistica, compro anche la “Gazzetta dello Sport”. Se, acquistata la rosea, entro nella facoltà d’Economia, piego il quotidiano in tre e metto all’interno della tasca la parte col titolo, cosicché, ad un occhio distratto, esso possa sembrare il “Sole24Ore”. Ché comprare il Sole, per uno studente di Economia, fa molto figo, oh yeah.
Comunque io figo mai fui e mai sarò, e nemmeno sono. Ergo, non ho mai comprato né il Sole, né, tantomeno, il Foglio (e vi dirò di più: ssshhh, non ditelo in giro, ma… non guardo neanche La7!… sshhh!!).
Dunque niente Foglio. Inoltre, per quanta attenzione metta nel comprendere Malvino, capita che il concetto del Maestro mi impegni a tal punto da impedirmi di prestare attenzione ai nomi.
Sicchè io chi fosse Roger Scruton proprio non lo sapevo, fin all’altro giorno, quando, attratto dalla copertina che prometteva più di un didascalico trattato tecnico, acquistai per una cifra ignobilmente alta “Sulla Caccia”. Autore, “il filosofo Roger Scruton”.
E già questo doveva mettermi in dubbio; cioè, i filosofi sono quelle statue greche con la barba come quella di Cacciari, no? Sai che palle.
Oltretutto, “scrutòn” in dialetto piacentino vuol dire… ehem, no, meglio che non lo dica.
Beh, insomma, inutile tirar per le lunghe questo post senza costrutto, il cui unico scopo è informare il mondo che, finalmente, sono riuscito a non finire un libro, pur interessandomi e molto l’argomento, dalle tante scempiaggini che contiene, sia venatorie che umane. E che ho buttato 15 – quindici! - euro. Ecco cosa succede a chi non legge Malvino con la dovuta attenzione, post lunghi e lunghissimi compresi.

calcio
Panegirico di Roberto Baggio (con critica a Malvino)
1 ottobre 2007

Per cominciare, confesso di non riuscire a capacitarmi dell’impegno che taluni uomini di grande ingegno mettono nel dimostrare che i monaci birmani sono meglio della nostrana pretaglia. E’ una cosa evidente senza bisogno di ragionamenti superflui e fronzoli dialettici, perchè dimostrabile con un solo inconfutabile argomento: Baggio è buddista.
Roberto Baggio è stato il più grande calciatore di tutti i tempi. Sicuramente non il più forte; forse, nemmeno il più abile. Il più grande, però, senza dubbio. Roberto Baggio non ha mai preteso d’avere, e meno che mai li ha vantati, sentimenti assoluti – amore, lo chiamano – verso una maglia; solo, quando ha trovato un buon posto dove stare – un posto vicino casa, con gente stimata che lo stimava – ha deciso di fermarcisi. Non v’è nulla di assoluto al mondo, ma nulla che non si possa giocare come se lo fosse, fino alla fine. Quindi niente amori eterni, cari tifosi del Brescia: solo dedizione, onestà, serietà sempre e levità se serviva, ossia ancora sempre, quando la retrocessione ti insegue instancabile, e probabile nonostante tu corra al massimo. In più – e che più! - la classe, perchè quella non viene a mancare nemmeno quando mancano le gambe. Che poi, a ben guardare, era la fortuna a mancare, non le gambe. Le gambe di Baggio, a trentacinque anni e passa, si ripresero da un intervento al ginocchio a tempo di record - e non è una frase fatta: davvero fu record -, in tempo per piazzare, nelle ultime tre partite di campionato, quattro gol che, in quel modo semplice e lieve, nessuno avrebbe saputo farli - in tempo anche per i mondiali, ma, purtroppo, non per Trapattoni.
Roberto Baggio vive in una bella villa di campagna, chiuso dentro un’alta cinta perché nessuno s’impicci degli affari suoi. Siccome che poco erano riusciti a sapere del Baggio calciatore, niente i giornalisti avevano tentato di sapere del Baggio pensionato. La cinta di discrezione intimoriva più di quella muraria. Poi, un giorno, Staffelli tentò di consegnare a Roberto un tapiro d’oro. Inutile scavalcare il muro come tentato per Berlusconi, nessuna speranza di intercettarlo mondano come per tutti gli altri: Staffelli provò a suonare al cancello. Sì, buonanotte!
