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SPORT
Mai dimenticare la diciassettesima regola
17 maggio 2007

Mi sto convincendo sempre più che esiste un qualche disegno superiore e finalistico, una trama ordita da un esserino insopportabile e paranoico, che siede sopra una nuvola e guarda giù. Guarda me. Il mio Dio è meschino e dispettoso; il suo unico fine – e perciò il fine di tutto il mondo, dalla creazione ai giorni nostri – è quello di far danno al sottoscritto. Deve per forza essere così: me ne stanno capitando troppe.
Sabato, giorno del Family Day e, come tutti i sabati di fine primavera, giorno di matrimoni, cresime e comunioni, son partito per i monti in bicicletta. Era la prima uscita annuale – la prima in assoluto con indosso i pantaloncini e gli scarpini da ciclista. Fin ad oggi, infatti, mi ero rifiutato di spender soldi per tali arlecchineschi addobbi (gli abiti da ciclismo esistono solo di cinque o più colori diversi, contemporaneamente). Pensavo fossero inutili, niente altro che simboli di distinzione, peraltro piuttosto ridicoli se indossati da cinquantenni stazzanti oltre il quintale, abbondantemente dotati di rotoli di lardo pronti a schizzar fuori dall’attillata tutina al primo movimento eccessivo. Il fatto che tutti i ciclisti li indossassero, ovviamente, non mi faceva dubitare di questa mia teoria… anzi, mi convinceva della triste mancanza di originalità intrinseca al resto degli abitanti di questo pianeta. Qualche giorno fa, però, seguendo un saggio consiglio, mi sono finalmente deciso ad acquistarli, senza però abbandonarmi al consumismo fine a se stesso. Ad una sgargiante coppia di maglietta e impermeabile-che-sta-in-un-pugno, entrambi in offerta, ho opposto netto rifiuto: i ciclisti veri pedalano con una maglia normale, come i ciclisti degli anni ‘30: se fa caldo la tolgono e la legano al manubrio a mo’ di bandiera; se fa freddo, sopportano il freddo con spirito stoico, ripetendosi “il freddo, brrrr, fortifica, brrr” (se il freddo fortifica troppo, affrontano le discese alla velocità di 5 Km/h orari, con una mano sul manubrio e l’altra sotto l’ascella a riscaldarsi, alternativamente, incuranti del fatto che, guidando la bicicletta in discesa con una sola mano, basta passar sopra ad un sassolino delle dimensioni di 7 micron per perdere il controllo del mezzo). Per quanto riguarda il caschetto, il commesso, vista la faccia schifata del sottoscritto davanti all’espositore, non ha nemmeno tentato di vendermelo. Il casco, figuriamoci! E’ roba da fighetti, così come gli occhiali: il ciclista vero vuole il sole ed i moscerini – quando non altro genere di animali alati – negli occhi; il ciclista vero vuole il vento nei capelli e non prende in considerazione la possibilità di una caduta, perché il ciclista vero non chiede – e non cade - mai.
Sabato, pantaloncini e scarpini si erano rivelati, fin dal primo giro di pedale, sommamente utili, perciò la pedalata si stava svolgendo in scioltezza, con il vento nei capelli, i moscerini negli occhi ed i miei calcagni e le mie parti basse che insultavano la mia testa per le sofferenze ch’ella aveva loro inflitto negli anni scorsi, per stupido sfizio d’originaleria. Circa a metà dell’ascesa al monte Carlone s’incontra l’abitato di Costa; giunto in prossimità delle prime casa, il sottoscritto metteva un rapporto esageratamente lungo ed accelerava fin al limite delle sue – scarse – capacità (il ciclista vero, in prossimità di paesi o di un qualsiasi osservatore umano – talvolta, anche animale – accelera per fare il figo. Seppure più dispendioso, è fondamentale farlo con un rapporto lungo, perché rende la pedalata più plastica ed elegante. Agli occhi del profano, infatti, un ciclista che va forte con un rapportino corto sembra una disordinato ed esagitato incapace. Dietro la prima curva o dosso, il ciclista vero scende dalla bicicletta e s’accascia sul ciglio della strada, floscio come una camera d’aria buca. Se la prima curva è posta troppo distante, oppure se incontra nuovi ed imprevisti osservatori, egli finge che gli sia saltata la catena e si ferma, smadonnando ripetutamente per mostrarsi