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Didimo Chierico, ovvero D.N.
26 marzo 2007

Ovviamente non è il testo del Foscolo. E' parte dell'introduzione, da me modificata quasi totalmente, che dedico a D****** N****. Già il mio amico assomigliava al Didimo originario, adesso è proprio uguale. So che s'incazzerà alla morte, appena glielo dirò. Proprio lì sta il bello, ed il motivo per cui l'ho scritto, incurante dell'ilarità che il mio tentativo d'italiano arcaico susciterà. A dire la verita non credo sia legale, ma mi sembra improbabile che parenti del poeta possano denunciarmi per plagio.

La prima volta che incontrai Didimo, entravo io in quella trista stagione della vita ch’è la vecchiaia, e lui, benché d’età difficile a stabilirsi e tenacemente celata, era uscito da la giovinezza non meno d’una decade addietro.

Come tutti lo conobbi per Didimo Chierico; Chierico l’aveva scelto egli stesso a ricordo de’ pochi anni trascorsi in seminario, e Didimo era soprannome affibbiatogli da la gente senza tener conto del nome suo natale, il quale venni a sapere più tardi esser Aurelio. Giudicai male accordato il nomuncolo con la altezza sua, ch’era notevole, e con la corporatura, per natura tesa alla pinguetudine; ma dovetti constatare che ad ognuno de’ conoscenti la persona di Didimo suggeriva tale diminutivo, forse pe’ l’aspetto innocuo e la distrazione con cui portava pel mondo il corpo, che s’intuiva considerato da esso poco più che sostegno pe’ la testa.

Lungo e disarmonico avea il volto, e privo d’alcuna espressione notevole. In talune occasioni, però, e sempre senza motivo apparente, gli si torceva in smorfie vive e gioiose, quasi infantili; onde io credo il grigiore fosse conseguenza, più che di stoltezza, di rara corrispondenza tra moti intimi e manifestazioni esteriori. A capriccio verso la moda de’ pari suoi, non si faceva acconciar la chioma, ma nemmanco la teneva corta secondo costume de’ lavoratori del lago: egli stesso drasticamente la eliminava quando eccedente; e perciò parea viandante o servitore di malaffare.

Benché disponesse di rendite sufficienti a medie necessità, era notevolmente parco nel vestire ed in ogni altra spesa, eccetto che in quelle di cibo. Alla sua tavola apprezzai ottimo ed abbondante desinare: Didimo andava dicendo d’aver sofferto fame tenacissima in certi suoi pellegrinaggi, e di dover ripigliarsi de’ piaceri mancati; e se pure lo dicea con tono di celia, non credo mentisse: ché non era uomo da contare il falso per giustifica d’un comportamento.

Mi contò Didimo, al tempo che cominciammo ad affidar l’un l’altro le nostre storie, che era imminente a buonissimo matrimonio quando si mosse dalla casa paterna per stabilirsi in paese. Mesi dopo, mentre  rinforzavamo il portico della vecchia casa, mi confidò che, prim’ancora ch’avesse aperto i bauli, il fratello della sposa, deciso ad ottener le giuste scuse, aveva bussato alla sua porta. Stavamo faticavamo non poco nel puntellare un trave e, in tanto, egli narrava quegli accadimenti con tono greve, così io mi figurai la sofferenza di tutti i coinvolti. Mentre piantavamo chiodi, volgendoci le spalle, io pensavo alle giuste parole per dichiarar la mia partecipazione al dolore suo. Mi risolsi infine a tacere: trovavo i miei pensieri indegni di consolare la prematura morte di una famiglia. Allorchè mi parve di sentir dei singhiozzi, convinto che Didimo non stesse in pensieri adatti al lavoro, smisi anche di martellare. Fu perciò con gran stupore che accolsi il crescere del suono in una breve risata birichina; voltatomi di scatto, feci tanto d’occhi al suo sghembo sorriso e tanto d’orecchie a ciò che disse. Mi spiegò infatti, con appiccicata in volto quell’espressione che mai gli avevo veduto prima, che egli, passando dal retro, era salito nella faggeta per vedere montar la rabbia del mancato genero; e mi descrisse anche, lodandolo assai, il modo con che la porta s’era mantenuta indifferente alle smanie del giovine. Quel giorno una cosa capii, che non gli faceva certo onore:  Didimo non conosceva empatia per coloro ai quali, esercitando la libertà, indisponeva l’animo.