“Buongiorno, desidera?”
“Valerio Staffelli Striscia la Notizia, cerco Roberto Baggio…”
“Roobiii!, vai al cancello!”
Ciao Valerio, tutto bene?, oh grazie del tapiro, e complimenti per la trasmissione, no non ho tempo per le domande, è il compleanno di mia figlia, ti saluto, ciao a tutti, grazie ancora, torno dai bambini.
Roberto Baggio è cacciatore. Ha iniziato a cacciare assieme a due suoi amici proprietari di ristorante. Caccia alle anatre, in palude oppure al capanno. Notte, nebbia, attese, ancora nebbia e sempre attese, il silenzio sopra tutto e l’umidità immobile della pianura che entra ovunque, e soprattutto nelle ossa: certa caccia di capanno è una cosa insopportabile. La pratica solo chi se la porta dietro come un’eredità ancestrale ed inevitabile. Appassionarcisi a quasi trent’anni, se sei un’atleta e hai a disposizione tutti i monti assolati e spettacolari e spudoratamente affascinanti che ci sono in Italia, è incomprensibile. Folle, epico, ma comunque incomprensibile, per me, cacciatore velleitario. Come sogno di fare io, Baggio il Tfr l’ha impiegato per cacciare e pescare in Argentina. Certo, io lo farò per un mese, mentre lui ci si è comprato una enorme riserva, ma questi sono accidenti che scalfiscono la superficie eventuale della vita. Al fondo rimane lo stesso sogno di pianure interminabili e altopiani incomprensibili per forma e dislocazione, che si rincorrono senza soluzione di continuità, coperti da pascoli privi di confini. Quel che incontri è sempre lo stesso: inutile, perciò, fare progetti. E se non li fai, come lo incontri è sempre una novità. Dice Baggio che le sue battute di caccia durano quanto capita, in base al tempo alle gambe alle fazenda di allevatori che s’incontrano sul cammino – in base a chi ci vive e a quanto è buona la birra e l’asado che ti offrono.
“Dio c’è, ed ha il codino”, recitava uno striscione divenuto celebre. Peccava della semplificazione obbligata dal contesto, lo striscione, ma non aveva tutti i torti: Dio non c'è, ma, se ci fosse, davvero non potrebbe che avere il codino. Prova ne è il gol segnato alla Juve su lancio di cinquanta metri, con stop spalle alla palla, a seguire ed a dribblare il portiere. Nessun altro tocco prima dell’appoggio in rete. Niente di meno del necessario, e niente di più: fronzoli non ne servivano di certo per portare a Brescia preziosi punticini, ed anzi avrebbero sbrodolato la Perfezione Assoluta del gesto.
Non mi viene una degna conclusione; terminerò perciò con un augurio semplice semplice, e stonato con un panegirico e con la Perfezione Assoluta: che Baggio possa prendersi dalla Brianza e dall'Argentina tutto il divertimento che ci ha donato.


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permalink | inviato da nomedelblog il 1/10/2007 alle 9:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
SOCIETA'
I rimandi tra blog fanno molto trendy, n°1: FINO A CHE ETA’ SI PUO’ ESSERE ADOTTATI? (Papone, non avertela a male: i soldi rovinano tutto)
12 settembre 2007

Ci sono i soliti destri che sono liberali solo con se stessi, e cianciano moderatamente e buonsensatamente delle proprie paure, cucendoci addosso la censura su misura: questi fanno il gioco ci chi starebbe tranquillo solo se si tornasse al Medioevo (forse che una paura ha meno dignità d’un’altra? E quale autorità dovrebbe metterle in ordine di legittimità, e come, di grazia?). Poi, c’è chi liberale lo è per davvero: quest’uomo, se avesse anche denari – eventualità che comunque, sommati tutti gli indizi, è più che probabile –, uniti magari a un’indole sgancereccia e poco meritocratica, sarebbe il padre perfetto.
La ragnatela di collegamenti parte però dal figlio di Sofri: e qui devo prenderla dalla lunga, che è invero molto corta e rattrappita poichè soffre d’artrite e osteoporosi. Mi tocca cioè chiamare in causa la nonna.