seccato). Nel centro di Costa è posto il ristorante “da Filietto”. Vedendolo da lontano, sono stato colto da improvvisa quanto insopportabile sete ed ho deciso di fermarmi a bere un thè freddo. Il piazzale del ristorante è circondato da siepe e l’entrata è a livello della strada. Perciò si può entrarvi con la bicicletta, ma fin che non si è dentro non si vede cosa vi sta succedendo. Sabato dodici maggio, come quasi tutti i ristoranti dell’Appennino, “Filietto” ospitava una cresima. Una cresima in grande stile, con una cinquantina d’invitati, che stavano uscendo proprio mentre io entravo. Sarà stata forse la sorpresa di trovarmi circondato da tante giacche e cravatte, insolite per il luogo, o forse l’abbaglio provocatomi dal bianco con cui erano mummificati tutti i bambini… fatto sta’ che ho dimenticato la diciassettesima regola. A mia parziale giustifica: non sono un ciclista calmo; era la prima volta che scendevo dalla bicicletta con indosso gli scarpini. La diciassettesima regola dice una cosa piuttosto ovvia: che non si può scendere dalla bicicletta rimanendo ad essa agganciati. Che è esattamente la cosa che io, nel bel mezzo del piazzale di “Filietto”, ho tentato di fare, ovviamente non riuscendovi, e cadendo. Quando si cade per un ostacolo, si cade rovinosamente, spettacolarmente, e ci si può far male davvero. La gente che assiste a questo tipo di cadute accorre spaventata verso il ciclista, che riceve premurose offerte d’aiuto e, appena si rialza, fraterne pacche sulle spalle; quando riparte, viene salutato come un eroe. Niente di tutto ciò per chi cade da fermo, con gli scarpini ancora agganciati. Questa caduta è lenta, ma inesorabile. L’unico modo per evitarla è tentare di ripartire con un energico colpo di pedale. Cosa che io ho tentato di fare con ottimo tempismo, non riuscendovi poiché, come ogni ciclista vero fa nei centri abitati, spingevo un rapporto esageratamente lungo, assolutamente inadatto a partire in salita. Ho quindi iniziato a cadere. Questa particolare caduta è comica perché il cadente ha tutto il tempo d’accorgersi di quello che gli sta succedendo. In un primo momento egli tenta di sganciare gli scarpini, non riuscendovi perché l’agitazione non gli consente di ricordare quale sia il corretto movimento da compiere. Subito dopo, egli volge lo sguardo sgomento verso gli osservatori, in cerca di un aiuto che non può arrivare in pochi secondi. Vedendo le facce divertite del pubblico, infine, egli ha il tempo per un’ultima, profonda riflessione: “Sto facendo una terribile figura di merda”. Realizzata questa desolante realtà, il ciclista non tenta più d’evitare la caduta: tenta di limitare i danni. Ed è peggio: siccome quasi sempre si riesce a non farsi nulla (io ci sono riuscito ruotando il busto ed atterrando sulle braccia, pronto a fletterle in modo da rallentare l’impatto), non si può contare sulla premurosità del pubblico, il quale, mentre si rende conto che la caduta non avrà gravi conseguenze, già sta facendo partire la risata di scherno. La cosa è ancor più imbarazzante se a ridere sono cinquanta invitati ad una cresima, di età compresa tra i sei e gli ottantacinque anni, tutti ben vestiti e ben pasciuti. Io, invece, ero sporco e sudato, assetato e destinato a rimanerlo perché, rialzatomi in fretta e furia, non ho osato entrare a comprarmi il thè. Sono uscito con la coda in mezzo alle gambe, senza guardarmi indietro. Constatato che avevo diverse escoriazioni sui palmi delle mani ed un taglietto sul ginocchio sinistro, ho rinunciato anche a raggiungere Monte Carlone ed ho puntato verso valle. Il rientro si è svolto in scioltezza, con il vento nei capelli, i moscerini negli occhi ed i miei calcagni, le mie parti basse, le mie mani ed il mio ginocchio sinistro che insultavano la mia testa per le sofferenze loro inflitte, direttamente ed indirettamente, da un suo passato sfizio d’originaleria.
Domani compro guanti e ginocchiere. Per il casco, aspetterò d’essermi rotto la testa.




permalink | inviato da il 17/5/2007 alle 12:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
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