Teneva tanto rari rapporti col censo d’origine che, sicuri volesse accasarsi, ben presto i notabili del posto tramarono pe’ mandar spose ad esso le figliuole loro. Didimo, al solito preso da quistioni aliene alla gente concreta, se n’avvide quand’ormai un proprietario di filiera preparavasi ad offerir la dote. Ogni altro si sarebbe profuso pe’ rintuzzar la delusione del suo rifiuto: egli non si mosse dal suo studiolo, scrisse un foglio minuto e l’appese all’uscio: il paese seppe così ch’ei aveva già contratto matrimonio co’ l’Altissimo. In forza di codesta erronea credenza, cerimoniò anche battesimo in vece del curato; sicchè oggi, a Begliasco, alcuni giovani esistono pe’ la piazza, ma non pel Signore Nostro. Rimasto perciò in solitudine, Didimo s’arrabattava a sbrigare ogni incombenza domestica da se: cosa invero poco impegnativa, perch’ei viveva in sole tre stanze de la casa, e concedeva l’altre ai ragni come palestra pe’ la tessitura.

Degli altri abiti suoi quotidiani, poco di straordinario v’è da annotare: spesso scriveva prose d’interessante contenuto, ma di bislacca forma e destinazione; più spesso ancora leggeva. Possedeva testi d’ogni sorta, ma non ne faceva scambio: perché leggevali più volte. Badava d’esser tra gente facoltosa e dedita ad aleatori affari di commercio, poi declamava: “Il lavoro è veleno cattivo e, al tempo stesso, medicinale, perchè prima porta tribolazioni, e dopo dimentica de’ nostri guai: ma se impariamo ad accoglier per fausto ciò ch’accade, diviene inutile”. Diceva anche: “Amo che vi sia un ampio margine di respiro, nella mia vita” e, fedele alla sua dottrina, mai cumulava troppe fatiche. Certe volte mi sussurrava: “A nulla posso sacrificare il fiore del momento presente”, e dismetteva a mezzo il lavoro che ci occupava; allora andavamo di spalle alla sua casa, sotto il grosso rovere: egli si poggiava contro d’esso, e insisteva di lasciar a me un certo ceppo d’abete, che teneva per più desiderabile d’uno scranno regale. Quando gli davo l’arrivederci, prendeva il posto mio ed ivi restava fin a sera, immobile come solo i vecchi orbi san fare.

Teneva irremovibilmente strani sistemi; e parevano nati con esso: non solo non li smentiva co' fatti, ma, pur mostrandoli con pudicizia anche agli intimi, parea non vergognarsene nemmanco un poco. Di tutti questi capricci e costumi di Didimo s'avvedevano gli altri assai tardi, perch'ei non li esibiva, né li occultava: onde credo che venissero da disposizione naturale. Da' codesti sistemi e dalla perseveranza con che li applicava al suo modo di vivere, derivavano azioni e sentenze degne di riso. Così quando scacciava i gatti come bestie repellenti ed accoglieva nella dimora cani d’ignota provenienza, e torme ne portava seco per le campagne; o quando, tra tanti suoi valevolissimi scritti – io ebbi modo di leggerli –, unica mostrò al pubblico una prosa dove si narrava de lo scontro di quattro lettere per la conquista d’Alfabeto, conclusosi co’ vittoria di U ed M, e della seguente riduzione de’ linguaggio umano a verso animalesco di vacca.

Stimava fra le doti naturali all'uomo primamente la bellezza d’animo, poi la sua forza, ultimo l'ingegno. Delle acquisite, come a dire della dottrina, non faceva conto se non erano congiunte alla rarissima arte d'usarne. La ricchezza la teneva vile non di per se, ma paragonandola alle cose che non può dare.