La nonna ha paura della modernità. Però ci tiene a non darlo a vedere: mette le camicette colorate e cita come esempio d’apertura sua mentale la più ricorrente delle ipocrisie di chi mescola paura intolleranza e utile: accettare il nuovo solo quando fa comodo in prima persona. E così, per la milionesima volta, viene tirato in ballo il defunto suo vecchio prete di quand’era ragazza, il quale era tanto ma tanto illuminato, perchè già negli anni cinquanta dichiarava ai quattro venti che “di figli se ne devono fare tanti quanti si riesce a mantenerne”. E, messe da parte le facili ironie sulla megalomania del defunto aspirante papa, capirete bene che il precetto si apre a innumerevoli interpretazioni; io – racconto per esemplificare quanti metri di valutazione diversi si possano usare – io allora non capisco perché i nonni, agricoltori mezzadri in montagna, ne fecero uno soltanto. Perché, se oggigiorno un agricoltore è un folle, un agricoltore in affitto un folle con pulsioni masochiste e un agricoltore in affitto in montagna un folle che passeggia con un cappio alla gola, ai bei tempi andati i mezzadri di montagna in questione erano signori che nella corte mantenevano tre famiglie di lavoranti da quattro figli l’una, molti dei quali portati alla laurea: e allora mi dico che mio padre poteva avere anche undici fratelli, se avessero mantenuta l’ipocrisia commisurata al livello di vita dell’epoca. Inutile precisare che, secondo nonna, il mondo crollerà e si centuplicheranno gli omicidi a Garlasco quando faranno adottare un bambino ad una coppia gay.
Torniamo a Sofri. Che c’entra Sofri con mia nonna? La faccio breve: c’entra perché non solo sono corti e brutti uguale, ma ragionano anche uguale: può passare il nuovo che – è il caso di nonna - fa comodo, oppure quello che – è il caso di Sofri, il quale, al solito, si tiene su argomenti meno spinosi - garba, ma tutto il resto no, ché il mondo crollerebbe, e le bambine diventerebbero come le cugine Cappa, e oddio oddio oddio oddio oddio, dove andremo a finire di questo passo, signora mia!


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permalink | inviato da nomedelblog il 12/9/2007 alle 16:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
A ruota libera (ma come cazzo si fa ad usare l'abstract?)
30 agosto 2007

A detta di Malvino, questo post di Galatea è una delle miglior cose mai comparse su di un blog; ritengo che ciò sia vero, per tantissime ragioni, una delle quali è che Malvino è Dio e, quindi, ha sempre ragione. Non so però da dove cominciare la pappardella di commento, perché un post del genere, in uno che si sente leghista alla maniera in cui si sentiva comunista un operaio di cinquant’anni fa (tutto ciò sostenendo convintamene il liberalismo), suscita infiniti e contrastanti sentimenti. Innanzitutto, simpatia la coppia descritta, emblema della de-ideologizzazione (a me, la de-ideologizzazione garba assai; non mi convince Formamentis quando chiosa che l’apologia dei de-ideologizzati anni ’80 sia, a suo modo, una ideologia: mi pare un ingannevole giochino retorico da filosofo fricchettone – un po’ come quando il prete ci rispondeva sornione che negando l’esistenza di una verità unica proclamavamo un’unica verità – e io mi fido poco tanto dei filosofi come dei preti). Simpatia che, più che di classe, non esistendo più le classi, definirei ancestrale, non esistendo dalle mie parti altro che operai e agricoltori - ma comunque simpatia sincera (talvolta, mi viene il sospetto che la pretesa empatia col sentire tipico dell’operaio leghista sia una mal sublimata frustrazione da studentello ignorante – poi incontro un collega spocchioso, oppure ascolto uno di quei cosi viscidi e barbuti chiamati intellettuali di sinistra, e, sollevandomi da terra per lo spostamento d’aria propulsivo prodotto dalle mie balle che girano, mi dico che no, è proprio simpatia sincera). Subito poi, finito il post, una spruzzatina di cordiale antipatia per Galatea, perché nel post la strabordante umanità convive con un garbato paternalismo: se si riuscisse di metter loro in casa qualche libro, per Galatea sarebbe un miglioramento: da liberale discordo, a prescindere, col moralismo, da leghista con la morale. Dopo, a freddo, confrontando il ritratto con quello che farebbe d’un operaio Diliberto (il quale - ci giurerei! - non conosce operai), sociologia storica spicciola: a uno che non c’era negli anni settanta (e nemmeno negli ottanta, e nemmeno nei novanta) gli barluma l’intuizione di quanto fossero potenti forte, certe costruzioni ideologiche, per resistere, indifferenti, dentro e nonostante il cambiare della società. Lo intuisce dagli effetti, insomma. Eppure uno nato nell’87 è ancora e sempre stupito del modo in cui certa gente (leggasi: i comunistazzi ricchi e/o acculturati, radical-chic detto alla moda) riesce ad essere agilmente disonesta verso la realtà. Perchè, cari miei, non ne avete mai imbroccata una: la prova dei fatti v’ha sempre sconfessato. E non voglio avere la creanza di definirvi illusi idealisti: quando dite che “la realtà ha barato” (facendo avere all’operaio italiano la macchina ben prima che a quello russo, quarant’anni fa - la vacanza a Sharm el Sheik, oggi) altro non mi sembrate che bambini capricciosi cui s’è rotto il giocattolo.
