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"Uno sceso dalla montagna con la piena"




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SOCIETA'
Bambini vestiti da cretini guidati da cretini vestiti da bambini
19 ottobre 2007

E’ troppo facile deridere i boy-scout. E quindi lo faccio subito.
Io non ho mai avuto contatti diretti con i boy-scout. Sì, incrociavo all’entrata della messa la loro processione con in testa i capi quarantenni, con pantaloni corti e pelazzi ben in vista (alla faccia del luogo di culto), nonché dotati di lunghe aste con bandiera, che, tenute alta nelle prime panche, impedivano la visuale a tutta la navata, provocando lo scandalizzato sussurrio delle beghine: ma, date le circostanze (in chiesa è permesso parlare solo agli ultraottantenni sordi) erano incontri silenziosi. Oppure incontravamo quegli stessi tizi (dell’età dei nostri genitori) quando entravano in canonica, interrompendo la lezione di catechismo, per chiedere (con lo slang di noi dodicenni) se volevamo partecipare, là nell’inaccessibile salone parrocchiale, a giochi dai nomi strampalati e oscuri, che sospettavamo e temevamo assai noiosi. Così noi, timorosi, rifiutavamo, preferendo continuare a giocare a pallone, a suonare il campanello di casa della perpetua per poi fuggire, e a tranciarci le dita nel tentativo di recuperare, a fine partita, le palline del calciobalilla, attività che costituivano gli ultimi cinquanta minuti della cosiddetta “ora di dottrina” settimanale (scoprimmo, anni dopo, che il campanello della perpetua non funzionava)(il sistema di recuperare le palline – scrollare molto molto forte - lo scoprimmo due settimane prima della cresima).
Sicchè io, se si escludono alcuni stereotipi riportati e la immortale definizione di Gorge B. Shaw che fa da titolo a questo post, non avevo informazioni sufficienti a permettermi un giudizio sui boy-scuot. Fino a ieri.
Ieri sono stato costretto, a causa del mio essere diventato, essendo in possesso di patente di guida e di sorella minore, un autista privato che a tempo perso studia economia, ad assistere ad una riunione settimanale del gruppo tredici-sedici anni degli scout cattolici di un quartiere di Piacenza. Ebbene.
Ebbene non so cosa dire.
E’ una cosa inimmaginabile. Ho visto cose che… brrrr!, non riesco nemmeno a parlarne; credo che l’esperienza di ieri verrebbe definita, dalla psichiatria, un devastante trauma post-adolescenziale.
Innanzitutto, fanno ogni cosa assieme. Contemporaneamente. Ma non come una truppa militare: sembra che davvero abbiano voglia, nello stesso momento, di fare tutti la stessa cosa. Che, se prendete un campione casuale di trenta ragazzi di quell’età e li mettete assieme, è una eventualità statisticamente quasi impossibile. E invece, loro fanno tutto assieme. Che poi il tutto si riduce, per il novantotto per cento del tempo, a cantare, ballare, e mettersi in cerchio. Cantano e stanno in cerchio (facile), oppure stanno in cerchio e ballano (difficile), oppure ballano e cantano (difficilissimo). Addirittura, cantano, ballano e stanno in cerchio contemporaneamente: tre cosa che a me, che a malapena riesco a chiudere un occhio tirando fuori al lingua, sembra impossibile coordinare senza stramazzare al suolo esausto dopo trenta secondi. E invece è possibile, anche ininterrottamente per più di mezz’ora. Dovrebbero proporre lo scoutismo come disciplina olimpica al posto del triathlon, che tanto nessuno ha mai capito checazz’è.
Durante il restante due per cento del tempo, parlano: in quei cinque minuti, in trenta, riescono a produrre un numero di scemenze e banalità che tende all’infinito, nonché al causare un orgasmo nelle menti deviate e totalitarie dei loro capi, i quali sono o molto magri o molto grassi, e assomigliano tutti o a Goebbles o a Goring (le capesse di sesso femminile, per motivi che la scienza non è ancora riuscita a spiegare, ma che si configurano come una delle più grandi ingiustizie mondiali, sono tutte delle fighe pazzesche, e assomigliano o alla velina bionda o alla velina mora del momento. Si sospetta che gli avanzamenti di carriera scout vengano decisi, tramite provini, da Antonio Ricci, oppure che le veline vengano scelte dall’AGESCII).
Non riesco a darvi una esaustiva descrizione d’insieme di ciò che ho visto ieri. Avete presente un gregge di pecore? Ecco, no: le pecore hanno più iniziativa personale. Sono più individualiste. E poi, se arriva il lupo, le pecore scappano. I boy-scout, se arriva il lupo, lasciano un posto vuoto nel girotondo e, con mano tesa e accogliente, lo invitano a farne parte, sicuri di poterlo convertire. Il lupo, sconvolto da tanta ingenuità ed in preda ad una crisi d’identità, scappa.
Avete presente un branco di aringhe? Ecco, sì: ma con lo sguardo più estatico.
Ma la cosa che più di tutte ha indignato il mio animo montanaro è questa: ho scoperto che passano tutto il tempo nei saloni parrocchiali. Ciò è positivo per le vecchiette che stanno attraversando le strade, poiché comporta loro qualche rompitura di coglioni in meno, ma… l’avventura, la natura… il CAMPO SCOUT?