Non partecipava né una dramma del suo secreto ad anima nata. Solo una volta lo vidi piangere, ma da lo sguardo suo capìì di non doverne domandare. Accoglieva lietissimo nelle sue stanze, ma al passeggio voleva andar solo, o parlava a persone che non aveva veduto mai, e che gli davano nell'idea; se alcuno de' suoi conoscenti accostavasi a lui, si levava di tasca un libretto e, per primo saluto, gli recitava alcuni squarci di traduzioni moderne de' poeti greci: e rimanevasi solo. Parevami anche che, girovagando per suo conto, dimenticasse le condivise regole del comunicare: se d’improvviso qualcuno rivolgevagli la parola, fissavalo come se parlasse straniero, e respondeva con sentenze enigmatiche. Spesso rifiutava la compagnia di gentiluomini degnissimi, per accompagnarsi ad altri, meno valorosi al giudizio dei più. Didimo, tuttochè forestiero, non era guardato dal popolo di paese con mal occhio: i vecchi si soffermavano accanto a una porticciola a discorrere seco, e molti fantolini, de' quali egli si compiaceva assai, gli correvano lieti attorno.

Poco frequentava i ritrovi comuni ai popolani; solo nelle settimane intorno al cambio d’anno, quand’inverno porta lo scuro ben lungi dall’ora del desinare, di malavoglia m’accompagnava alla taverna. Senza giocare alla morra e rifiutando le sfide a dadi, mai discorrendo d’avvenimenti recenti, ne de’ fortune altrui, parlava in continuo e meritandosi attenzione; avea pronto ragionamento lindo in argomenti dov’io, povero vecchio tanto esperto di mondo quanto poco d’idee, non avevo manco l’argomento, e ciò m’indispettiva. Nelle quistioni che all’altri causavano infinite diatribe, al contrario, dalla bocca di Didimo non si poteva cavare che un’unica parola, “opinioni”, e quella parola la pronunciava come fosse sacra e contenesse in se tutto il vero di codesto mondo, e guardava ammammalucchito quelli che non la ritenevano sufficiente a spiegar tutto. Quando poi – pensando di fargli cosa gradita con l’attributo di stima – domandavan ad esso di prender le parti di qualcheduno in una controversia pratica, si cavava d’impiccio con un motto di spirito, lasciando perplessi gli uditori.

Ogni stagione faceva ritorno a Milano, e nella città grande, andando per via, non riconosceva chi avea frequentato negli anni passati, oppure non respondea al lor saluto. Quelli ritenevano ciò causato da labilità di memoria – ché nessuno sospettava Didimo di portar rancori – ed invece accadea per via del suo occhio svagato, che prima non s’avvedeva di quel che torno era accaduto, e subito poi si fermava su dettagli di niuna importanza.

Ne la tasca del mantello portava uno sgraziato pifferello a quattro canne, che mai altrove vidi e che mai mi fu concesso di sentir sonare, perch’ei soffiavalo non al chiuso, non in istrada e non in presenza d’alcuno: onde credo le sole selve ne conobbero la melodia, od al più i cani a Didimo maggiormente fedeli.

Spinto da ragioni ignote ad egli stesso, era solito addentrarsi in contrade selvagge che’l viandante avveduto fuggiva; e più d’uno tornando al borgo disse d’averlo veduto pei monti come bestia o eremita – tutto ciò sentii contare anche quando da mesi egli alloggiava in Mantova, ospite della mia modesta casa. Quando stava in cammino, da lontano vedendolo, notatavansi la postura de la testa, rivolta all’alto o a luoghi lontani; da vicino, le labbra in moto di silenzioso recitare – diceva esso - lodi a Nostro Signore, o più nel vero stornelli popolari. Talvolta portava alla bocca lo strano piffero. A causa di codeste abitudini, tosto insolite per un uomo uso ad affrontare lande impervie, sovente egli poneva passo non adatto alle asperità del terreno, e cadevasi rovinosamente.