E dopo tutte ‘ste baggianate pretenziose, ho anch’io la mia storia vera. Terza media, entra il professore nuovo d’italiano, storia e geografia. Non molto alto, minuto, abbronzato, di età presumibilmente analoga ai nostri genitori. Sul volto da topo gli si affaccia ogni tanto un sorriso stanco: ciò basta, alla più sgamata delle compagne, per dedurre (correttamente) che “è sposato con figli”. Siccome che la prima lezione vuol parlare di quello che viene e che è appena successo un casino con il premier D’Alema, la più infantile delle compagne chiede: “Prof, ma D’Alema è bravo o cattivo?”. Il sorriso è illuminato: “Mah, bravo o cattivo non saprei… di certo non è onesto e coerente: prima stava da una parte, poi ha tradito…”. Con curioso stupore ci accorgiamo di avere, finalmente, un professore politicizzato. E ci bastano due giorni per inquadrarlo (i ragazzini capiscono molto più velocemente di quanto, dopo i vent’anni, credano gli ex ragazzini): un comunista vecchia maniera, di quelli che i movimenti sono fregnacce anarchiche e edonistiche, uno che, oggi, voterebbe PdCI.
Epperò, seppure marxista integralista, la smania politica la teneva a bada (con sovrumani sforzi e sovrumani silenzi quando incrociava l’attualità); epperò, seppure marxista integralista, insegnava bene; epperò, seppure marxista integralista, era una brava persona. Un pezzo di pane, si dice dalle mie parti. E non si può non benvolere un pezzo di pane, specie se, quando ti interroga in storia, tu, alla domanda che non sai, inizi titubante a parlare della rivoluzione del ’17, programma di tre mesi prima, e… e lui lascia fare, rapito. Era un po’ una macchietta, specie in certi atteggiamenti estetici, ma recitava la parte con dignità. E noi eravamo spensieratamente crudeli: quando ci disse che ogni dì andava a correre sull’argine di Po, gli chiedemmo se andava sempre con La Giacca. Perché nel ruolo del professore comunista anni ’50 era compresa e immancabile una giacchetta leggera di taglio anni trenta, beige a piccoli quadrettini, con le toppe sui gomiti e i bottoni che non ce n’era uno uguale. Ci rispose, senza segno d’incazzatura alcuno, che correva indossando bermuda e canotta (non calzoncini e t-shirt: bermuda e canotta).
Solo due volte lo odiai: quando ci confessò che ai suoi figli razionava la televisione e la PlayStation (ma quella volta tutti lo odiammo), e quando, consegnandomi un ottimo meno meno meno in una fiaba da riscrivere cambiando il finale, mi disse che sì, l’elaborato rispettava le caratteristiche specifiche della tipologia di testo, e che ancora sì, era come al solito ben scritto, ma che, porca miseria!, proprio non mi era venuto in mente un modo meno imbecille di sistemare il grabuglio di eventi, che non far morire ammazzata la Morte a causa di una bastonata di carpine data da un bambino storpio?