UNA VOLTA ALL’ANNO!! e nei centri appositi, ossia in ostelli situati in luoghi montani, ma, ciononostante, ottimamente serviti di tutte le comodità, letti compresi - ostelli dove si riuniscono centinaia di scout provenienti da diverse province limitrofe. Che è un cosa perfetta per le esperienze sessuali precoci, ma non è che istruisca granchè a riguardo della vita all’aria aperta.
Una volta era diverso: negli scout degli anni sessanta sopravvivevano costumi e umori della generazione precedente, che a quell’età s’era trovata allo sbando quando non in guerra, ed in ogni caso con le pezze al culo. E così le uscite nella campagna le facevano davvero. C’erano pochi genitori apprensivi così come pochi pagliai dove passar la notte. I maschi facevano giochi da maschi, e i giochi da maschi prevedevano (sempre: anche il nascondino e mosca cieca) l’utilizzo del coltellino. Quando il coltellino non si accaniva sul legno di bastoni da intagliare e tronchi da centrare a mo’ di bersaglio per freccette, si indirizzava verso le giovani carni dei boy-scout. Oltre che accudire i piagnucolanti feriti di sesso maschile, le femmine cucinavano: il basso Appennino piacentino era molto lontano dalla contestazione studentesca e femminista.
Anche se non passavano il tempo occupando saloni parrocchiali, i boy-scout del tempo che fu di natura sapevano tanto quanto quelli d’oggi: nulla. Infatti, una delle occupazioni che più li indaffarava era costruire capanne non presso i torrenti, come qualunque persona assennata farebbe per avere acqua a disposizione, ma sopra i torrenti. I boy scout vengono infatti infarciti di generiche nozioni riguardo la vita all’aperto, con abbondanti riferimenti alla storia antica ed alla preistoria. Sicchè quelli imparano che gli uomini primitivi, per difendersi, costruivano palafitte, ma non sanno che lo facevano sulle lagune delle pianure dell’Europa Centrale. Un tale stratagemma è inutile applicarlo sugli Appennini e sulle Alpi, sfruttando i corsi d’acqua ivi presenti, che sono a carattere torrentizio. A carattere torrentizio – preciso, da esperto pescatore di trote, per i boy-scout leggenti – significa che quello che alla sera è un gorgogliante ruscello d’acqua limpida, dopo una notte di pioggia si trasforma una cascata orizzontale di fango e detriti. E trovarcisi sopra in una proto-palafitta sgangherata non è il massimo della sicurezza. Nel 1998 usciva il best seller di Beppe Severgnini “Italiani si diventa”, dove si narra di un incidente occorso all’autore quando, giovane lupetto, tentò con alcuni compagni di costruire una capanna sopra un piccolo riale alpino; nel 1999, morirono in un analogo incidente tre giovani scout veronesi. L’ostinazione con cui, nei decenni, i responsabili boy-scout hanno avvallato, quando non suggerito, simili iniziative, essendo nota una casistica di incidenti dovuti a piene a dir poco raggelante, secondo me configura il reato - non tanto per gli esecutori materiali, quanto per i responsabili internazionali dello scoutismo (i grandi capi scout assomigliano tutti a Hitler senza baffi) - di strage premeditata e aggravata.
Ma lo scoutismo è contagioso. I bambini d’oggi, soprattutto quelli residenti nelle grandi metropoli, si stanno tutti trasformando in scout inconsapevoli. Prendete il – qualche post sotto trattato – problema del non avere un cazzo da fare: fino a qualche anno fa era sentito - ma autonomamente, e brillantemente, risolto - anche tra i bambini in età pre-scolare. Oggigiorno, però, i genitori hanno studiato tecniche scientifiche di rompitura dei puerili coglioni, per la gioia dei maestri di nuoto e danza, degli industriali nel ramo giocattoli e dei responsabili di centri ricreativi per l'infanzia, nonchè per la futura devastazione del paese, destinato ed essere governato da esseri amorfi che ridono quando dicono loro di ridere, piangono quando non gli dicono cosa fare, e credono che crescere corrisponda ad un avanzamento nella gerarchia dei boy-scuot. Tale generazione si troverà al momento in cui, impossibilitata a chiedere consiglio ai genitori (ormai morti), all'istruttore di nuoto o al capo clan scout (novantenni), dovrà prendere decisioni autonome. In questo cruciale momento per la nazione - momento in cui la classica religione cattolica, affogata nei mucchi di preservativi dei raduni AGESCII e delle Giornate Mondiali della Gioventù, non sarà più in grado di tenerla assieme - se non si fonderà una nuova religione basata sul culto del Grande Scout Rover Leggendario, sarà la distruzione dell'etica comune, l'oltraggio alla morale, la disgregazione della società, chi sarà triste non canterà, chi sarà stanco non ballerà, chi sarà felice ballerà e canterà quello che gli pare a lui, e qualcuno potrebbe addirittura decidere di uscire dal cerchio per andare farsi i cazzi suoi.

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