Prima de la guerra tra l’Impero e li veneziani, per sett’anni il padre concesse a Didimo di trascorrere lunghi periodi al paese: i pescatori lo ricordano, fanciullo, gettar nassette nel lago, e ritirarle con nessun pesce poiché senza perizia alcuna l’avea lanciate; quelle speciali nassette le costruiva pel nipote il padre de’ sua madre. Se più non praticava la pesca in età adulta, in vece molto gradiva un invito pe’ le battute di caccia del conte Portoli della Scola, padrone della contrada e d’un casino di caccia situato presso l’imbocco lacustre. Sulla strada di ritorno, fuor dai costumi suoi, fermavasi nelle taverne de’ porticcioli ad ingollar vinaccia e, dopo la seconda scodella, sempre parlava malissimo del conte; i pescatori offerivano il bere pe’ farsi contare degli aristocratici, e pe’ circuirlo de la selvaggina ricevuta in dono da essi.

Sin da subito m’accorsi ch’egli scantonava la via, oppure l’invertiva con abile piroetta, ogni qual volta una persona di grosso riguardo gli si faceva incontro. Nel caso non riuscisse in tali giuochetti, trovandosi costretto alle forme dovute, Didimo, pur restando cordiale in superficie, non tratteneva la smania d’andarsene; addirittura, una volta che l’accompagnai per Milano, ei fu preso da pruriginoso fastidio, evidente quando inopportuno, al cospetto d’esponenti di nobili casate. Io che mai ebbi diritto di stare al pari con uomini di tale censo, domandavogli il motivo per cui quest’ultimi gli mettevano malanimo; e più ne ricevevo risposte elusive, più costruivo l’idea che Didimo volesse darsi con me una posa, e con essi, in mia assenza, l’opposta. Sapevo però che era attore pessimo e, col tempo, mi feci certo che i suoi pari gli fossero nel vero insopportabili. Ma di ciò mi convinsi solo più tardi, quand’ormai le sue stranezze più non m’erano segrete: sicchè per anni rimasi nell’idea ch’egli mettesse in scena continue farse pe’ non farmi pesare la mia umile origine.

Quando concessogli, per lunghi tempi seguitava convogli di soldati come sacerdote, benché non lo fosse. Da queste genti d’arme e d’azione Didimo si distingueva pei modi e l’indole, eppure mai ne stava in disparte: che egli desiderasse tali compagni, e che essi apprezzassero un uomo siffatto, era tanto incredibile quanto vero.

Dissi che teneva chiuse le sue passioni, e quel poco che ne traspariva, pareva calore di fiamma lontana. A chi gli offeriva amicizia, lasciava intendere che la colla cordiale per cui l'uomo s'attacca all'altro l'aveva già data a que’ pochi ch'erano giunti innanzi. Rammentava moltissimo volentieri la sua vita passata, e non m'accorsi mai ch'egli avesse fiducia nei giorni a venire, ne che ne temesse.

E forse avea più amore che stima per gli uomini; però non era orgoglioso, né umile. Credo non reputasse se stesso ‘si giusto da riconoscer le storture, e non prese i voti proprio perché capace più di comprensione, che di giudizio. Forse non era avido né ambizioso: perciò parea libero da ansie. Inoltre, pareva verecondo, perché estraneo a gesti fortemente esibiti.

Quanto all'ingegno, non credo che natura l'avesse moltissimo prediletto, sicuramente non molto poco. Ma egli l'avea temprato in guisa da non potersi imbevere degli altrui insegnamenti e quel tanto che produceva da sé, avea certa novità che allettava. Quindi derivava da ciò quell'esprimere in modo tutto suo le cose comuni, e la propensione di censurare i metodi delle nostre gloriose scuole.

Ammirava raramente, ma assai, e non lo comunicava all’ammirato; disprezzava con taciturnità sì sdegnosa e distante, da far giusto e irreconciliabile il risentimento degli uomini dotti, abituati a celare l’antipatie dietro divergenze di scienza. Aveva per altro il consenso di non patire d'invidia, la quale, in chi ammira e disprezza, non trova mai luogo. Diceva: “La rabbia e il disprezzo sono i due grandi estremi dell'ira: i forti disprezzano: ma beato chi mai s'adira”.