Mi spiace, oggigiorno, di non aver mai accorciato la rispettosa distanza che, per stupida e montanara diffidenza verso qualsiasi autorità, tenni verso quel professore che tentava di farci iscrivere in massa al Club Alpino Italiano – mi spiace di non avergli mai detto che stavo nella bassa per invernali esigenze logistiche, ma che l’Appennino lo conoscevo meglio di lui, e senza cartina.
Verso la fine della terza successe il fattaccio: la prof di scienze chiamò non so più quale esperto a parlarci di non so più quale argomento. Lui, di rimando (la prof di scienze era una vecchia battona fascista che si presentava con un quarto d’ora di ritardo, la gonna leopardata e i tacchi), cercò un operaio. E lo trovò nella persona di Brambilla Marco, dipendente Iveco, immigrato a quattro anni, nonchè fratello ventunenne di Brambilla Michael, sezione accanto, orgogliosi appartenenti all’unica famiglia di Brambilla della Sardegna, ossia gli unici Brambilla sardi del mondo. Io non lo conoscevo, ma quelli del paese sì, e passava anche per gran figo: la prima mezz’ora si intralciò con le chiacchiere delle ragazze e s'ingarbuglio in un pettegolezzio senza scopo. Quando finalmente il prof riuscì a chiedergli del lavoro, non ottenne risposte molto incoraggianti. Biascichii tipo “mah, son contento, prima lavoravo al bar di mio zio e prendevo meno”, oppure “non c’è male, sono coi meccanici, non alla catena”, eccetera. Poi il bidello chiamò “l’insegnante responsabile” in sala fotocopie, e il Marco resistette prima scandalizzato e poi impaziente d’andarsene all’assalto delle compagne, le quali volevano sapere con chi era fidanzata sua sorella e altre balle simili. Finita l’ora, sulla porta, dubbioso, il prof chiese per chi votava il Marco. “Berlusconi” – guardò l’orologio e proseguì – “con tutto quel che ha fatto, magari è bravo anche in politica”. Una cazzata terribile, agli occhi disgustati del professore. E pure una mazzata terribile: se gli avesse detto che militava nell’estrema destra e si trombava la prof di scienze, l’avrebbe presa meglio.
Fine della storia e nessuna lezione; solo, un collegamento che mi salta ora alla mente. C’è un libro di Benni, Saltatempo, in cui la sinistra sessantottina del liceo è divisa: i cittadini chiamano a conferenziare un – addirittura! - vero operaio, i pendolari un filosofo francese. Che però è un barbone svizzero. Lo fanno per deridere i figli di papà, non certo l’operaio da quelli convocato. Benni, che io adoro, è un comunistazzo di merda che divide il mondo in buoni e cattivi, tout court: la sinistra è bene e la destra è male. Perciò nel sopraccitato libro i buoni, che sono i pendolari, quelli di Saltatempo il montanaro figlio di falegname comunista, negli anni rimangono di sinistra, mentre i cattivi, i cittadini ricchi, diventano, genericamente, “di destra”. Beh, non è andata così. Il cittadino studiato, quello inserito nella "classe dirigente", è rimasto spesso a sinistra, a difendere presuntuosamente il lavoratore, ossia a farlo rimanere come gli piace immaginare ch’egli sia, mentre il falegname di paese vota Lega. A me - che pure penso i comunisti e la Lega dicano enormi sciocchezze - stanno simpatici Saltatampo il pescatore di alborelle e suo padre il bracconiere zoppo di tagliola, comunisti che adesso voterebbero Lega e che, rientrando a casa, si laverebbero le mani prima di accendere il televisore al plasma. Galatea l’ha capito che oggi, piaccia o no, la realtà è questa. O forse, molto più onestamente e difficoltosamente, ne ha preso atto. Ora toccherebbe ai politici, ma quelli sono troppo abituati ad inventarsi la realtà come piace a loro che ad esser a lei onesti.

Update: Galatea ha ripreso l'argomento e (per quel niente che conta) non sono d'accordo con ciò che dice;  vabbeh, so' libbberale, so' ottimista, so' ggggiovane: il tempo per diventare timoroso del domani ce l'ho tutto dalla mia

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