Era, quand’io lo conobbi, persona più disingannata che rinsavita ai costumi di questo mondo. Lo dicevano uomo strano quanto ragionevole, ma non uno lo teneva per saggio; questo perché avea più buon senso che senso comune.

Didimo, insomma, pareva uomo che s'accomodasse, ma senza fidarsene punto, alla prudenza mondana. Senza dar noia agli altri, egli se ne andava quietissimo e sicuro di se medesimo per la sua strada, e sostandosi spesso, quasi avesse più a cuore di non deviare, che di toccar la meta. E cacciava i molesti dal cammino, come fossero appestati: se qualcheduno impedivagli il proseguire od il fermarsi, diveniva scontroso e di malo tratto, ovvero stonato co’ l’abituale sua garberia; sicchè questo in lui riscontrai come difetto maestro: che mai generosità poneva avanti all’amata dama libertà.

Tanto bene imparai ad esser discreto ne’ confronti di Didimo, che, quando sorte m’impedì di movermi da Mantova, non più chiesi nove da Begliasco, ne le ricevetti. Unico e ultimo, mi giunse un invito pel suo pranzo d’addio al mondo terreno. Era lettera d’un sol foglio, salace e buffonesca, in cui elencava chi avrebbe voluto ritrovar all’inferno e chi no, ed infine confidavami d’averne inviate oltre cinque dozzine di simili: soffocai l’indegno riso, figurandomi l’effetto che doveva aver avuto su li parenti suoi di Milano, e sui benpensanti del paese. Tre qualità vi scorsi: capriccio di bambino, nel concluder sguaiatamente quel che mai era stato tale; cocciutaggine di vecchio, nel restar fedele ai costumi insoliti ch’erano suoi propri; ingenuità di matto, nel pensare che qualcuno avrebbe risposto all’invito.

Come sempre, avevo opinioni errate: alla sua casa trovai un gran andare e venire di gente paesana. Le donne, sconcertate de l’offesa alle forme sante, ma timorose di contraddire un signore e chierico, restavano in casa; gli uomini entravano per salutare e rifiutavano il vino offerto, convinti che dai ricchi non si potesse ricever doni, ma solo farli. Al vespero giunsero alcune vecchine col capo avvolto di nero, come fosse una veglia, ma poi, di fronte alla vivezza del morto, tacquero disorientate; i giovani ne risero assieme al defunto. Il dì seguente ci svegliammo in cinque nel palazzo – Didimo disse ch’eravamo gli “incollati” – ed io solo non avevo veduto mai l’altri, tutti più giovani di me. Il pranzo fu sontuoso e nessuno capì cos’affliggeva il padrone di casa, che mangiò come tre uomini sani, intendendo rifarsi – disse – “de’ piaceri che mancheranno a la tavola di Santo Pietro”. Notai però che ben due cameriere accudivano alla casa; inoltre, attraverso la finestra, vidi che l’erbe grame assalivano le verzure dell’orto. Nel meriggio i tre milanesi se n’andarono sul calesse col quale eran venuti, e rimanemmo soli. Didimo mi confidò d’avere un male nascosto, che lo debilitava con rapidità; era certo di morire a breve. Rimasi a Begliasco dieci notti, finchè un mattino all’alba, uscendo, lo trovai esanime sotto la rovere. Pareva meno imponente da disteso, o forse era colpa della malattia; m’accorsi che avea chioma lunga come mai prima, già filata di bianco, e pensai incredibile il non averlo notato prima. Mi sedetti sul bel ceppo d’abete e vi restai fino alla campana di fine messa, poi andai dal parroco.

All’ultimi giorni di vita, sembravami che sentisse non so qual dissonanza nelle cose del mondo: però mai ho sentito ammetterlo, ed anzi egli dicea di trovar beatitudine con la contemplazione de l’armonie umane e naturali. Oggi so che non le dissonanze dei fratelli in terra l’impensierirono prima della morte, ma quelle del padre celeste: Didimo, che sempre avea rifuggito la condanna della propria ed altrui condotta, desiderava un Dio che tutto assolve.




permalink | inviato da il 26/3/2007 alle 18:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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